Andrea Bontempo, INTERVISTA ALLA PROF.SSA ROBERTA CAPELLI (Università degli Studi di Trento) sulla pubblicazione del primo numero della rivista «I Quaderni di Arda»

Professoressa Capelli, le premesse e gli scopi dei Quaderni di Arda sono chiaramente espressi nella presentazione sul sito web e nella prefazione del primo numero della rivista, rispecchiando il parere dell’intera redazione. Quali sono invece le sue personali aspettative?

«I Quaderni di Arda sono, a mio avviso, un’opportunità per sviluppare il rapporto dialettico nello scambio intellettuale tra studiosi e appassionati di Tolkien: questo è anche il motore delle iniziative scientifiche che il nostro Dipartimento di Lettere e Filosofia ha organizzato negli ultimi anni e che porterà ad un nuovo convegno internazionale tolkieniano, alla fine del 2020 o all’inizio del 2021».

Qual è lo stato dell’arte degli studi su Tolkien – definito nella presentazione della rivista «un autore che è a tutti gli effetti un classico del Novecento, ma ancora estremamente influente sulla produzione letteraria e artistica» – in Italia, in ambito accademico e non? Qual è il confine tra un’analisi e un’interpretazione scientificamente corretta e canonica di un fenomeno ormai così popolare e ciò che viene prodotto nel fandom? Nell’opinione comune, visti anche gli enormi investimenti in termini di merchandising e nel settore ludico, spesso Il Signore degli Anelli viene accostato alla saga di Star Wars, a quella di Harry Potter o, più recentemente, a quella di Game of Thrones

«The Hobbit e The Lord of the Rings possono essere considerati dei classici tout court, fuori dal tempo, destinati ad attraversare le epoche senza invecchiare e senza perdere la loro forza identificativa sul pubblico. Italo Calvino diceva che un classico è un libro che si configura come l’equivalente dell’universo, che non ha mai finito di dire quel che ha da dire e che, pur alimentandosi dell’attualità di chi lo scrive, la supera e la sublima. Mi sembra che lo stesso valga per il mondo alternativo di Tolkien, che continua a stupirci e nel quale continuiamo a scoprire nuove piste di lettura e riflessione. Le avventure di Star Wars non hanno la solidità mitopoietica di quelle della Terra di Mezzo, Harry Potter resta una storia per bambini, Game of Thrones è una saga per adulti. Il fantasy tolkieniano è per tutti e costruisce una realtà altra, nella quale chiunque, a qualunque età, può trovare una propria collocazione. Personalmente, il “fenomeno Tolkien” nella cultura pop mi pare dimostri che la buona letteratura parla molte lingue e conosce molti linguaggi. L’opera di Tolkien non è solo un “oggetto di studio” passivo, ma un “prodotto culturale” attivo, le cui ramificazioni nella cultura di massa rendono, a parer mio, imprescindibile un allargamento dell’interesse accademico anche alle cause e alle manifestazioni di questa fortuna proteiforme».

Lei ritiene possibile e auspicabile una trasposizione cinematografica del Silmarillion, l’opera incompiuta di Tolkien – curata e pubblicata solo dopo la sua morte dal figlio Christopher – come sognano molti fan?

«Possibile sì, auspicabile no: il Silmarillion è un’opera repertoriale incompleta e incompiuta e tale, secondo me, dovrebbe restare. Gli interventi postumi sul dossier genetico tolkieniano possono avere una loro utilità esegetica e divulgativa, ma producono pur sempre dei “falsi”. Per deformazione professionale sono contraria ai progetti fanta-filologici, soprattutto a fini commerciali».

Qual è la sua posizione rispetto all’acceso dibattito sulla nuova traduzione di Ottavio Fatica del Signore degli Anelli-La compagnia dell’Anello?

«Ho letto Tolkien solo in lingua originale e, in tutta sincerità, queste recenti polemiche mediatiche non incentivano la mia curiosità né verso la vecchia, né verso la nuova traduzione italiana. Comunque, premesso che la traduzione perfetta non esiste e ogni traduzione letteraria è per sua natura un epifenomeno soggetto a rapida obsolescenza, penso che a mezzo secolo dalla precedente, ci sia spazio e forse anche bisogno di un’altra versione, aggiornata sulla lingua, sul gusto e sulle conoscenze di oggi».

Qual è il suo personaggio preferito del Signore degli Anelli e dello Hobbit e perché?

«In entrambi i casi Gollum, perché è una vittima delle tenebre, più che un portatore di oscurità: è una creatura bruta (e brutta) incapace di progredire, che suscita allo stesso tempo ripugnanza e tristezza, alla quale è negata la redenzione ma anche la grandezza nel Male. È un po’ la nostra metà oscura che cerchiamo di addomesticare, ma che rimane attaccata agli istinti primari».

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