Andrea Bontempo, INTERVISTA ALLA PROF.SSA ROBERTA CAPELLI (Università degli Studi di Trento) sulla pubblicazione del primo numero della rivista «I Quaderni di Arda»

Professoressa Capelli, le premesse e gli scopi dei Quaderni di Arda sono chiaramente espressi nella presentazione sul sito web e nella prefazione del primo numero della rivista, rispecchiando il parere dell’intera redazione. Quali sono invece le sue personali aspettative?

«I Quaderni di Arda sono, a mio avviso, un’opportunità per sviluppare il rapporto dialettico nello scambio intellettuale tra studiosi e appassionati di Tolkien: questo è anche il motore delle iniziative scientifiche che il nostro Dipartimento di Lettere e Filosofia ha organizzato negli ultimi anni e che porterà ad un nuovo convegno internazionale tolkieniano, alla fine del 2020 o all’inizio del 2021».

Qual è lo stato dell’arte degli studi su Tolkien – definito nella presentazione della rivista «un autore che è a tutti gli effetti un classico del Novecento, ma ancora estremamente influente sulla produzione letteraria e artistica» – in Italia, in ambito accademico e non? Qual è il confine tra un’analisi e un’interpretazione scientificamente corretta e canonica di un fenomeno ormai così popolare e ciò che viene prodotto nel fandom? Nell’opinione comune, visti anche gli enormi investimenti in termini di merchandising e nel settore ludico, spesso Il Signore degli Anelli viene accostato alla saga di Star Wars, a quella di Harry Potter o, più recentemente, a quella di Game of Thrones

«The Hobbit e The Lord of the Rings possono essere considerati dei classici tout court, fuori dal tempo, destinati ad attraversare le epoche senza invecchiare e senza perdere la loro forza identificativa sul pubblico. Italo Calvino diceva che un classico è un libro che si configura come l’equivalente dell’universo, che non ha mai finito di dire quel che ha da dire e che, pur alimentandosi dell’attualità di chi lo scrive, la supera e la sublima. Mi sembra che lo stesso valga per il mondo alternativo di Tolkien, che continua a stupirci e nel quale continuiamo a scoprire nuove piste di lettura e riflessione. Le avventure di Star Wars non hanno la solidità mitopoietica di quelle della Terra di Mezzo, Harry Potter resta una storia per bambini, Game of Thrones è una saga per adulti. Il fantasy tolkieniano è per tutti e costruisce una realtà altra, nella quale chiunque, a qualunque età, può trovare una propria collocazione. Personalmente, il “fenomeno Tolkien” nella cultura pop mi pare dimostri che la buona letteratura parla molte lingue e conosce molti linguaggi. L’opera di Tolkien non è solo un “oggetto di studio” passivo, ma un “prodotto culturale” attivo, le cui ramificazioni nella cultura di massa rendono, a parer mio, imprescindibile un allargamento dell’interesse accademico anche alle cause e alle manifestazioni di questa fortuna proteiforme».

Lei ritiene possibile e auspicabile una trasposizione cinematografica del Silmarillion, l’opera incompiuta di Tolkien – curata e pubblicata solo dopo la sua morte dal figlio Christopher – come sognano molti fan?

«Possibile sì, auspicabile no: il Silmarillion è un’opera repertoriale incompleta e incompiuta e tale, secondo me, dovrebbe restare. Gli interventi postumi sul dossier genetico tolkieniano possono avere una loro utilità esegetica e divulgativa, ma producono pur sempre dei “falsi”. Per deformazione professionale sono contraria ai progetti fanta-filologici, soprattutto a fini commerciali».

Qual è la sua posizione rispetto all’acceso dibattito sulla nuova traduzione di Ottavio Fatica del Signore degli Anelli-La compagnia dell’Anello?

«Ho letto Tolkien solo in lingua originale e, in tutta sincerità, queste recenti polemiche mediatiche non incentivano la mia curiosità né verso la vecchia, né verso la nuova traduzione italiana. Comunque, premesso che la traduzione perfetta non esiste e ogni traduzione letteraria è per sua natura un epifenomeno soggetto a rapida obsolescenza, penso che a mezzo secolo dalla precedente, ci sia spazio e forse anche bisogno di un’altra versione, aggiornata sulla lingua, sul gusto e sulle conoscenze di oggi».

Qual è il suo personaggio preferito del Signore degli Anelli e dello Hobbit e perché?

«In entrambi i casi Gollum, perché è una vittima delle tenebre, più che un portatore di oscurità: è una creatura bruta (e brutta) incapace di progredire, che suscita allo stesso tempo ripugnanza e tristezza, alla quale è negata la redenzione ma anche la grandezza nel Male. È un po’ la nostra metà oscura che cerchiamo di addomesticare, ma che rimane attaccata agli istinti primari».

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Andrea Bontempo, INTERVISTA AL PROF. FULVIO FERRARI (Università degli Studi di Trento) sulla pubblicazione del primo numero della rivista «I Quaderni di Arda»

Professor Ferrari, le premesse e gli scopi dei Quaderni di Arda sono chiaramente espressi nella presentazione sul sito web e nella prefazione del primo numero della rivista, rispecchiando il parere dell’intera redazione. Quali sono invece le sue personali aspettative rispetto a questa nuova impresa editoriale e qual è stato e quale sarà il contributo del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Trento, promotore e organizzatore del convegno accademico internazionale «Tolkien e la letteratura della Quarta Era» (Trento, dicembre 2017)?

«Per quanto mi riguarda, spero che la rivista svolga un ruolo importante nell’ampliare il dibattito critico su Tolkien e, più in generale, sulla letteratura fantastica. In Italia, purtroppo, la discussione su Tolkien è ancora appesantita dalle indebite appropriazioni politiche che della figura del Professore sono state compiute fin dagli anni Settanta, e anche dalle reazioni spesso poco meditate a tali appropriazioni. Il risultato sono le battaglie verbali che ancora oggi imperversano sui social e che ben poco hanno a che fare con l’approfondimento degli studi su Tolkien e sul fantasy. Credo che negli ultimi anni siano stati fatti progressi importanti negli studi italiani, progressi che hanno spostato tali studi su tutt’altro livello di confronto. La mia speranza, da un lato, è che la rivista rafforzi questa tendenza e allarghi il numero di studiosi e di contributi, dall’altro che sappia dialogare anche con il fandom, contribuendo a favorire in tutti gli appassionati una lettura più complessa, e dunque più ricca, delle opere tolkieniane e, in generale, della letteratura fantastica.

Credo si possa affermare, senza peccare di presunzione, che il Dipartimento di Lettere e Fiolosofia dell’Università di Trento abbia svolto un ruolo di rilievo nella recente evoluzione degli studi sul Tolkien, prima con il Convegno internazionale del 2015 sulle opere minori del Professore (“All’ombra del Signore degli Anelli”, maggio 2015), i cui atti sono stati pubblicati dall’editore veronese Delmiglio, e poi con il convegno su “Tolkien e la letteratura della Quarta Era”, di cui sono stati recentemente pubblicati i contributi sui “Quaderni di Arda”. Nel nostro Dipartimento opera un gruppo di docenti che, con competenze e da angolazioni diverse, si è occupato dell’opera tolkieniana e proprio la varietà di approcci scientifici credo sia stata preziosa per dare impulso a questi studi. Su questa strada intendiamo continuare e già ora è allo studio una proposta per un nuovo convegno da tenersi a fine 2020».

I Quaderni di Arda mirano a diventare la rivista di riferimento per gli studi tolkieniani in Italia? Quali sono i rapporti con Endóre (al secolo La Terra di Mezzo), «l’unica rivista autonoma interamente dedicata a Tolkien in Italia», nata nel 1999?

«Mi sembra che le due riviste abbiano finalità diverse, e nella consapevolezza di questa differenza ci sono studiosi che collaborano a entrambe. I Quaderni di Arda ha un taglio di tipo critico-scientifico: non si rivolge esclusivamente al mondo universitario, ma il taglio degli interventi è innegabilmente di tipo accademico, il che – vorrei sottolineare – non significa affatto pedante o noioso».

Quali sono gli elementi di novità e di originalità più importanti nel campo degli studi su Tolkien e la sua opera che emergono dagli atti del convegno trentino del 2017 contenuti nel primo numero della rivista?

«Tolkien era una persona estremamente reticente sia a rivelare le sue fonti di ispirazione sia a esprimere giudizi critici sui suoi colleghi scrittori (totalmente differente, in questo, da H.P. Lovecraft che era attivo sia come critico che come narratore). Questa reticenza ha un po’ avvalorato l’ipotesi di un Tolkien “alieno”, isolato dal contesto culturale in cui operava. Mi sembra che gli atti del convegno rivelino con chiarezza come, invece, Tolkien sia parte integrante del tessuto letterario del Novecento, sia pure assumendo una posizione del tutto particolare».

Gli interventi del convegno hanno tracciato molti legami e parallelismi tra l’opera di Tolkien e la produzione letteraria del suo tempo, accostandolo ad alcuni grandi scrittori del Otto-Novecento (Morris, Woolf, Lovecraft, Pound, Yeats, Asimov). Sotto quali altre teorie critiche nuove può essere analizzato il ruolo e il valore dell’opera di Tolkien all’interno del panorama letterario globale?

«Tolkien è un intero continente, e Il Signore degli Anelli è un’opera che in modo sia esplicito sia implicito crea un intero universo. Credo che ogni teoria critica possa trovarvi materiale per l’analisi. Personalmente sono molto affascinato dalle tecniche di costruzione dei mondi letterari. Tolkien stesso ne parla, usando il termine “sub creazione”, nel suo saggio sulle fiabe, e negli ultimi anni sia la sua tecnica sia la sua teoria sono state messe a confronto con le moderne teorie sui mondi di finzione. C’è poi tutta la questione più strettamente filologica. L’immenso materiale raccolto dal figlio Christopher nei dodici volumi della History of Middle Earth e il materiale ancora inedito sono ancora un territorio ampiamente inesplorato».

Qual è lo stato dell’arte degli studi su Tolkien – definito nella presentazione dei Quaderni di Arda «un autore che è a tutti gli effetti un classico del Novecento, ma ancora estremamente influente sulla produzione letteraria e artistica» – in Italia, in ambito accademico e non? Vi è una certa resistenza a dedicargli corsi universitari o saggi di rilievo? Qual è il confine tra un’analisi, un approfondimento critico, un’interpretazione scientificamente corretta e canonica di un fenomeno ormai così popolare e ciò che viene prodotto nel fandom? Nell’opinione comune, visti anche gli enormi investimenti in termini di merchandising e nel settore ludico, spesso il Signore degli Anelli viene accostato alla saga di Star Wars, a quella di Harry Potter o, più recentemente, a quella di Game of Thrones…

«Negli ultimi decenni, in campo internazionale, gli studi su Tolkien e la sua opera si sono moltiplicati grazie soprattutto a studiosi di grande competenza quali Tom Shippey e Verlyn Flieger (solo per fare due nomi), ma anche a studiosi di una generazione più giovane, come Thomas Honegger, cui si deve anche l’esistenza di una casa editrice specializzata come la Walking Tree Publication. In Italia, per lungo tempo, il mondo accademico ha guardato a Tolkien con sospetto, quando non addirittura con avversione, un po’ perché considerato letteratura d’evasione, banale o “regressiva”, e un po’ perché, come si diceva, “sequestrato” da una lettura politicizzata di stampo tradizionalista, reazionario e oscurantista. Nell’arco degli ultimi dodici anni, tuttavia, anche grazie all’operato di una associazione culturale seria come l’AIST (Associazione Italiana di Studi Tolkieniani) il dibattito italiano si è sempre più allineato, per così dire, a quello internazionale, aprendosi così anche ai contributi di tipo critico, scientifico e filologico del mondo universitario».

In generale è l’intero genere fantasy a essere spesso relegato ai margini della letteratura tout court. Eppure lei nelle conclusioni del suo intervento scrive: «Soprattutto grazie a Tolkien, inoltre, il fantasy ha assunto una posizione più centrale nel sistema culturale. Come alcuni grandi autori di fantascienza (pensiamo ad esempio a Philip Dick o a James Graham Ballard) hanno aperto la possibilità a quel genere letterario di produrre opere riconosciute come “canoniche” per la qualità della scrittura e dell’invenzione artistica, così anche Tolkien ha strappato il fantasy agli ambiti più ristretti – per quanto indubbiamente ricchi di creatività e di forza mitopoietica – della narrativa di genere, rendendo possibile alle generazioni successive pubblicare opere che, pur rimanendo riconoscibili come romanzi fantasy, parlano a un pubblico molto più esteso del fandom, aspirando legittimamente a una collocazione nel canone letterario contemporaneo». Qual è la sua riflessione in merito?

«Questo per me è un punto fondamentale. L’accademia italiana ha sempre nutrito un certo aristocratico disprezzo per la letteratura “di genere”, considerata priva di interesse per un’analisi critica, salvo poi scoprire, con decenni di ritardo, la grandezza letteraria di autori come Philip Dick, Georges Simenon o Raymond Chandler. Oggi c’è una certa difficoltà a riconoscere che una grande percentuale di lettori, ci piaccia o meno, legge quasi esclusivamente fantasy. Questo dovrebbe essere di per sé sufficiente a spingerci a studiare il fenomeno, a indagare le ragioni di questo successo, inimmaginabile qualche decennio fa. Ma anche dal punto di vista della qualità specificamente letteraria (la struttura narrativa, lo stile, la costruzione del mondo finzionale) autori contemporanei come China Miéville o Neil Gaiman non possono impunemente essere ignorati, così come non mi sembra sensato ignorare che proprio tramite le tecniche narrative del fantasy si sviluppa un discorso critico sul nostro tempo, la nostra cultura, noi. Poi, certo, c’è pessima o mediocre letteratura fantasy, come in qualsiasi altro genere letterario».

Cosa hanno determinato in termini di successo, diffusione e approfondimento dell’opera di Tolkien le saghe cinematografiche – entrambe dirette da Peter Jackson – del Signore degli Anelli (2001-2003) e dello Hobbit (2012-2014)? Si può inoltre parlare di un prima e di un dopo rispetto a queste due trilogie nel campo degli studi su Tolkien?

«Ho l’impressione che le saghe cinematografiche abbiano contribuito a una massiccia ripresa della lettura di Tolkien in tutto il mondo. Per quanto invece riguarda gli studi, non credo che il loro ruolo sia stato fondamentale. L’interesse critico per Tolkien si è sviluppato gradualmente, con la lenta ma costante penetrazione, a livello internazionale, dell’interesse per la sua opera negli ambienti accademici. Certo, l’accresciuta popolarità di Tolkien dovuta alle trasposizioni cinematografiche ha allargato il potenziale pubblico di lettori delle opere critiche, e il maggior numero di giovani appassionati ha probabilmente comportato un netto aumento delle tesi di laurea. Dati oggettivi, però, non ne ho».

Lei ritiene possibile e auspicabile una trasposizione cinematografica del Silmarillion, l’opera incompiuta di Tolkien – curata e pubblicata solo dopo la sua morte dal figlio Christopher – come sognano molti fan?

«Non saprei. Il Silmarillion, a differenza dello Hobbit e del Signore degli Anelli, traccia un immenso affresco di vicende e di personaggi, a partire fin dalla cosmogonia tolkieniana. Una trasposizione cinematografica potrebbe probabilmente realizzare delle immagini di grande bellezza, ma comprimere la narrazione – conservandone la comprensibilità – in un numero limitato di ore mi sembra molto difficile. Diverso sarebbe se venissero trasposte singole tracce narrative. Bisogna anche tenere conto che il Silmarillion è una costruzione di Christopher, basata sugli inediti del padre poi pubblicati nella History of Middle Earth. Pescare direttamente dalla History potrebbe essere più facile e, anche, filologicamente più corretto».

Cosa si aspetta dalla serie tv sul Signore degli Anelli, prodotta da Amazon e annunciata per il 2021? Sono già confermate due stagioni (su cinque auspicate) e molto probabilmente diventerà la più costosa serie tv di sempre. Si sa poco sulla trama, forse riguarderà eventi precedenti a quelli narrati nella Compagnia dell’Anello.

In ogni caso, non c’è il rischio che si tratti di un mero tentativo di speculazione su un prodotto e un format di comprovato successo (la proverbiale “mucca da mungere”) per inseguire il successo televisivo di Game of Thrones (di cui peraltro nei prossimi anni usciranno serie spin-off, ambientate in quel mondo ma su storie diverse), contribuendo peraltro a incasellare sempre più l’opera di Tolkien nella cultura mainstream e facendone così perdere di vista lo straordinario valore letterario?

«Il rischio è insito in operazioni di questo tipo. Naturalmente sarebbe azzardata qualsiasi considerazione in questo momento, in cui si sa ancora poco o niente del progetto. Che l’interesse sia di tipo commerciale è evidente e, direi, inevitabile nel contesto storico in cui viviamo. Da un lato credo che la serie andrà valutata per quello che è, una serie televisiva. Dall’altro lato è possibile che questo produca un approfondimento del solco che separa i tolkieniani amanti della letteratura e i fruitori acritici di prodotti dell’industria culturale del fantastico spettacolare».

Qual è la sua posizione rispetto all’acceso dibattito sulla nuova traduzione di Ottavio Fatica del Signore degli Anelli-La compagnia dell’Anello (Bompiani, 2019, seguiranno nella primavera-estate di quest’anno Le due torri e Il ritorno del Re), che ha sostituito quella storica di Vittoria Alliata di Villafranca generando asperrime polemiche preventive da parte degli appassionati?

«Temo di apparire un po’ snob, ma devo confessare di non aver letto né la nuova traduzione né quella di Alliata (nella versione originale o in quella rivista da Quirino Principe). Proprio perché da anni svolgo, parallelamente a quella di docente, l’attività di traduttore letterario e sono quindi consapevole di quanto il testo tradotto sia creazione del traduttore quanto dell’autore, cerco di leggere i testi in lingua originale, se mi è possibile. Detto questo, tutta questa bagarre mi sembra ridicola e imbarazzante. I classici vengono ritradotti, sempre, per fornire testi più adeguati al pubblico contemporaneo e, anche, per tenere conto dei progressi della filologia e della critica testuale. Il fuoco di fila aperto contro la nuova traduzione prima ancora che venisse pubblicata mi sembra che dimostri, ahimè, che per molti lettori Il Signore degli Anelli (nella sua traduzione, si noti bene) è un “libro sacro”, il che significa un libro intoccabile, immodificabile, non soggetto a critica, ma solo oggetto di venerazione. In altre parole un feticcio, qualcosa di sterile e morto».

Avete già alcune idee per il secondo numero dei «Quaderni di Arda»? Un tema cardine, un nuovo studio, una nuova prospettiva?

«Com’è accaduto per il primo numero stiamo pensando alla possibilità di collegare anche il secondo a un’occasione congressuale. Un’ipotesi potrebbe essere proprio quella di riflettere su Tolkien e la traduzione. Non solo e non tanto sulle traduzioni italiane, ma più in generale: sul Tolkien tradotto, ma anche su Tolkien traduttore».

Qual è il suo personaggio preferito del Signore degli Anelli e dello Hobbit e perché?

«In entrambi i casi: come si fa a non essere affascinati dalla cupa grandezza di Sauron?».

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Andrea Bontempo, INTERVISTA A FEDERICO GUGLIELMI (Wu Ming 4) sulla pubblicazione del primo numero della rivista «I Quaderni di Arda»

Federico Guglielmi (Wu Ming 4), le premesse e gli scopi dei Quaderni di Arda sono chiaramente espressi nella presentazione sul sito web e nella prefazione del primo numero della rivista, rispecchiando il parere dell’intera redazione. Quali sono invece le sue personali aspettative rispetto a questa nuova impresa editoriale?

«Nel campo degli studi tolkieniani per oltre dieci anni mi sono occupato principalmente di divulgazione. Ora voglio dedicarmi a creare una “casa” per gli studiosi italiani di Tolkien e del fantastico. Mi auguro che I Quaderni di Arda possano diventare un luogo di aggregazione di articoli e saggi che diano conto di quanto viene elaborato in Italia, mettendolo in relazione con ciò che avviene all’estero».

Quali sono gli elementi di novità e di originalità più importanti nel campo degli studi su Tolkien e la sua opera che emergono dagli atti del convegno accademico internazionale «Tolkien e la letteratura della Quarta Era» (Trento, dicembre 2017) contenuti nel primo numero della rivista?

«Per la prima volta in Italia, un gruppo di accademici nostrani e stranieri ha raccontato un Tolkien diverso dalla vulgata – o forse dovrei dire dallo stigma – che è andata per la maggiore per molti anni. Invece di parlare soltanto delle fonti letterarie dell’opera tolkieniana, si è messa l’opera stessa in dialogo con quella dei grandi autori coevi. Si è calato Tolkien nella sua epoca e lo si è raccontato come un figlio letterario del suo tempo, anziché come un eremita in fuga dal mondo».

Gli interventi del convegno hanno difatti tracciato molti legami e parallelismi tra l’opera di Tolkien e la produzione letteraria del suo tempo, accostandolo ad alcuni grandi scrittori del Otto-Novecento (Morris, Woolf, Lovecraft, Pound, Yeats, Asimov). Quali sono invece gli aspetti più interessanti dell’opera di Tolkien ancora da indagare?

«Credo che ci siano due questioni importanti in questo senso. La prima riguarda il posto di un romanzo come Il Signore degli Anelli nella storia letteraria. Quel romanzo è un “crocevia”, per citare il professor Ferrari, dal quale si dipartono molte strade. Come ha detto George R.R. Martin, Il Signore degli Anelli è una montagna che chiunque scriva fantasy ha nel proprio orizzonte mentale. Il percorso che uno scrittore di fantastico sceglie può portarlo vicino oppure lontano dalla montagna, ma non si può evitarla. Se non la si vede più significa che ci si è saliti sopra e si sta copiando Tolkien. Ed è la scelta peggiore.

La seconda questione riguarda il paradosso rappresentato dalla produzione postuma di Tolkien, che è un caso piuttosto originale nella storia letteraria: questo autore ha continuato a pubblicare ancora per mezzo secolo dopo la propria morte grazie al lavoro filologico ed editoriale operato dal figlio Christopher; ora che anche lui ci ha lasciati (il 15 gennaio scorso, all’età di 95 anni, ndr), vedremo se altri eredi continueranno l’opera di pubblicazione degli inediti. Ma è un fatto che l’impronta del figlio-curatore ha determinato la ricezione e la conoscenza di Johh Ronald Reuel Tolkien attraverso i decenni. La sua immagine è mutata mano a mano che gli inediti venivano pubblicati. Dunque esiste una sorta di “secondo Tolkien”, molto più prolifico del “primo” peraltro: un autore nato dalle scelte editoriali di Christopher. Per la critica letteraria questo è potenzialmente un prezioso “case study”, più unico che raro».

Quali sono stati gli inediti più importanti pubblicati dal figlio Christopher e in generale qual è stato il suo metodo editoriale?

«Il più celebre è senz’altro Il Silmarillion. Ma il più impegnativo è stato la monumentale History of Middle-Earth in dodici volumi, che raccoglie gli scritti spuri, le varie stesure e i materiali narrativi da cui poi sono scaturiti gli scritti compiuti. Christopher Tolkien non ha adottato un unico metodo editoriale: ha cambiato approccio nel corso del tempo e ha fatto scelte diverse a seconda del materiale che decideva di pubblicare. A volte ha scelto di editare i testi paterni e pubblicarli come opere compiute in sé stesse, altre volte di pubblicare edizioni critiche filologiche, con le varie versioni diacroniche e i propri commenti al testo. Anche questo ha condizionato moltissimo la percezione dell’opera tolkieniana».

Ad esempio?

«È ormai assodato che Il Silmarillion pubblicato da Christopher si approssima soltanto vagamente all’opera che il padre aveva progettato. Un’importante studiosa, Verlyn Flieger, ha sostenuto che molto probabilmente J.R.R. Tolkien non lo avrebbe concepito come una sorta di “Bibbia” a sé stante, cioè come lo conosciamo noi, bensì lo avrebbe dotato di una cornice narrativa, ne avrebbe fatto un racconto nel racconto. Vanno poi ricordate anche le più recenti pubblicazioni delle riscritture tolkieniane di certa letteratura epica medievale: La Leggenda di Sigurd e Gudrùn, La Caduta di Artù, Beowulf, Kullervo. Non tanto per il loro valore in sé, dato che alcune di queste sono esperimenti giovanili o incompiuti o ancora traduzioni per uso didattico, quanto perché ci hanno fatto scoprire un elemento importante del processo creativo dell’autore, ovvero che Tolkien iniziò a scrivere rinarrando la sua letteratura preferita e da lì, successivamente, sviluppò un’inventiva e uno stile propri».

Quali sono dunque le differenze più rilevanti tra il “primo” e il “secondo” Tolkien?

«La differenza più evidente è che il “primo Tolkien” è un autore che ha pubblicato due romanzi, quattro racconti e una raccolta di poesie, nell’arco di un trentennio: si potrebbe definirlo un professore di filologia con l’hobby della narrativa. Il “secondo Tolkien”, invece, è uno scrittore prolifico che negli ultimi quarant’anni non ha mai smesso di pubblicare con una certa regolarità. Il “primo Tolkien” è ormai un classico del Novecento, “il secondo” è un autore ancora attivo nel XXI secolo. Oggi Tolkien è un autore molto più sfaccettato, ricco, poliedrico di quanto lo sia stato in vita. E questo è tanto più paradossale, perché gran parte delle pubblicazioni postume appartengono al periodo precedente alla sua affermazione come autore. Il “secondo Tolkien” è più giovane del “primo”, come se fosse entrato in una macchina del tempo».

A quali sviluppi potrebbe portare un approfondimento critico su questo caso letterario?

«La storia dei due Tolkien, padre e figlio (e chissà che non ne arrivi un terzo), è quella di un’impresa narrativa a cavallo di due generazioni e di due secoli. È la storia di un’eredità che va a ridefinire sia l’immagine e il giudizio sull’autore sia il concetto stesso di autorialità. Gli studi tolkieniani dovrebbero acquisire questo dato, per mettere in una prospettiva nuova non poche delle cose che sono state scritte nel corso dei decenni. Anche perché ho l’impressione che finora la critica si sia concentrata ancora troppo poco su questo immenso lavoro co-autoriale di Christopher Tolkien. Ora che anche lui non c’è più, forse si potrà finalmente affrontare l’argomento in modo disinibito. Christopher Tolkien va considerato come un coautore a tutti gli effetti, dato che è stato lui a dare al Silmarillion la forma che ha, editando i materiali del padre: è il primo caso di opera tolkieniana “spuria” per così dire, ma non per questo dev’essere sottostimata. Basta mettersi nell’ordine d’idee che J.R.R.Tolkien è, per certi versi, un autore collettivo».

Lei ha affermato che nel decennio 2010-2020 è iniziata una nuova era degli studi su Tolkien in Italia. Qual è lo stato dell’arte, in ambito accademico e non? Vi è ancora una certa resistenza a dedicare a Tolkien corsi universitari o saggi di rilievo? Qual è inoltre il confine tra un’analisi, un approfondimento critico, un’interpretazione scientificamente corretta e canonica di un fenomeno ormai così popolare e ciò che viene prodotto nel fandom? Nell’opinione comune, visti anche gli enormi investimenti in termini di merchandising, spesso il Signore degli Anelli viene accostato alla saga di Star Wars, a quella di Harry Potter o, più recentemente, a quella di Game of Thrones…

«La pubblicazione dei Quaderni di Arda vorrebbe proprio spingere gli accademici italiani interessati a Tolkien e alla sua eredità letteraria a fare squadra, incontrarsi e dibattere, seminando il terreno per le prossime generazioni. In questo senso qualcosa anche in Italia si sta finalmente muovendo. Il fandom non è necessariamente in contrapposizione a tutto ciò, dato che anch’esso fa parte del fenomeno letterario, derivando da questo prima ancora che dai film e dalle serie tv. Non dovremmo dimenticarci che la particolarità della saga della Terra di Mezzo, rispetto alle altre citate, è che per mezzo secolo ha prodotto un proprio fandom senza il supporto del grande cinema o della tv, ma contando solo su un tomo di oltre mille pagine. Personalmente credo che il fandom sia una forma di “studio attivo”, che si muove su binari diversi da quelli della critica letteraria o accademica, ma non per questo meno importante».

In generale è l’intero genere fantasy a essere spesso relegato ai margini della letteratura tout court. Eppure il professor Ferrari nelle conclusioni del suo intervento riportato nel primo numero dei Quaderni di Arda scrive: «Soprattutto grazie a Tolkien, inoltre, il fantasy ha assunto una posizione più centrale nel sistema culturale. Come alcuni grandi autori di fantascienza (pensiamo ad esempio a Philip Dick o a James Graham Ballard) hanno aperto la possibilità a quel genere letterario di produrre opere riconosciute come “canoniche” per la qualità della scrittura e dell’invenzione artistica, così anche Tolkien ha strappato il fantasy agli ambiti più ristretti – per quanto indubbiamente ricchi di creatività e di forza mitopoietica – della narrativa di genere, rendendo possibile alle generazioni successive pubblicare opere che, pur rimanendo riconoscibili come romanzi fantasy, parlano a un pubblico molto più esteso del fandom, aspirando legittimamente a una collocazione nel canone letterario contemporaneo». Qual è la sua riflessione in merito?

«A quanto detto da Ferrari vorrei aggiungere che Tolkien è innegabilmente un autore fantasy, perché quello è il genere che sceglie di praticare. Il punto, casomai, è che non ha senso pensare che un genere possa essere di serie A o di serie B in quanto tale. La letteratura fantasy annovera molta pessima narrativa, così come ottimi romanzi e alcuni capolavori. Proprio come qualunque altro genere letterario. Non sono i generi a importare – in definitiva essi rispondono soltanto alle nostre banali esigenze “insiemistiche” – e nemmeno gli autori, bensì le opere e ciò che le lega l’una all’altra. Esistono opere di generi diversi fortemente imparentate tra loro, magari molto più di quanto non lo siano con altre opere appartenenti ai rispettivi generi».

Cosa hanno determinato in termini di successo, diffusione e approfondimento dell’opera di Tolkien le saghe cinematografiche del Signore degli Anelli (2001-2003) e dello Hobbit (2012-2014), entrambe dirette da Peter Jackson? Si può inoltre parlare di un prima e di un dopo rispetto a queste due trilogie nel campo degli studi su Tolkien?

«Credo proprio di sì. I film di Jackson hanno dato un forte impulso all’interesse per questo autore, nel momento in cui l’hanno imposto nella cultura pop. E quello che accade nella cultura pop ha sempre ripercussioni rilevanti, anche negli ambiti della cultura “alta”. Basti dire che la quantità di tesi di laurea prodotte su Tolkien nel corso degli anni Zero e Dieci è incommensurabile rispetto ai decenni precedenti».

Lei ritiene possibile e auspicabile una trasposizione cinematografica del Silmarillion, come sognano molti fan? Quali sono inoltre gli aspetti più interessanti di quest’opera?

«Il Silmarillion si presterebbe piuttosto a una serie tv, composta di più stagioni, perché contiene molte storie diverse concatenate tra loro. Ritengo che l’opera abbia vari aspetti peculiari che la rendono estremamente affascinante, ad esempio la dimensione mitico-leggendaria: non si presenta in forma di romanzo, come Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, ma di legendarium, appunto. Tuttavia alcuni personaggi spiccano per il loro carattere e la loro complessità: Fëanor, Túrin, Melian, Lúthien, lo stesso Sauron. Dunque c’è ottima materia drammaturgica».

Cosa si aspetta dalla serie tv sul Signore degli Anelli, prodotta da Amazon e annunciata per il 2021? Sono già confermate due stagioni (su cinque auspicate) e molto probabilmente diventerà la più costosa serie tv di sempre. Si sa poco sulla trama, forse riguarderà eventi precedenti a quelli narrati nella Compagnia dell’Anello.

In ogni caso, non c’è il rischio che si tratti di un mero tentativo di speculazione su un prodotto e un format di comprovato successo (la proverbiale “mucca da mungere”) per inseguire il successo televisivo di Game of Thrones (di cui peraltro nei prossimi anni usciranno serie spin-off, ambientate in quel mondo ma su storie diverse), contribuendo peraltro a far erroneamente incasellare sempre più l’opera di Tolkien nella cultura mainstream?

«Alcune voci dicono che le storie narrate nella serie tv saranno prese dalle appendici del Signore degli Anelli, in particolare dalle cronache della Seconda Era. Considerando che al centro di quella vicenda c’è l’ascesa e caduta di Númenor, direi che la materia è ottima e abbondante. Vedremo come verrà trattata. In questo senso c’è da auspicarsi che una parte della montagna di denaro stanziata venga investita in bravi sceneggiatori. Dopodiché il più è fatto. Che si tratti di una speculazione è ovvio: Jeff Bezos è il più grande capitalista del mondo, nonché l’uomo più ricco del pianeta, e agisce sulla base della legge del profitto e della speculazione, appunto. Ma questo vale per tutta l’industria dell’intrattenimento. Non vedo come questo possa intaccare l’apprezzamento del valore letterario dell’opera originale, la quale vive di vita propria, indipendentemente dalle sue trasposizioni. Un’opera letteraria il cui valore dovesse dipendere da cinema e tv non sarebbe probabilmente una buona opera letteraria».

Qual è la sua posizione rispetto all’acceso dibattito sulla nuova traduzione di Ottavio Fatica del Signore degli Anelli-La compagnia dell’Anello (Bompiani, 2019, seguiranno nella primavera-estate di quest’anno Le due torri e Il ritorno del Re), che ha sostituito quella storica di Vittoria Alliata di Villafranca generando asperrime polemiche preventive da parte degli appassionati (ad esempio sulla nuova versione della “filastrocca dell’anello”, soprattutto per il passo «Un anello per trovarli, Uno per vincerli, / Uno per radunarli e al buio avvincerli») e addirittura una querela di Alliata a Fatica per una dichiarazione iperbolica di quest’ultimo sul numero di errori a suo dire presente nella vecchia traduzione?

Al netto di prevedibili momenti di smarrimento su alcune modifiche («Hobbiton», «Lungopasso il Forestale», «la locanda del Cavallino Inalberato», «Samplicio Gamgee»…), peraltro linguisticamente e filologicamente ineccepibili, lo scrittore Vanni Santoni ha scritto su La Lettura (n°421, 22 dicembre 2019): «Si può affermare con buona approssimazione che la nuova traduzione, pur con i suoi limiti, è superiore alla vecchia. La si legga, dunque, senza dubbi e paure: si perderà magari un pezzo d’infanzia per strada, ma quel che se ne trarrà sarà un’esperienza nuova, più fresca, e in ultimo migliore, della più grande saga del Novecento». Cosa ne pensa?

«Fatica ha fatto un lavoro straordinario. Nella sua traduzione la lingua di Tolkien recupera la fluidità e la scorrevolezza che le sono proprie. Per la prima volta un traduttore letterario, uno che ha tradotto Melville, Conrad, Kipling, si cimenta con Tolkien. È un passaggio epocale, che dimostra come finalmente questo autore venga ritenuto degno di una traduzione di alto livello. Non che la precedente fosse brutta, ma era pur sempre fatta da un’adolescente alle prime armi. E si vede. La verità è che si è arrivati fin troppo tardi alla decisione di ritradurre Il Signore degli Anelli. Dopodiché è ovvio che – come scrive Santoni – è difficile per tutti rinunciare a un pezzo della propria infanzia. Ma è la vita. Si cresce. E con questa nuova traduzione Tolkien viene finalmente trattato come un classico. Dunque anche lui cresce. Adesso che Alliata ha deciso di ritirare la propria traduzione dal mercato, le polemiche sono destinate a spegnersi nell’arco di pochi anni. La prossima generazione di lettori italiani del romanzo non avrà ricordi d’infanzia da tenersi stretti e non si scandalizzerà per i nomi di luoghi o personaggi».

A proposito, qual è il suo personaggio preferito del Signore degli Anelli e dello Hobbit e perché?

«Nello Hobbit il protagonista Bilbo è indubbiamente un bellissimo personaggio, carico di una complessità che non sempre viene colta di primo acchito. Nel Signore degli Anelli il personaggio più complesso e affascinante è il tossico schizofrenico Gollum. Un vero colpo di genio letterario. Anche se il più misterioso rimane Tom Bombadil: mi sarebbe sempre piaciuto sapere di più su di lui».

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