Claudio Testi, Recensione di JONATHAN S. McINTOSH, The Flame Imperishable: Tolkien, St.Thomas and the Metaphysics of Faërie

  • Contenuto e commento generale

 

Con questo testo McIntosh propone a un più vasto pubblico (e con alcune variazioni) i contenuti dell’omonima tesi del 2009 che presentò all’Università di Dallas, regalando alla critica tolkieniana il più completo e sistematico confronto tra due “giganti” della cultura occidentale, ovvero J.R.R. Tolkien e Tommaso d’Aquino. Questo confronto si sviluppa secondo la seguente struttura:

Introduction, in cui l’autore enuncia il suo progetto, elenca le possibili fonti tomistiche di J.R.R. Tolkien e analizza brevemente alcuni studiosi tolkieniani che paragonano l’autore del Signore degli Anelli all’Aquinate;

Ch. 1. The Metaphysics of Eru. Qui si enfatizza la vicinanza tra Eru, il Dio creatore di Tommaso (l’Ipsum Esse Subistens) e la concezione plotiniana dell’Uno. Si toccano anche i temi riguardanti il nesso tra ragione-fede e l’idea di eucatastrofe.

Ch. 2. The Metaphysics of the Ainur. Il capitolo analizza in particolare il “meccanismo” con cui gli Ainur contribuiscono a sub-creare Eä a partire dai motivi musicali proposti da Eru, motivi che vengono paragonati alle idee divine nell’Aquinate. Viene inoltre fornita una dettagliata analisi della potenza creativa divina in Tolkien, Tommaso e Ockham.

Ch.3. The Metaphysics of the Music and Vision. La musica degli Ainur qui viene paragonata alla musica universale delle sfere (idea esplicita in Pitagora ma in qualche modo presente anche nella Sacra scrittura, in S. Agostino e in Boezio) e analizzata alla luce dei principi della metafisica tomista della bellezza.

Ch.4. The Metaphysics of the Valar. La tesi sostenuta nel capitolo è che i Valar di Tolkien hanno nella sub-creazione del mondo un ruolo maggiore degli angeli di Tommaso, e tuttavia resta comune a entrambi che solamente Eru/Dio può creare propriamente dal nulla.

Ch.5. The Metaphysics of Melkor. Quest’ultimo capitolo, il più lungo del libro, è dedicato al tema del male, che è principalmente visto come privazione di bene sia in Tolkien che in S.Agostino, Boezio e S.Tommaso. Molto spazio viene dedicato alla celebre analisi del male di Tom Shippey (il quale sottolinea come in Tolkien sia presente anche una concezione “oggettiva” del male), ma di cui si critica l’eccessiva semplificazione rispetto alla profondità di Tolkien.

Final Theme. The Metaphysics of Myth è infine la breve conclusione del volume.

 

  • I maggiori pregi

 

Come già accennato, ci troviamo di fronte al confronto più articolato e completo tra Tolkien e Tommaso d’Aquino, in cui l’autore dimostra di avere estrema padronanza di entrambi gli ambiti. Personalmente ho grandemente apprezzato il volume perché si focalizza su due autori che anche per me sono di massimo interesse, ma ritengo che il libro possa essere gradito anche da lettori “puramente” tolkieniani (o tomisti), visto che McIntosh espone le sue tesi in modo molto chiaro e citando numerosi testi, che rendono il volume fruibile da chiunque.

Su piano critico, i migliori momenti del volume sono a mio avviso i seguenti:

1- Esame delle possibili fonti tomiste di J.R.R.Tolkien. L’elenco di possibili fonti tomiste di Tolkien (pp. 8 sgg.) è davvero ben fatto perché completo in ogni aspetto, a partire dall’ambiente tomista in cui è stato educato Tolkien (l’Oratorio di Birmingham, fondato da Newmann, e lo spirito della Aeterni Patris allora ancora presente) fino alle sue possibili letture tomiste (da Gilber Keith Chesterton a Jaques Maritain).

2- Dimostrazione del realismo di J.R.R.Tolkien. McIntosh basa la sua argomentazione principalmente sull’idea di “recovery” (cfr. pp. 42 sgg.) e ha ottimo gioco nel mostrare come “paradossalmente” Tolkien, pur essendo uno straordinario sub-creatore di mondi fantastici, tiene ben ferma l’idea che la realtà primaria deve essere il riferimento primo e ultimo di ogni percorso intellettuale, che lo distingue dalle fughe nell’onirico o nell’irreale. Come ben dice McIntosh «Here I merely want to point out how, contrary to modern realism,, which presupposes an alienating dualism between the subjectivity of human consciousness on the one hand and an isolated, objective world of non-mental thing on the other, Tolkien realism is thoroughly anti and pre-modern, even Thomistic. As he tells Camilla, although things are such that they ‘would exist even if we did not’, he goes further to conclude from this that therefore their ‘value resides in themselves’, independent of human beings as well [Letters n. 310]» (p. 90).

3- Rilievo della sorprendente similitudine concettuale tra la distinzione tommasiana di essenza-esistenza e la pronuncia di “Ea” da parte di Eru, che tramite la Fiamma imperitura rende “reale” la musica fatta visibile degli Ainur (cfr. pp. 88 sgg). Questo rilievo è estremamente centrato, e a McIntosh va riconosciuto l’enorme merito di averlo riscontrato per primo all’interno degli studi tolkieniani.

4- Paragone tra Musica e idee divine. Questa idea viene argomentata molto bene (e anche questa per la prima volta), mostrando ad un tempo sia la dimensione “esemplaristica” presente in Tommaso (pp. 84 sgg.) sia come anche gli Aiunur, nella loro attività sub-creativa, non facciano che realizzare tali idee esemplari (tolkienianamente proposte come motivi musicali).

5- Analogia tra Musica degli Ainur e Musica Universale delle sfere. Anche questa brillante intuizione viene illustrata con dovizia di testi, facendo riferimento non solo a Tommaso ma anche a Pitagora, Platone, la Sacra Scrittura, S. Agostino e Boezio (pp. 119 sgg.).

6- Analisi delle possibilità creative di Eru, che sono eccellentemente paragonate alle idee non solo di Tommaso d’Aquino ma anche a quelle, sensibilmente diverse, di Guglielmo di Ockham (pp. 93 sgg.).

7- In generale, infine, il volume è strutturato molto bene e, grazie al filo conduttore dei temi musicali, viene a toccare tutte le tematiche teologiche fondamentali comuni a Tolkien e l’Aquinate, il tutto con grande competenza e chiarezza espositiva. In tal modo McIntosh riesce così a dimostrare la tesi principale del libro da lui così enunciata: “The primary objective of this book, as has been said, has been to enlist the metaphysical thought of St. Thomas in an effort to better understand an important yet hitherto largely unexamined dimension of Tolkien’s literary project” (p. 263).

 

  • Punti migliorabili

 

Per quanto concerne i punti migliorabili del volume, li possiamo così suddividere:

1- A livello di argomentazione, l’autore non dimostra con certezza assoluta (ma solo probabile) la seconda tesi del libro ovvero che: “The thesis of this book has been that behind J.R.R.Tolkien’s vast and vastly popular mythology of Middle-Earth [..] lies the influential metaphysical thought of Tolkien’s great catholic foreboder, St.Thomas Aquinas” (p. 261). Infatti, ma questo vale per ogni discorso sulle fonti, dimostrare una similitudine tra due autori (cosa che McIntosh fa egregiamente) non significa dimostrare che uno è una fonte dell’autore che l’ha seguito nel tempo. Né è sufficiente ricordare che un testo di Tommaso è appartenuto a Tolkien (si pensi ad esempio a una sua Summa Theologica citata alle pp. 20-21, peraltro ora in mio possesso) per dire che il suo contenuto è di certo una sua fonte.

2- A livello di interpretazione tolkieniana, l’autore non distingue adeguatamente:

a- le varie fasi storiche nella genesi dell’Ainulindalë così come appare ne IS, da lui massimamente citato;

b- i diversi punti di vista e la “catena” di traduzioni-tradizioni presenti nel Legendarium, cancellate nel IS pubblicato e che rendono le affermazioni ivi contenute non assolute né apodittiche (come invece vogliono essere le tesi di Tommaso), ma limitate a una parziale comprensione di Eä;

c- la differenza di finalità e autorevolezza dei diversi testi tolkieniani, alle volte pariteticamente citati l’uno dopo l’altro: si veda ad esempio pp. 152-154 in cui sulla medesima questione si citano IS (mai pubblicato da Tolkien né mai concepito nella forma del 1977), Athrabeth (narrazione compiuta ma mai pubblicata), Letters (scritti personali senza intento di pubblicazione), OFS (saggio critico pubblicato da Tolkien).

3- Circa il confronto da Tolkien e Tommaso, l’autore:

a- rileva una identità circa alcune nozioni presenti nei testi di Tommaso, ma che non sono “proprie” dell’Aquinate bensì sono comuni a più pensatori: si pensi ad esempio all’idea che solo Dio crea ex nihilo (p. 156 sgg.) la quale, come ammette per altro McIntosh stesso, non è certo patrimonio del solo Aquinate.

b- non sottolinea a sufficienza la differenza di “piano” tra alcuni contenuti pur simili: ad esempio la “credenza secondaria” del lettore è cosa ben diversa dalla “fede soprannaturale” di cui parla Tommaso nella Summa Theologica, che ha come oggetto verità non raggiungibili con sole capacità umane quali (e.g. la Trinità), a cui viene però paragonata (cfr. pp.40 sgg.).

c- non illustra adeguatamente le diversità tra i due “pensatori” che si possono così riassumere:

-circa la distinzione essenza-esistenza McIntosh, oltre alla similitudine (cfr. supra), Tommaso la applica anche alla creazione degli Angeli (enti immateriali, ma la cui essenza è distinta dal loro atto d’essere), mentre Tolkien non fa nessun riferimento a tale distinzione nella creazione degli Ainur;

– in Tolkien alcuni “angeli” (Valar e Maiar) non solo prendono corpo ma possono concepire una prole con degli incarnati (Melian), cosa questa inconcepibile nell’Aquinate;

– Eä è creata già intaccata dal male mentre in Tommaso (coerentemente con la Genesi) il male entra nel mondo solo dopo il peccato originale (cfr. Letters n. 212);

– il Fato nel Legendarium si distingue dalla Provvidenza tomista perché quest’ultima si estende anche agli atti liberi (cfr. S.Th. I. q. 22. a. 2 ad 2);

– circa il fëa degli elfi, questo può conoscere anche senza il corpo (si pensi agli Houseless: MR 224-225), diversamente dall’anima umana “tomista” la quale dopo la morte (ovvero la separazione dal corpo, che per Tommaso è naturale mentre per Tolkien non lo è) può agire e conoscere solo grazie a un diretto intervento divino (S.Th. I.89.1). E sempre a proposito degli elfi e della loro reincarnazione (anche nella versione ultima di Tolkien in cui il corpo è ricostruito dai Valar), resta la fondamentale differenza con la resurrezione finale (in cui per Tommaso almeno una parte del corpo risorto deve essere la stessa di quella posseduta in precedenza).

 

In conclusione The Flame Imperishable, tenendo presente i limiti segnalati, è uno studio meritevole di lettura vista la competenza dell’autore, la novità di alcune tesi qui sostenute e l’importanza delle tematiche trattate.

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