Alessandro Fambrini
PICCOLI HOBBIT NON VANNO ALLA GUERRA: il caso tedesco

The Lord of the Rings first appeared in German in 1969-70, translated by Margaret Carroux, who benefitted from the encouragement and collaboration with Tolkien. Carroux’s translation was followed by a new German translation by Wolfgang Krege in 2000. In German translations, the traits of Tolkien’s imaginary world risk to be conflated with the mystifying and instrumental use that Pan-Germanism first and National Socialism then made of the Germanic tradition. This article outlines Tolkien’s distance from such models, and from Wagner’s vision in particular, and reconstructs the history of Third Reich publishers’ attempts to approach Tolkien, as well as Tolkien’s rejection of them and his awareness of the risks of ideological exploitation.

1. Traduzioni e tradimenti

Un’inchiesta della «Frankfurter Allgemeine Zeitung» della fine degli anni Settanta1 rivelò che gli autori più amati da quella generazione di studenti tedeschi erano due scrittori che appartengono entrambi al fantastico, anche se sono situati agli estremi opposti del suo spettro: J.R.R. Tolkien e Stanislaw Lem. Oggi può sorprenderci la ricorrenza di Lem, un autore sofisticato, perfino elitario, che non ha mai fatto breccia a livello di mass market, pur essendo molto presente sulla ribalta culturale tedesca fin dagli anni Sessanta e in particolare nel periodo in cui l’inchiesta fu realizzata, rispetto a quella di Tolkien, che pure è sofisticato ed elitario a suo modo, ma senza che ciò gli abbia impedito di essere popolare nella più vasta accezione del termine, e che andava conoscendo un grande successo anche in Germania, così come avveniva negli stessi anni anche in altri paesi europei.

Con una vicenda editoriale simile a quella italiana, Tolkien era all’epoca una fresca new entry: la sua opera destinata a divenire più celebre, la trilogia del Signore degli Anelli, era apparsa in Germania solo alla fine degli anni Sessanta, nell’edizione pubblicata dall’editore Klett e con la traduzione di Margaret Carroux2 (lo Hobbit era uscito invece già molti anni prima, nel 1957, come vedremo più sotto), cui collaborò lo stesso Tolkien, insoddisfatto delle precedenti traduzioni in olandese e svedese, colpevoli secondo lui di essersi prese troppe libertà con l’originale3. In effetti, le vicende che riguardano questi precedenti editoriali gettano una luce significativa anche sul caso tedesco.

Responsabile dell’edizione olandese, la prima ad apparire in lingua diversa dall’inglese nel 1957 con il titolo In de Ban van de Ring, fu Max Schuchart, che grazie alla sua traduzione conquistò il prestigioso «Martinus Nijhoffprijs»4 e in seguito, oltre a rivedere nel 1997 il suo lavoro principale, tradusse anche altre opere di Tolkien come Lo Hobbit (De Hobbit, 1960), Le avventure di Tom Bombadil (De avonturen van Tom Bombadil, 1975) e Il Silmarillion (De Silmarillion, 1977). Nonostante la fiducia accordatagli e la stima che rivolgeva alla sua persona («charming», lo definisce in una lettera del 7 dicembre 1957 a Rayner Unwin5), Tolkien non risparmiò le critiche al suo operato, quando ad esempio gli rimproverò di avere irragionevolmente “nederlandesizzato” la nomenclatura o di non aver tenuto in giusta considerazione le appendici al romanzo:

The Translator has (on internal evidence) glanced at but not used the Appendices. He seems incidentally quite unaware of difficulties he is creating for himself later. The ‘Anglo-Saxon’ of the Rohirrim is not much like Dutch. In fact he is pulling to bits with very clumsy fingers a web that he has made only a slight attempt to understand…

The essential point missed, of course, is: even where a place-name is fully analysable by speakers of the language (usually not the case) this is not as a rule done. If in an imaginary land real place-names are used, or ones that are carefully constructed to fall into familiar patterns, these become integral names, ‘sound real,’ and translating them by their analysed senses is quite insufficient. This Dutchman’s Dutch names should sound real Dutch.6

E non andò meglio – anzi – con la traduzione svedese della trilogia dell’Anello, uscita tra il 1959 e il 1961 a cura di Åke Ohlmarks con il titolo Sagan om ringen7. L’aveva preceduta già nel 1947 una traduzione dello Hobbit, a cura di Tore Zetterholm, con il titolo Hompen eller En resa dit och tillbaks igen, che aveva lasciato Tolkien decisamente insoddisfatto, come scriverà a Allen & Unwin nel 1956, quando iniziava a delinearsi l’ipotesi di un’edizione svedese de Il Signore degli Anelli:

I wish to avoid a repetition of my experience with the Swedish translation of The Hobbit. I discovered that this had taken unwarranted liberties with the text and other details, without consultation or approval; it was also unfavourably criticized in general by a Swedish expert, familiar with the original, to whom I submitted it.8

Ma con Ohlmarks le cose non andarono meglio. Tolkien iniziò a irritarsi fin dai primi contatti con il suo traduttore e nella lettera a Unwin del 7 dicembre 1957 diede voce a tutta la sua contrarietà:

The enclosure that you brought from Almqvist &c. was both puzzling and irritating. A letter in Swedish from fil. dr. Åke Ohlmarks, and a huge list (9 pages foolscap) of names in the L.R. which he had altered. I hope that my inadequate knowledge of Swedish – no better than my kn. of Dutch, but I possess a v. much better Dutch dictionary! – tends to exaggerate the impression I received. The impression remains, nonetheless, that Dr Ohlmarks is a conceited person, less competent than charming Max Schuchart, though he thinks much better of himself. In the course of his letter he lectures me on the character of the Swedish language and its antipathy to borrowing foreign words (a matter which seems beside the point), a procedure made all the more ridiculous by the language of his letter, more than 1/3 of which consists of ‘loan-words’ from German, French and Latin.9

Tolkien ritornerà poi sulle incongruenze della traduzione svedese e sulla «presumptuous impertinence»10 del suo autore, allegando alla sua lettera del 23 febbraio 1961 a Allen & Unwin «a copy and a version of Ohlmarks’ nonsense»11. Ma è all’interno di quella lettera a Unwin del 1957 che lo scrittore inglese afferma un principio che sarà fondamentale (in positivo e in negativo) per il seguito della sua vicenda editoriale in traduzione:

I do hope that it can be arranged, if and when any further translations are negotiated, that I should be consulted at an early stage – without frightening a shy bird off the eggs. After all, I charge nothing, and can save a translator a good deal of time and puzzling; and if consulted at an early stage my remarks will appear far less in the light of peevish criticisms.12

Ciò avvenne nel caso della traduzione tedesca. Del resto Tolkien, a causa dei riferiti, tormentati precedenti, aveva scelto nel frattempo una linea d’intervento decisamente più attiva. Già nel 1956, nell’imminenza della pubblicazione in Olanda de Il Signore degli Anelli e soprattutto in seguito alle cattiva esperienza dell’edizione svedese dello Hobbit, l’autore inglese aveva scritto al suo editore nella rammentata lettera del 3 aprile:

I regard the text (in all its details) of The Lord of the Rings far more jealously. No alterations, major or minor, re-arrangements, or abridgements of this text will be approved by me – unless they proceed from myself or from direct consultation. I earnestly hope that this concern of mine will be taken account of.13

A ciò corrispondeva la premessa di tali considerazioni, in cui Tolkien affermava senza mezzi termini: «The translation of The Lord of the Rings will prove a formidable task, and I do not see how it can be performed satisfactorily without the assistance of the author»14. L’autrice della prima traduzione tedesca del trilogia tolkieniana sembra aver seguito spontameamente, senza averne la minima cognizione, proprio questi precetti. Nel settembre 1967 Margaret Carroux, tramite l’editore Rayner Unwin, sottopose a Tolkien una sua versione del racconto Foglia di Niggle15, invitandolo a considerare l’opportunità di averla come traduttrice del Signore degli Anelli. Tolkien fu colpito favorevolmente dalla prova di Carroux, e il progetto fu dunque avviato.

2. Margarete Carroux

Carroux, nata a Berlino nel 1912 con il cognome Bister (assunse poi, dopo il matrimonio nel 1948, il nome del marito), intraprese relativamente tardi l’attività di traduttrice, almeno in termini ufficiali: fu solo negli anni Sessanta, infatti, che iniziò a lavorare professionalmente nel settore, dopo essere stata nel dopoguerra responsabile di un’agenzia di stampa internazionale, per la quale svolgeva soprattutto un compito di mediazione tra testate giornalistiche di paesi diversi. Il culmine della sua carriera fu senza dubbio la traduzione del Signore degli Anelli, per il quale ottenne enormi riconoscimenti da parte del pubblico e della critica.

Con Carroux Tolkien, approfittando anche di una sua conoscenza più approfondita della lingua di destinazione, stabilì un contatto che lo portò a suggerire diverse soluzioni e diverse strategie per la traduzione. Per entrare più a fondo nel mondo e nella mente del suo autore, Carroux si recò a far visita a Tolkien nel dicembre 1967, dopo aver tradotto un centinaio di pagine del suo romanzo. L’incontro ebbe luogo il giorno 13 del mese, a Oxford, e a quanto pare non si svolse secondo le circostanze più ideali. Così lo riassume Elsemarie Maletzke in un articolo apparso qualche anno più tardi e basato sulla testimonianza di Carroux:

L’incontro fu gelido. Carroux aveva viaggiato dalla Francia a Oxford con una valigia piena di libri, entusiasta del suo lavoro e curiosa di conoscere Tolkien. Lui la ricevette […] nel garage che aveva trasformato nel suo studio, ma in cui mancava il riscaldamento, taciturno, sgarbato e molto raffreddato. Si dichiarò dispiaciuto di non poterle offrire nulla, dopo quel suo lungo viaggio, ma sua moglie, disse, era ammalata. Avvolta nel suo cappotto, Carroux gli sedette di fronte per un’ora, poi impacchettò di nuovo i suoi libri e trascorse il resto del pomeriggio passeggiando nella vecchia Oxford.16

Carroux, in ogni caso, portò avanti il suo lavoro, contando sull’incoraggiamento di Tolkien, che evidentemente, nonostante i limiti e la freddezza di quell’incontro (Maletzke riporta anche come Tolkien si fosse rifiutato di esaminare insieme a Carroux i passi che la traduttrice voleva sottoporgli, limitandosi a sottolineare la propria disapprovazione per la resa dei brani lirici, che infatti nella versione finale furono affidati a Ebba-Margareta von Freymann17), acquisì via via maggiore confidenza con la sua controparte tedesca, fino a esprimersi in termini elogiativi, come in questa lettera del 29 settembre 1968:

I should certainly not have taken the trouble that I took with your specimens, if I had not felt that you had the sympathy and understanding required, and only needed a little help and some encouragement to per­severe in what is a very difficult task.18

La traduzione di Carroux, che oltre alla sorveglianza diretta di Tolkien si giovò anche delle linee-guida della Nomenclature of The Lord of the Rings19, redatta dall’autore inglese come vademecum dopo i casi delle edizioni olandese e svedese, uscì nel 1969 con il primo volume, dal titolo Die Gefährten, seguito nel 1970 da Die zwei Türme e Die Rückkehr des Königs. L’edizione Carroux passò attraverso un paio di revisioni (la prima nel 1991, a opera di Roswith Krege-Mayer, la seconda nel 2008) e fu nel frattempo affiancata nel 2000 da una nuova traduzione di Wolfgang Krege (all’interno furono mantenute le traduzioni delle poesie di Freymann)20. Fu in base alle linee-guida redatte da Tolkien (utilizzate peraltro anche dalla traduttrice danese, Ida Nyrop Ludvigsen, che in quegli anni pubblicò sia la propria versione dello Hobbit21 che quella del Signore degli anelli22) che Carroux optò per soluzioni non ovvie, come ad esempio quella della scelta del termine Elb per Elf (anche se poi, riconnettendosi al Deutsches Wörterbuch di Jacob Grimm23, deviò dalla soluzione Alb o Alp proposta da Tolkien24), ed evitò trappole che dietro la neutralità arcaicizzante nascondevano imbarazzanti compromissioni con il nazionalsocialismo. In tal senso è illuminante l’esempio del rifiuto della scelta del termine Gau per Shire, che avrebbe corrisposto all’olandese Gouw, utilizzato da Schuchart e a Tolkien gradito, ma avrebbe troppo sonoramente richiamato la lingua corrotta del Terzo Reich (Gau era, all’interno dell’organizzazione amministrativa del Terzo Reich, la denominazione delle singole unità territoriali). Tolkien aveva scritto dubitosamente nella sua Nomenclature che Gau «Gau seems to me suitable in German, unless its recent use in regional reorganisation under Hitler has spoilt this very old word»25. Carroux decise di non lasciare spazio ad ambiguità e tradusse Shire con Auenland (un’espressione che è stata mantenuta nella versione di Krege).

3. Tolkien, la Germania, i tedeschi

Ma l’ombra nera del nazifascismo si proietta a ritroso sulle circostanze che avrebbero permesso di anticipare la presenza di Tolkien in Germania di una ventina di anni. La storia è nota: nel 1938 l’editore tedesco Rütten & Loening propose a Unwin di tradurre per il pubblico tedesco Lo Hobbit, pubblicato l’anno precedente. Nel 1936 la casa editrice, originariamente con sede a Francoforte sul Meno, era stata ceduta ad Albert Hachfeld e trasferita a Potsdam, dopo che i proprietari Wilhelm Ernst Oswalt e Adolf Neumann, di origine ebraica26, erano stati espropriati in seguito alle leggi di Norimberga (Neumann riparò prima in Norvegia, poi in Svezia, mentre Oswalt fu deportato nel 1942 nel campo di concentramento di Sachsenhausen, dove fu trucidato). È dubbio che Tolkien conoscesse nel 1938 le circostanze che avevano portato a quegli avvicendamenti imprenditoriali, ma alla proposta dell’editore tedesco, che indubbiamente lo lusingò, si accompagnava una richiesta che, al contrario, lo irritò profondamente: quella di fornire una “certificazione di arianità”. La vicenda è ricostruibile sulla scorta di una lettera a Stanley Unwin del 25 luglio 1938:

I must say the enclosed letter from Rütten and Loening is a bit stiff. Do I suffer this impertinence because of the possession of a German name, or do their lunatic laws require a certificate of ‘arisch’ origin from all persons of all countries?

Personally I should be inclined to refuse to give any Bestätigung (although it happens that I can), and let a German translation go hang. In any case I should object strongly to any such declaration appearing in print. I do not regard the (probable) absence of all Jewish blood as necessarily honourable; and I have many Jewish friends, and should regret giving any colour to the notion that I subscribed to the wholly pernicious and unscientific race-doctrine.

You are primarily concerned, and I cannot jeopardize the chance of a German publication without your approval. So I submit two drafts of possible answers.27

Dei due «drafts» cui Tolkien accenna, ci resta quello che è conservato negli archivi di Unwin (presumibilmente quello, cioè, che non fu spedito all’editore tedesco) sotto forma di una lettera che reca la stessa data del 25 luglio 1938. Il tono di Tolkien è appena sottilmente ironico, molto più evidentemente venato di sdegno, e il rifiuto di prestarsi ai maneggi e alle pantomime razziste è espresso con decisione:

I regret that I am not clear as to what you intend by arisch. I am not of Aryan extraction: that is Indo-Iranian; as far as I am aware none of my ancestors spoke Hindustani, Persian, Gypsy, or any related dialects. But if I am to understand that you are enquiring whether I am of Jewish origin, I can only reply that I regret that I appear to have no ancestors of that gifted people. My great-great-grandfather came to England in the eighteenth century from Germany: the main part of my descent is therefore purely English, and I am an English subject — which should be sufficient.28

Vi è addirittura, neppure troppo tra le righe, una sfida che Tolkien muove ai suoi interlocutori, nella quale viene messa in dubbio la liceità non solo di porre tali domande, ma di far corrispondere il senso di “tedesco” con ciò che i nazisti pretendono di giudicare tale:

I have been accustomed, nonetheless, to regard my German name with pride, and continued to do so throughout the period of the late regrettable war, in which I served in the English army. I cannot, however, forbear to comment that if impertinent and irrelevant inquiries of this sort are to become the rule in matters of literature, then the time is not far distant when a German name will no longer be a source of pride.29

La lettera si conclude su note di nuova ironia e di altrettanto fermo rifiuto, con un richiamo alla dignità dell’opera al di là della persona del suo autore, tale da gettare un evidente e sprezzante discredito sull’autorità morale dell’intero conglomerato ideologico nazionalsocialista, e un particolare sulla «wholly pernicious and unscientific race-doctrine»:

Your enquiry is doubtless made in order to comply with the laws of your own country, but that this should be held to apply to the subjects of another state would be improper, even if it had (as it has not) any bearing whatsoever on the merits of my work or its sustainability for publication, of which you appear to have satisfied yourselves without reference to my Abstammung.

I trust you will find this reply satisfactory, and

remain yours faithfully,

J. R. R. Tolkien30

Ciò non toglie che Tolkien fosse deluso per l’occasione perduta (in una lettera del 19 dicembre 1939 a Stanley Unwin, a proposito della mancata edizione tedesca dello Hobbit, scrive: «I suppose the German edition of The Hobbit will probably never appear now? It was a great disappointment to my son and myself. We had a bet between us on the version of the opening sentence»31): ma per lui era evidente che accettare quelle premesse avrebbe significato schierare i suoi hobbit nelle file dell’esercito ideologico nazionalsocialista, e lo scendere a patti con il Terzo Reich non fu mai in discussione. Dalla vicenda dei due «drafts», si sprigiona un’aura di potenziale divaricazione, in essa si profila la scelta tra due alternative, una delle quali destinata a realizzarsi solo in ipotesi, come una proiezione letteraria. Chi sa se la lettera effettivamente inviata a Rütten & Loening fosse più dura della bozza che ci è rimasta, più provocatoria, più impertinente? O, invece, più accomodante? E, in questo secondo caso, se fosse stata spedita la versione superstite, quali sarebbero state le reazioni tedesche? Tolkien sarebbe forse entrato nel mirino dei nazisti, come nemico, addirittura come potenziale bersaglio? O forse ciò è avvenuto davvero? Oppure, al contrario, la sua figura nobile e prestigiosa avrebbe potuto esercitare un’attrazione per i nazisti, che avrebbero potuto sentirsi spinti a reclutarlo tra le proprie fila? È questa l’ipotesi di un curioso volume di finzione, uscito anche in Italia qualche anno fa e passato piuttosto inosservato, Il ritorno di Beowulf (The Further Adventures of Beowulf Champion of Middle Earth, 2006), a cura di Brian M. Thomsen, in cui, accanto al poema dell’Ottavo secolo, tradotto in prosa da John Earle, sono presentate storie di autori contemporanei ispirate alla favolosa creatura del mito e al suo mondo. Tra esse, in quattro interludi e una conclusione, si racconta il tentativo da parte di un «ex-studente di Cambridge»32 al soldo di una riconoscibilissima potenza straniera di coinvolgere, tra la tarda estate e l’inizio autunno del 1936, l’autorevole professore di Oxford che aveva «espresso con un conoscente comune una certa ammirazione per le virtù e il patriottismo del popolo tedesco»33, in un progetto che prevedeva la restituzione al suo nucleo germanico delle leggende incardinate intorno al Beowulf, lui che di mostri si intende così bene, come dimostrano le sue lezioni, di cui l’uomo di Cambridge ha letto i resoconti. Ora si tratta di convincerlo a svolgere «una ricerca, molto ben finanziata, sui miti di Beowulf che convergono nella cultura germanica»34.

Il rifiuto sprezzante di Tolkien, nella libera reinvenzione di Thomsen, si basa su una diversa definizione della germanicità rispetto a quella banalizzante e strumentale dei suoi corteggiatori nazisti, e apre la strada a una diversa costruzione – o ricostruzione – del mito, ciò che avverrà nel «libro per bambini»35 che sta per ultimare e nella successiva, vertiginosa proiezione di quell’ispirazione nei panorami del Mondo di Mezzo. Poco importa che l’«uomo di Cambridge» sia stato nella realtà tutt’altro che un fiancheggiatore del Terzo Reich e corrisponda alla figura storica di Guy Burgess, una delle più dotate (e convinte) spie comuniste della storia: anche se poi, nel complicato gioco di rapporti e di ribaltamenti sullo scacchiere britannico della seconda metà degli Trenta, è possibile ipotizzare qualsiasi gioco delle parti. Ma è un gioco che Tolkien rifiuta di giocare, giocando infatti un altro gioco, quello della scrittura, molto più libero, molto più serio36.

4. L’ombra di Wagner

L’invenzione narrativa di Thomsen, in realtà, richiama a paradigma speculativo un argomento consistente, ovvero il rapporto della costruzione fantastica tolkieniana con il repertorio della mitologia nordica e con le sue ricadute, desacralizzazioni e ricostruzioni ideologiche nel percorso fondativo della nazione tedesca: un campo semantico al quale Tolkien non poteva sfuggire, tanto più in un contesto storico in cui molti elementi si erano caricati di valenze sovrastrutturali, contamindosi con le istanze del nazionalismo ottocentesco e anzi talvolta venendo invocati come testimoni di una astorica specificità pangermanica, finendo per configurarsi come simboli esclusivi di un’identità “razziale”37. Ciò che nello Hobbit può ancora restare alla distanza di sicurezza del sorridente divertissement – il confronto con la sacralità del mito e la relazione con le origini – deve necessariamente venire alla luce e affrontato nel Signore degli Anelli. E Il Signore degli Anelli non può fare a meno di confrontarsi con la riscoperta ottocentesca delle antichità germaniche e con Wagner, nonché con le strumentalizzazioni e le sovraimposizioni successive. Tolkien, che a quanto pare detestava Wagner38, segue una strada che, senza ignorare (cosa del resto impossibile) quei modelli, ne aggira abilmente le trappole e le insidie, liberandosi dei loro orpelli ideologici, e li armonizza in una visione che reca con sé gli elementi materiali dei simboli (l’anello, la spada, le creature fantastiche e così via39), ma purificati dei loro bagliori più torbidi, fino a poter affermare con irritato orgoglio la nota sentenza: «Both rings were round, and there the resemblance ceased»40. Restano centrali, tuttavia, alcune intuizioni wagneriane, come la «association of the Ring with machinery»41, come la definisce Arthur Morgan in Medieval, Victorian and Modern: Tolkien, Wagner and The Ring (1992): un concetto moderno, che trascende le fonti medievali d’ispirazione comune.

Ma Wagner era ormai, negli anni Trenta e poi nel dopoguerra, totalmente compromesso con la barbarie nazionalsocialista, e Tolkien poteva riprenderne i motivi solo a patto di cancellarne l’influenza, e anzi, poteva ritenere tale operazione necessaria, come sostiene in termini certo estremi ma efficaci David Day, che in Tolkien’s Ring (2001) ipotizza come «Hitler’s perversion of ‘Germanic’ mythology outraged Tolkien and may have even inspired him to write The Lord of the Rings as a deliberate challenge to Wagner»42.

Comunque sia43, è ovvio che il “problema wagneriano” si sarebbe ripresentato al momento in cui Il Signore degli Anelli, con tutti i suoi apparati folkloristici e mitologici, fosse ritornato in Germania: perché i meccanismi ideologici sono agiti in primo luogo dalla lingua, e ovviamente il pericolo era quello, con il passaggio al tedesco, di ricadere in quei modelli che erano e sono incrostati di ideologia (da qui l’attenzione posta da Tolkien in via preliminare al problema attraverso la casistica dettagliata della sua Nomenclature). Le versioni tedesche, dunque, tanto quella di Carroux quanto quella di Krege, hanno il compito di “resistere” a Wagner, sulla scorta del modello indicato da Tolkien, e in realtà vanno anche oltre tale mandato. Se è inevitabile il ricorrere di termini generici, quasi archetipi (o stereotipi) del mondo fantastico inscenato dal testo (Ring, Schwert, Schatz, Gold, Wanderer e così via), mancano quasi del tutto le parole connotanti che in Wagner hanno una funzione ricorsiva e rimandano al paradigma della perdita della grazia e dell’insoddisfazione del presente. La costellazione Minne/minnen (23 ricorrenze nel Ring wagneriano44); quella Wonne/wonnig (67 ricorrenze); il termine chiave Not (53 ricorrenze): tutto ciò è accuratamente espunto dal lessico del Tolkien tedesco (solo il termine Wonne rientra marginalmente dalla finestra degli inserti lirici45), mentre le espressioni che si riconnettono al paradigma di Schuld ed Erlösung, che costituisce una trave portante della costruzione concettuale wagneriana, vengono impiegati con parsimonia dai traduttori tedeschi, e Alb, che ricorre in Wagner e, come si è visto, è sia pur dubitosamente suggerito da Tolkien, viene evitato dai traduttori e sostituito dal meno compromesso Elb: manca cioè, in definitiva, quella costruzione di una dimensione di estenuato languore, di proiezione verso un passato idealizzato e da restaurare che apre la strada alla trasfigurazione attraverso l’espiazione che è la corda sulla quale vibra il decadentismo wagneriano, sostituito qui da un moto di gioiosa appropriazione della vita, che viene agito attraverso il recupero di materiali eroico-mitologici in parte uguali, ma espresso per il tramite di un patrimonio lessicale del tutto differente.

5. In conclusione

La libertà del suo rifiuto non impedì a Tolkien di vedere alla fine pubblicato The Hobbit in Germania esattamente venti anni dopo la sua uscita, nel 1957, per l’editore Paulus, con la traduzione di Walter Scherf e un titolo che lasciava pochi dubbi sul suo pubblico di destinazione: Kleiner Hobbit und der große Zauberer (“Il piccolo hobbit e il grande mago”). L’edizione fu illustrata da Horus Engels, che per lunghi anni si era prodigato perché il libro vedesse la luce (già nell’immediato dopoguerra, il 7 dicembre 1946, Tolkien scriveva a Stanley Unwin: «I continue to receive letters from the poor Horus Engels about a German translation»46), con una serie di immagini che, a partire dalla copertina, riducevano a caricatura i personaggi tolkieniani, ciò che suscitò fin dall’inizio una certa disapprovazione da parte dello scrittore inglese:

He has sent me some illustrations (of the Trolls and Gollum) which despite certain merits, such as one would expect of a German, are I fear too ‘Disnified’ for my taste: Bilbo with a dribbling nose, and Gandalf as a figure of vulgar fun rather than the Odinic wanderer that I think of.47

Ma si trattava, appunto, di un libro per bambini, e Tolkien doveva sapere bene che la dimensione giocosa delle illustrazioni, della, lingua, della storia, era in fondo uno sberleffo alle grigie corazze naziste, alla funerea pomposità pseudogermanica, un atto a suo modo rivoluzionario.48

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http://www.tolkienlibrary.com/reviews/dutch-lotr.htm, cons. 20 agosto 2020

1 BUSCHE JÜRGEN, Am Liebsten lesen sie Tolkien. Die Studenten und ihre Bücher, Lust und Last, in FAZ 28, 2 febbraio 1979, p. 25.

2 Nel 2000 l’uscita di una nuova traduzione, a cura di Wolfgang Krege, ha acceso grosse discussioni in Germania, e ha visto i fan schierarsi in parte a favore di questa operazione di restyling e in parte in difesa della traduzione di Carroux. Sulle differenze di traduzione e sui presunti errori di Krege non ho intenzione di soffermarmi: si veda al proposito il succinto, ma calibrato intervento di Frank Weinreich, filosofo e studioso tolkieniano, curatore con Thomas Honegger dei due volumi Tolkien and Modernity (Walking Tree Publishers, Zürich-Bern 2006), datato giugno 2001 e apparso sul suo sito Polyoinos (http://polyoinos.net/tolk_stuff/translation.htm, consultato il 14 agosto 2020). Le due traduzioni, entrambe pubblicate dalla casa editrice Klett-Cotta, hanno convissuto e convivono tuttora sul mercato editoriale.

3 Per un’utile rassegna sinottica delle traduzioni tolkieniane (sia pure ferma all’inizio degli anni Novanta) si vedano: GOODKNIGHT GLEN H., Tolkien in Translation, in «Mythlor 9, 2-1982, pp. 22-27; e GOODKNIGHT GLEN H. , Tolkien in Translation, in «Mythlore» 18, 3-1992 [SPECIAL J.R.R. TOLKIEN CENTENARY ISSUE], pp. 61-69.

4 Per una storia della vicenda editoriale della trilogia tolkieniana in versione olandese, si veda http://www.tolkienlibrary.com/reviews/dutch-lotr.html Consultato il 20 agosto 2020.

5 TOLKIEN J. R. R., The Letters of J. R. R. Tolkien, ed. by Humphrey Carpenter with the assistance of Christopher Tolkien, HarperCollins, London 2006, n. 204.

6 Letters, n. 190.

7 Nel 2004-05 è uscita una nuova traduzione di Erik Andersson con il titolo Ringarnas herre. Per le differenze principali tra le due versioni, specialmente riguardo ai nomi propri, si veda: http://www.tolkiensarda.se/new/ardangole/namnl_lrrhhr.html (consultato l’11 agosto 2020). Ohlmarks intanto, scomparso nel 1984, esasperato dagli attacchi portatigli da Tolkien e soprattutto dal suo fandom, aveva pubblicato poco prima della sua morte, nel 1982, un saggio dal titolo Tolkien och den svarta magin (“Tolkien e la magia nera”), dedicato alla deriva esoterica e parafascista delle associazioni tolkieniane in Svezia. Paradossalmente lui stesso, che era stato attivo in Germania durante il Terzo Reich (come lettore di svedese a Tübingen nel 1934-35 e docente di svedese a Greifswald tra il 1941 e il 1945), fu sospettato di simpatie naziste, ma anche di spionaggio per gli Alleati (cfr. MARELL ANDERS, Åke Ohlmarks – schwedischer Lektor, Nazimitläufer und/oder Geheimagent?, in «Germanisten» 1-3, 3-1998, pp. 93-100).

8 Letters, n. 188.

9 Letters, n. 204.

10 Letters, n. 229.

11 Ivi.

12 Letters, n. 204.

13 Letters, n. 190.

14 Ivi.

15 Pubblicato da Klett-Cotta nel 1975 come Blatt von Tüftler, all’interno del volume Fabelhafte Geschichten, insieme alle traduzioni tedesche di Giles of Ham e Smith of Wootton Major.

16 MALETZKE ELSEMARIE, Gegen die »Lektorateneinheitssoße«, in «Börsenblatt für den deutschen Buchhandel» 73 (13 settembre 1977), p. 65.

17 Cfr. ivi.

18 Citato da: HAMMOND WAYNE G., SCULL CHRISTINA, The J. R. R. Tolkien Companion & Guide, HarperCollins, London 2006, p. 733.

19 Pubblicata per la prima volta come: TOLKIEN J.R.R., TOLKIEN CHRISTOPHER (ed.), Guide to the Names in The Lord of the Rings, in A Tolkien Compass, ed. LOBDELL JARED , Open Court, La Salle, Ill. 1975, pp. 153-201.

20 La differenza più vistosa è quella nel titolo della terza parte del ciclo: Die Rückkehr des Königs nella versione di Carroux, Die Wiederkehr des Königs in quella di Krege (nel 2012 il titolo venne poi modificato dall’editore Klett-Cotta anche nella traduzione di Krege e fu ristabilita la scelta di Carroux, Die Rückkehr des Königs). Sulle convergenze e le differenze tra le due traduzioni si veda NAGEL RAINER, Verschiedene Interpretationen eines Textes als Grundlage von Übersetzungsstrategie. Die »alte« und die »neue« deutsche HdR-Übersetzung, in, «Hither Shore» 1 (2004), p. 85–117. Molti articoli affrontano aspetti specifici del rapporto tra i testi di Carroux e Krege, come ad esempio quello della resa delle forme pronominali della seconda persona singolare in: SMITH ARDEN R., Duzen and Ihrzen in the German Translation of The Lord of the Rings, in «Mythlore» 21, 1-1995, pp. 33-34, 36-40. Al di là delle discussioni tecnico-linguistiche, sul confronto Carroux-Krege si è scatenata una tempesta nel mondo degli appassionati, le cui posizioni sono molto – e spesso acriticamente – estreme, e tutto sommato abbastanza bilanciate tra “conservatori” e “innovatori”. Si veda anche la nota 2 e il testo di Frank Weinreich lì menzionato.

21 Hobbitten, eller ud og hjem igen, Gyldendal, København 1969.

22 Ringenes Herre, Gyldendal, København 1968-1972.

23 Cfr. GRIMM JACOB, Deutsches Wörterbuch, Bd. 3, Hirzel, Leipzig 1862, p. 401.

24 Scrive Tolkien nella sua Nomenclature of The Lord of the Rings alla voce Elven-smiths”:

With regard to German: I would suggest with diffidence that Elf, elfen are perhaps to be avoided as equivalents of elf, elven. Elf is, I believe, borrowed from English, and may retain some of the associations of a kind that I should particularly desire not to be present (if possible): for example those of Drayton or of A Midsummer Night’s Dream (in the translation of which, I believe, Elf was first used in German). That is, the pretty, fanciful reduction of ‘elf’ to a butterfly-like creature inhabiting flowers.I wonder whether the word Alp (or better still the form Alb, still given in modern dictionaries as a variant, which is historically the more normal form) could not be used. It is the true cognate of English elf; and if it has senses nearer to English oaf, referring to puckish and malicious sprites, or to idiots regarded as ‘changelings’, that is true also of English elf. I find these debased rustic associations less damaging than the ‘pretty’ literary fancies. The Elves of the ‘mythology’ of The Lord of the Rings are not actually equatable with the folklore traditions about ‘fairies’, and as I have said (III 415) I should prefer the oldest available form of the name to be used, and left to acquire its own associations for readers of my tale. (TOLKIEN J. R. R., Nomenclature of The Lord of the Rings, in HAMMOND WAYNE G., SCULL CHRISTINA, The Lord of the Rings. A Reader’s Companion, HarperCollins, London 2005, p. 756).

25 Ivi, p. 775.

26 Della stessa origine erano i fondatori dell’impresa editoriale nel 1844, Joseph Rütten e Zacharias Löwenthal (che in seguito cambiò il proprio nome in Karl Friedrich Loening: da qui il marchio della casa editrice). Già nel 1845 arrivò il successo con la pubblicazione di Struwwelpeter (“Pierino Porcospino”) di Heinrich Hoffmann, confermato in seguito da un imponente serie di pubblicazioni. Al prestigio della casa editrice contribuì tra gli altri Martin Buber, che tra il 1905 e il 1915 ne assunse la direzione editoriale.

27 Letters, n. 29.

28 Letters, n. 30.

29 Ivi.

30 Ivi.

31 Letters, n. 37.

32 THOMSEN BRIAN M., Beowulf e il maestro dei suoi critici. Primo interludio, in Il ritorno di Beowulf, a cura di THOMSEN BRIAN M., trad. di FRANCAVILLA ANTONIETTA MARIA, Mondadori, Milano 2010, p. 107.

33 Ivi, pp. 107-08.

34 THOMSEN BRIAN M., Beowulf e il maestro dei suoi critici. Terzo interludio, in Il ritorno di Beowulf, cit., p. 189.

35 THOMSEN BRIAN M., Beowulf e il maestro dei suoi critici. Conclusione, in Il ritorno di Beowulf, cit., p. 263.

36 Sulla riscrittura fantastica del Beowulf curata da Thomsen si veda: FERRARI FULVIO, Beowulf sulle strade del fantasy, in BUZZONI MARINA, CAMMAROTA MARIA GRAZIA, FRANCINI MARUSCA (a cura di), Medioevi moderni – Modernità del medioevo, Edizioni Ca’ Foscari, Venezia 2013, pp. 41-56, e in part. pp. 46-51. Ferrari fa tra l’altro chiarezza sul ruolo storico di Burgess come spia sovietica e scrive che “la sua frequentazione, a metà degli anni Trenta, di ambienti inglesi di estrema destra aveva lo scopo di mascherare le sue reali posizioni politiche e attività filosovietiche” (ivi., p. 47).

37 Sul decostruirsi e ricostruirsi del “noi” e “loro” fondativo dell’identità pangermanica in The Lord of the Rings, si veda: WERBER NIELS, Geo- and Biopolitics of Middle-Earth: A German Reading of Tolkien’s “The Lord of the Rings”, in «New Literary History» 36, 2-2005, pp. 227-246.

38 Cfr. SHIPPEY TOM, The Road to Middle-earth, Houghton Mifflin, Boston 2003, p. 344.

39 Per sintetizzare tali temi con le parole di Shippey: «The motifs of the riddle-contest, the cleansing fire, the broken weapon preserved for an heir, all occur in both works, as of course does the theme of ‘the lord of the Ring as the slave of the Ring’, des Ringes Herr als des Ringes Knecht». (SHIPPEY TOM, The Road to Middle-earth, cit., pp. 343-44). Sui rapporti con Wagner specialmente in relazione agli oggetti del potere e al potere degli oggetti nella dimensione della responsabilità individuale si veda anche: NIEHAUS MICHAEL, Dinge der Macht. „Der Ring des Nibelungen” und „Der Herr der Ringe”, in «Zeitschrift für Germanistik», Neue Folge 22, 1-2012, pp. 72-88.

40 Letters, n. 229.

41 MORGAN ARTHUR , Medieval, Victorian and Modern. Tolkien, Wagner, and The Ring, in A Tribute to J.R.R. Tolkien, ed. GRAY ROSEMARY , UNISA Medieval Association, Pretoria 1992, p. 25.

42 DAY DAVID, Tolkien’s Ring, Pavilion, London 2001, p. 179.

43 Per una sintesi esaustiva dell’ampio dibattito sul tema Tolkien-Wagner si veda: MCGREGOR JAMIE, Two Rings to Rule them All: A Comparative Study of Tolkien and Wagner, in «Mythlore» 29, 3/4-2011, pp. 133-153. Uno studio sistematico dell’argomento è quello di VINK RENÉE, Wagner and Tolkien: Mythmakers, Walking Tree Publ., Zurich 2012.

44 Qui e in seguito si fa riferimento a WAGNER RICHARD, Der Ring des Nibelungen. Ein Bühnenfestspiel für drei Tage und einen Vorabend, Textbuch mit Varianten der Partitur, herausgegeben und kommentiert von Egon Voss, Reclam, Stuttgart 2018.

45 Nel composto wonnereich, sia in CARROUX (Bd. 1, p. 118) che in KREGE (Bd. 1, p. 103). In Carroux troviamo anche un wonnevoll (Bd. 1, p. 33). Le edizioni di riferimento di Der Herr der Ringe sono per Carroux: Der Herr der Ringe: Die Gefährten (1969); Der Herr der Ringe: Die zwei Türme (1970); Der Herr der Ringe: Die Rückkehr des Königs (1970), Klett; e per Krege Der Herr der Ringe: Die Gefährten, Der Herr der Ringe: Die zwei Türme e Der Herr der Ringe: Die Wiederkehr des Königs (2000), Klett-Cotta.

46 Letters, n. 107.

47 Ivi.

48 La traduzione di Scherf è stata più volte aggiornata nel corso del tempo (già la seconda edizione del 1967 cambiava il titolo in Der kleine Hobbit) e affiancata nel 1997 da quella di Wolfgang Krege per l’editore Klett-Cotta, intitolata Der Hobbit oder Hin und zurück e basata sulla nuova edizione dell’originale rivista da Tolkien nel 1966.

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