Edoardo Rialti, MINAS TIRITH CONFIDENTIAL: J. R. R. Tolkien, G. R. R. Martin e Joe Abercrombie

 

Uno è il mondo che tante e sí diverse cose nel suo grembo rinchiode, una la forma e l’essenza sua, uno il modo, dal quale sono le sue parti con discorde concordia insieme congiunte e collegate; e non mancando nulla in lui, nulla però vi è di soverchio o di non necessario: cosí parimente giudico, che da eccellente poeta (il quale non per altro divino è detto, se non perché al supremo artefice no le sue operazioni assomigliandosi, de la sua divinità viene a partecipare) un poema formar si possa, nel quale, quasi in un picciolo mondo, qui si leggano ordinanze d’eserciti, qui battaglie terrestri e navali, qui espugnazioni di città, scaramucce e duelli, qui giostre, qui descrizioni di fame e di sete, qui tempeste, qui incendi, qui prodigi; là si trovino concili celesti ed infernali, là si veggiano sedizioni, là discordie, là errori, là venture, là incanti, là opere di crudeltà, di audacia, di cortesia, di generosità; là avvenimenti d’amore, or felici, or infelici, or lieti, or compassionevoli; ma che nondimeno uno sia il poema, che tanta varietà di materie contegna, una la forma e la favola sua, e che tutte queste cose siano di maniera composte che l’una l’altra riguardi, l’una a l’altra corrisponda, l’una da l’altra o necessariamente o verisimilmente dependa; sí che una sola parte o tolta via o mutata di sito, il tutto ruini.

Torquato Tasso, Discorsi dell’Arte Poetica

Quel che avviene quando si crea una nuova opera d’arte, avviene contemporaneamente a tutte le opere d’arti precedenti.

Thomas Stearn Eliot, Tradizione e talento individuale

 

 

 

 

Altre voci, altre stanze. Fantasy Primario e Secondario

Gli inizi sono sempre difficili.
C. Potok, Storia degli Ebrei

 

In un celebre capitolo della sua Preface to Paradise Lost, un testo che per la critica miltoniana ha costituito una data parimenti spartiacque del pressoché coevo Monsters and the critics di J. R. R. Tolkien, C. S. Lewis operava una significativa distinzione tra Epica Primaria e Secondaria (LEWIS 1942, pp. 12-60). Tra le due non esisterebbe alcuna gerarchia di forza poetica o importanza: si tratta solo di sottolineare la differenza tra un immaginario che in una certa misura si può godere in sé, come se creasse il proprio stesso alfabeto, e quello che invece presuppone l’esistenza di un modello previo al quale si ispira per riprese e significative variazioni. L’ovvio esempio è il rapporto che intercorre tra mature dell’epos omerico e quello virgiliano. Una generazione prima, C. Peguy aveva tentato un’analisi simile nei confronti di Victor Hugo (PEGUY 2002).

Il presente lavoro ambisce tentativamente ad applicare queste stesse categorie interpretative alle opere di J. R. R Tolkien, cui resta la palma pressoché indiscussa di “padre fondatore” del romanzo fantasy contemporaneo, G. R. R. Martin, che per il successo editoriale prima e televisivo poi della sua ammirata (e tuttora incompiuta) saga Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco fu definito da M. Z. Bradley “Il Tolkien d’America”, e J. Abercrombie, le cui opere ambientate nel mondo de “La Prima Legge” sono state ben presto salutate come le rappresentanti più importanti e letterariamente mature del cosiddetto sottogenere grimdark, il fantasy “brutto, sporco e cattivo” che accorda preminenza al realismo brutale e all’ambiguità morale e che proprio nell’opera di Martin ha trovato un riferimento importante, se non un battistrada.

Si tratta di un paragone complesso, seppur doveroso, visti gli espliciti richiami che sia Martin che Abercrombie tributano agli scritti di Tolkien: la prima fondamentale difficoltà sta nella differenza tra la valutazione che si può dedicare a un’opera compiuta e ormai distante nel tempo come quella tolkieniana (provvista anche d’una sterminata bibliografia) e altre che invece restano tutt’ora dei cantieri aperti (la saga di Martin attende i due ponderosi volumi conclusivi, e Joe Abercrombie ha appena iniziato una nuova trilogia che va a innestarsi sulla precedente e sui tre romanzi stand-alone, nonché su un volume di racconti di raccordo). Gli scritti del professore di Oxford costituiscono una delle conquiste più complesse della letteratura novecentesca in merito a quella che George Steiner definiva “grammatica della creazione” (STEINER 2001): un cosmo narrativo che è al tempo stesso una poderosa interrogazione su caso e provvidenza, teologia e mitologia, ecologia e progresso, nonché un campo di variegate esercitazioni e sperimentazioni stilistiche. Un unicum effettivo, che supera i confini del suo stesso “genere” narrativo e si mette in dialogo con tutti gli altri tentativi nella medesima direzione, magari distanti anni luce per orizzonti e modalità immaginative o espressive, com’è proprio d’ogni autentica opera d’arte. Inoltre,  in questo contesto persino la suggestiva e utile definizione lewisiana rischia di essere semplicistica o fuorviante: certamente, la forza dell’immaginario tolkieniano e martiniano, la loro profondità storica,  possiede una tale originalità da spiccare quasi fosse un prodotto fondamentalmente autonomo, al netto dei suoi numerosi e decisivi echi, al pari di chi, camminando nella neve, spazzi le tracce alle proprie spalle e offra agli occhi altrui un manto nuovamente immacolato; lo stile di Abercrombie, così volutamente citazionista e talvolta parodistico, che investiga le piaghe e le pieghe del genere fantasy stesso, rovescia gli schemi più stereotipati e si apre a contaminazioni feconde col noir, il western, lo storico, dei tre autori presi in considerazione è solo quello più esplicitamente tale, giacché tali stratificazioni e richiami sono vere e operanti in ogni opera consapevole e matura, anche e soprattutto dei cosiddetti classici e delle opere fondatrici, che a loro volta comprendono sempre complesse riscritture dei modelli precedenti, vere e proprie “sale” nei quali gli autori successivi si aggirano. Tuttavia, se tutto questo ha già ampliamente tracciato gli spazi di una vera e propria “filologia tolkieniana” e se anche l’opera di Martin a un esame pure non approfondito rivela immediatamente una fitta dialettica con la tradizione letteraria, per molti aspetti un’operazione come quella di Abercrombie (e di altri autori della sua generazione come Scott Lynch o R. K. Morgan) è indubbiamente un salto quasi programmatico, che, facendo della propria narrativa anche un saggio ironico sulle dinamiche e topoi dei generi letterari stessi, partecipa d’un orizzonte più generale della letteratura contemporanea.

Mutuando una suggestione dalla storia del cinema, si sarebbe tentati attribuire a Tolkien, Martin e Abercrombie rispettivamente i ruoli e le scelte assunti dal cinema di John Ford, Sergio Leone e Quentin Tarantino rispetto al genere western. Dopo le grandi narrazioni epiche che in qualche misura stabiliscono le coordinate di base per l’immaginario collettivo (e che tuttavia comprendevano già molte più sfumature e nodi e inquietudini di quante certe letture gli attribuiranno semplicisticamente poi, a mo di filtro) vengono coloro che investigano proprio le zone d’ombra del genere stesso, senza per questo rinunciare al suo afflato ideale, e che addirittura fanno dei suoi elementi essenziali uno “spazio” di riflessione metaletteraria, tanto per i personaggi stessi quanto per il lettore.

 

  1. Vuoi danzare? E allora danziamo.
    R. R Tolkien e G. R. R Martin

 

«Il tuo argento è nostro. i vostri cavalli sono nostri. La tua cotta di maglia di ferro e la tua ascia e il coltello che hai alla cintura, tutto nostro. non avete niente da darci al di fuori delle vostre vite. dimmi, Tyrion figlio di Tywin, come vuoi morire?»
«Nel mio letto, a ottant’anni, con la pancia piena di vino e le labbra di una fanciulla attorno al cazzo» ribatté Tyrion.

R. R. Martin, Un Gioco di Troni

 

«Gli hobbit andavano forte quando avevo diciannove anni (…) Ci sarà stata una mezza dozzina di Merry e Pippin a sguazzare nel fango dei campi di Max Yasgur durante il grande festival di Woodstock; i Frodo erano almeno il doppio e i Gandalf hippy neanche si potevano contare. Il Signore degli Anelli era popolarissimo». È l’ormai celebre incipit della prefazione di Stephen King alla versione estesa e completa della sua saga western-fantasy La Torre Nera (KING 2003), il cui titolo a sua volta cita al contempo il Child Harold di R. Browing e J. R. R. Tolkien.

L’editore Gardner Dozois, che di G. R. R. Martin sarebbe stato intimo amico e collaboratore, ha così raccontato l’impatto di Tolkien sulla cultura e l’editoria americana:

«Oggi Il Signore degli Anelli, la trilogia di J. R. R. Tolkien, è spesso citato come se da solo fosse stato capace di creare tutto il fantasy moderno; tuttavia, sebbene resti certamente difficile da sopravvalutare l’influenza di Tolkien – quasi ogni fantasista successivo ne fu enormemente influenzato, anche, sfortunatamente, chi non lo amava affatto e magari reagiva contro- si dimentica spesso che Don Wollheim pubblicò la famigerata edizione “pirata” de La Compagnia dell’Anello (libro d’apertura della trilogia) come tascabile anzitutto perché cercava disperatamente qualcosa -qualsiasi cosa!- con cui sfamare il crescente pubblico di “Sword and Sorcery”. L’immagine di copertina dell’edizione Ace de La Compagnia dell’Anello (opera di Jack Gaughn, con un mago che agitava spada e bastone in cima ad una montagna) fa comprendere assai chiaramente che Wollheim lo considerava uno “Sword and Sorcery”, e la recensione interna lo esplicitava vendendo appunto il primo volume di Tolkien come “il libro di Sword e Sorcery che chiunque può leggere con piacere”. In altre parole, perlomeno negli Stati Uniti, il pubblico del genere fantasy precedeva sicuramente Tolkien, anziché essere stato creato da lui, come invece vorrebbe il mito moderno. Don Wollheim sapeva molto bene che là fuori esisteva già un pubblico per il fantasy, pronto e in posizione, un pubblico bramoso, in attesa di essere sfamato -sebbene dubito che avesse la minima idea della risposta sconvolgente che sarebbe seguita al bocconcino “Sword and Sorcery” che gli avrebbe servito. I romanzi di Tolkien erano già comparsi in edizioni costose in copertina rigida in Gran Bretagna, ma la paperback Ace e le paperback “autorizzate” che seguiranno per Ballantine Books- li resero disponibili per la prima volta in edizioni che ragazzini come me e milioni di altri potevano effettivamente permettersi di acquistare. Dopo Tolkien, tutto è cambiato». (DOZOIS 2017, 10-11)

Al pari del “Re dell’Horror”, che proprio alle opere del Professore di Oxford si sarebbe ispirato per gli assi portanti di tutto il suo immaginario, ben oltre gli omaggi e i richiami espliciti nella struttura de L’Ombra dello Scorpione – riscrittura dell’epos tolkieniano negli USA post-apocalittici, e la sopracitata Torre Nera (laddove King invece intelligentemente intuì che per conservare davvero quanto aveva più amato e ammirato nella “Quest” di Tolkien- senza limitarsi a riprodurne la mera cornice  al fine di ottenere ancora lo stesso quadro- occorreva contaminarlo con il grande orizzonte mitico americano, ossia il western, e nello specifico proprio il western di Sergio Leone), anche G. R. R. Martin, che nel periodo di Woodstock era più vecchio di solo un anno, negli anni della Contestazione scoprì Tolkien, riconoscendogli un debito perenne e decisivo, come si evince da questa intervista “antologizzata” da Studi Tolkieniani:

«Le sue opere hanno avuto un’influenza profonda su di me. Avevo letto altra letteratura fantasy prima e ne ho letta anche dopo. Ma non ho amato nessun altro romanzo come quelli di Tolkien. Certo, non ero il solo. Il successo dei libri di Tolkien ha ridefinito la Fantasy moderna. In quegli anni, Tolkien era visto come una sorta di alieno. La sua era considerata una di quelle rare opere che appaiono una volta ogni tanto e hanno un successo enorme per ragioni che nessuno comprende. Nessuno si sognava però di pubblicare altri libri di questo genere. Solo negli anni ’70 furono pubblicati Le Cronache di Thomas Covenant di Stephen R. Donaldson e de La spada di Shannara di Terry Brooks, che sono stati i primi tentativi reali di seguire le orme di Tolkien». (MARTIN 2011)

È significativo notare come -ancora una volta in netto parallelo a King,- fin da subito l’influsso di Tolkien su Martin si sia palesato in opere niente affatto pedisseque nei loro tratti più esteriori e facilmente superficiali, l’evangelica “via larga” di tanti epigoni magari di notevole successo commerciale ma scarso valore artistico. Il suo primo grande omaggio alla Terra di Mezzo è infatti un romanzo d’ambientazione contemporanea, che ha come tema proprio la connessione tra rock, immaginazione e potere tra quegli anni ’60 e’70 che videro esplodere “il caso Tolkien” tra i giovani americani, Armageddon Rag, nel quale la rock-band “I Nazgul” viene coinvolta a distanza di anni in due sinistri omicidi rituali, il secondo dei quali riguarda il promoter che li aveva ingaggiati conferendo loro degli anelli a parodia del patto di potere e dannazione sotteso ai doni conferiti da Sauron.

Naturalmente Tolkien non costituisce l’unica grande radice dell’immaginario martiniano, che ha sempre abbracciato diverse regioni del fantastico (l’horror, lo sci-fi, e ovviamente il fantasy). Anche l’incontro con il legendarium di H. P. Lovecraft (a sua volta ispiratosi a Lord Dunsany) si è rivelato un altro decisivo salto quantico, così come la lettura di M. Moorcock, il quale ha avversato lo stesso Tolkien in nome di quella che riteneva una tradizione alternativa, più fosca e audace, che dalle saghe norrene arrivava a Eddison e Anderson e all’heroic fantasy (MOORCOCK 1987). Per il peso di entrambi  possiamo limitarci a due dettagli che attestano un’influenza ben più diffusa: basti pensare al motto del martiniano Dio Abissale “Ciò che è morto non muoia mai”, che esplicitamente riecheggia quello del mostruoso Dio marino di Lovecraft, Chtulhu (“Anche la morte può morire”) o ai capelli argentati degli incestuosi Targaryen cavalca-draghi, che contano un illustre precedente nell’albino Elric di Melnibonè, il regno magico, sfarzoso e decadente dei fantasy di Moorcock, che incontrerà un destino tragico come la Numenor di Tolkien e la Valyria degli stessi Targaryen, tutte variazioni sul grande tema della superba Atlantide.

Tentare di ripercorrere in maniera sistematica la presenza di Tolkien nell’opera di Martin è operazione complessa, e che in parte necessita una doverosa sospensione, giacché Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco costituiscono un ciclo di romanzi tutt’ora incompiuto: determinate scelte e variazioni, soprattutto per quel che concerne la traiettoria narrativa e i grandi nodi tematici dell’illustre precedente (eucatastrofe o catastrofe, caso e provvidenza, la presenza della magia e del meraviglioso…), potranno essere pienamente colte solo in presenza degli attesi The Winds of Winter and A Hope of Spring. Basti pensare alla presenza e al peso del mondo “elfico”, così decisivo per l’intera narrazione tolkieniana, e che invece in Martin viene introdotta direttamente solo negli ultimi volumi. È possibile tuttavia già segnalare alcuni elementi significativi, a partire da un celebre motto martiniano, che costituisce al tempo stesso una sorta di dichiarazione di poetica e un significativo richiamo all’universo tolkieniano.

Valar Morghulis, “Tutti gli uomini devono morire” riprende due termini fondamentali dell’immaginario di Tolkien, i “Valar”, ossia gli angeli-dèi che reggono la Terra di Mezzo per conto del Dio Iluvatar, e “Morghul”, parola connessa con la stregoneria e le forze oscure che afferiscono a Morgoth e Sauron (la sinistra fortezza di Minas Morghul, il pugnale Morghul con cui il Re dei Cavalieri Neri ferisce Frodo…). Martin, forse per mera fascinazione fonetica, li riprende e accosta in quella che, nell’elfico tolkieniano, sarebbe praticamente una bestemmia, oltretutto svuotando entrambe le parole di ogni matrice divina o magica: nella lingua di Braavos, “Valar” sta per “uomini” e “Morghulis” per “sono condannati a morire”, a sua volta possibile eco del verso nella celebre poesia del’Anello, riferito ai “mortal men doomed to die”. È una citazione-distorsione cui si verrebbe tentati di attribuire un sapore quasi programmatico. Il mondo immaginato da Martin è pressoché privo di qualunque diretto intervento divino- se si eccettuano poche eccezioni che restano volutamente ambigue sia nella loro natura che nella loro decifrazione ultima- e che ambisce a riprodurre la casualità tragica dell’esistenza umana, la cui fine certa non risparmia neppure chi a prima vista parrebbe l’eroe o l’eroina designata ad accompagnare il lettore fino alla fine del percorso e senza garantirgli neppure quelle morti significative che costituiscono comunque un suggello appagante. Tutti devono morire implica che tutti, davvero tutti, possono morire. E ciò può non verificarsi con la forza “soddisfacente” d’una grande conclusione simbolica e sacrificale, ma anche per l’intervento sporco del caso, della mera forza bruta, d’una astuzia miserabile, o per l’influenza dell’oro. Nella guerra di Martin, a differenza di molti autori di fantasy precedenti e persino coevi, i fattori e agenti economici (basti pensare alla banca di Ferro di Braavos) hanno un rilievo davvero significativo.

È significativo ricordare la genesi del ciclo martiniano. Questi stava inizialmente vagheggiando di scrivere un fantasy intitolato “Avalon”-di evidente matrice arturiana- quando l’incappare nella carcassa di un lupo durante una passeggiata evocò l’immagine della duplice carcassa della meta lupa e del cervo, profezia dei futuri scontri tra il casato degli Stark e quello dei Baratheon-Lannister. Ed ecco come già nei nomi delle due famiglie protagoniste affiori l’altro grande affresco al quale Martin si è chiaramente ispirato, ossia la Guerra delle Due Rose tra gli York e i Lancaster che per Shakespeare costituiva la conclusione del suo vasto ciclo di drammi storici e prendeva le mosse dalla fine della dinastia ancora sacra dei Plantageneto (a sua volta ripresa nella detronizzazione dei Targaryen): un vasto percorso nel passato nazionale che si interrogava sulla natura del potere e della regalità, la sua trasmissione nel corso delle generazioni, la commistione di nobiltà e bassezza che alberga in chiunque sia chiamato a esercitare l’autorità, la sfida dei compromessi cui spesso le aspirazioni sembrano doversi piegare, il contributo dei singoli al dipanarsi delle vicende collettive. Sono state proprio le biografie dei Plantageneti a cura di Thomas B. Costain a ispirare quello che è stato un po’ inaccuratamente definito il Grrmallion, ossia il I volume di Fuoco e Sangue, dedicato ai sovrani e sovrane Targaryen, e che invece si richiama assai più allo stile cronachistico de gli Annali dei re e Governatori in Appendice a Il Signore degli Anelli stesso. Nella vasta carrellata di monarchi e regine, illuminati e indegni, crudeli o sfortunati, spicca ad esempio -per esplicita ammissione di Martin medesimo- il parallelo tra la personalità indipendente e determinata della sua Alysanne la Buona e la figura storica di Eleonora d’Aquitania, cui dobbiamo non poco anche per la diffusione della cultura cortese e romanzi cavallereschi di matrice arturiana[1].

Sono note le obiezioni mosse proprio da Tolkien non sono alle corti storiche dell’amore cortese, ma anche ai loro corrispettivi letterari nei romanzi arturiani, così come le sue critiche verso lo stesso Shakespeare (Albero 2004). Anche sotto questo aspetto i Sette Regni di Martin costituiscono invece un’ennesima contaminazione, una sorta di “Quarta Era” della Terra di Mezzo marcatamente shakespeariana. Sebbene ci siano indubbiamente personaggi nettamente positivi, verso i quali vanno la simpatia dell’autore e del lettore, così come non mancano le figure odiose nella loro crudeltà e ottusità, nel mondo della storia umana non esistono un bene e un male esplicitamente contrapposti, fosse pure a un ultimo livello soprannaturale al quale tentativamente conformarsi. Nessun Oscuro Signore cui contrapporsi senza mediazione alcuna (“Noi non trattiamo con Sauron, infedele e maledetto” ribadisce Gandalf al Cancello Nero, mostrando un’intransigenza ben diversa da quella riservata a Saruman o Grima Vermilinguo), nessuna impresa sulla cui ultima validità si possa fare affidamento, pure tra mille incertezze e costi. Il Trono di Spade tanto conteso non ha in sé alcun potere intrinseco, positivo o negativo che sia, ed è stato parimenti lo scranno e il vessillo di tiranni sanguinari e riformatori generosi, sebbene mantenga la costante ed eloquente minaccia di ferire e piagare anzitutto chi vi si asside. È un simbolo dolorosamente grigio, e al pari di esso anche i protagonisti più luminosi possono talvolta macchiarsi di meschinità, gravi compromessi, perfino delitti, laddove quelli che a un primo incontro parrebbero i malvagi sanno dimostrarsi capaci di generosità sorprendenti, e perfino i loro piani e complotti si rivelano progressivamente al lettore e talvolta ad altri personaggi come un disegno di bene tragicamente alternativo, dettato a sua volta da sogni e frustrazioni, amori, ferite interiori, speranze e lealtà non meno intense. Tutto questo in virtù anche dell’impianto narrativo generale, nel quale i punti di vista si alternano e arrivano a comprendere le prospettive di coloro che dapprima venivano solo osservati dall’esterno o filtrati dalle lenti altrui. Cersei Lannister si presenta inizialmente come l’epitome della regina bella e cattiva delle fiabe; tuttavia la sua stessa crudeltà e financo ottusità nel corso della narrazione mostra di comprendere sfumature e complessità, spesso condizionate da torti e ingiustizie che lei per prima ha subito o subisce. Nessuno è il mostro della propria storia. Più che di “malvagi”, si può dunque giustamente parlare di “antagonisti”.

“Il viso della regina era duro, ostile: «Quanto vorrei prendere una spada e andare di persona a tagliare qualche testa». Stava cominciando a parlare in modo strascicato. «Quando eravamo bambini, Jaime e io eravamo talmente uguali che nemmeno nostro padre riusciva a distinguerci. Certe volte, per giocare, ci scambiavamo i vestiti e passavamo l’intera giornata facendo finta di essere l’altro. Ma anche così, quando a Jaime venne data la sua prima spada, per me non ci fu nessuna spada. E a me che cosa date? Ricordo di aver chiesto. Eravamo talmente uguali, che non riuscivo a capire come fosse possibile che venissimo trattati in modo tanto diverso. Jaime imparò a combattere con la spada, la lancia e la mazza ferrata. A me insegnarono a sorridere, a cantare e a compiacere.
Lui divenne l’erede di Castel Granito, io fui venduta a un estraneo come una giumenta, in modo che il mio nuovo proprietario potesse montarmi ogni volta che ne aveva voglia… Per poi mettermi da parte all’apparire di una puledra più giovane. A Jaime il potere e la gloria, a me il parto e l’oltraggio.»
«Ma tu sei la regina dei Sette Regni» disse Sansa. «Quando la parola passa alle spade, una regina è solo una donna.» La coppa di Cersei era vuota, il paggio si mosse per riempirgliela di nuovo, ma lei la rovesciò sul tavolo e scosse il capo. «Basta così. Devo essere lucida.» (MARTIN 2019, p. 811)

Persino la storia condivisa non ha una sua verità semplicisticamente “oggettiva”. Questo è un punto esplicitamente affrontato dall’adattamento seriale HBO e che invece non è ancora stato svolto compiutamente dai romanzi, ma è improbabile che non rifletta un asse portante della narrazione martiniana stessa: la grande ribellione di Robert Baratheon e del suo amico fraterno Ned Stark per rovesciare la monarchia Targaryen aveva certamente valide basi nei crimini odiosi del “Re Folle”, ma la sua miccia era stata essenzialmente la gelosia erotica per il rapimento della promessa sposa di Robert stesso, Lyanna sorella di Ned, che si credeva stuprata dall’erede al trono, il principe Rhaegar, altrimenti noto per il suo coraggio e la grande generosità. In realtà si tratta di una vera e propria ricostruzione falsata dalla possessività di Robert stesso, che non riusciva a concepire che Lyanna potesse amare qualcun altro. Anche in questo caso colpe e meriti non sono dunque distribuiti in modo con facile, confortante manicheismo tra gli schieramenti, e persino nei gesti dei singoli. Il regicidio per mano di Jaime Lannister, guardia giurata del “Re Folle”, lo marchierà a vita come “Sterminatore di Re”, tassello decisivo della leggenda nera che vede in lui una sorta di avvenente e micidiale “Cesare Borgia”, ma in realtà quel tradimento ha salvato migliaia di persone da una morte certa e insensata tra le esplosioni dell’altofuoco cui il sovrano, come un Hitler delirante nel suo ultimo bunker, voleva condannare l’intera capitale.

È importante notare come la narrazione martiniana differisca da quella tolkieniana nel suo comprendere il percorso fondamentalmente non di una, bensì due generazioni, parimenti coinvolte nel precipitare degli eventi: quella che era stata la giovane protagonista della guerra precedente (Ned Stark, Jaime Lannister, Euron Greyjoy…)  così come i figli e le figlie di quel passato recente. Sia gli uomini e le donne assurti al potere col rovesciamento dei Targaryen che i ragazzi e le ragazze che invece incarnano le scelte comunque complesse di quegli stessi padri si addentreranno in diversi percorsi narrativi, che costituiscono anche varie opzioni della narrativa fantastica e tout-court (l’indagine poliziesca nella capitale, le strane coppie che percorrono lande desolate, tra taverne e agguati, i percorsi di formazione, morte e rinascita degli eroi ai confini del mondo, al contato col soprannaturale…) e che spesso comprendono forme drammatiche di spoliazione e financo mutilazione della precedente identità: basti pensare alla giovane Arya Stark, che esprime una sorta di versione dark e ribaltata di Cenerentola, e che dalla tutela sui generis d’un “fata madrina/donatrice” come l’Uomo senza Volto passa a trasformarsi lei stessa in una proppiana donatrice di morte, proprio diventando “Nessuno” e perdendo addirittura la vista, o ai percorsi di crisi e ricostruzione attraversati da Jaime Lannister, privato della mano da spadaccino, o Theon Greyjoy, evirato.

Il primo romanzo del ciclo (che inizialmente doveva a sua volta concludersi in una trilogia, la ripartizione di più immediato richiamo tolkieniana) si apre quasi dumasianiamente vent’anni” dopo il grande conflitto che ha visto il rovesciamento dei monarchi Targaryen, in un momento nel quale antiche ferite e nuove tensioni mostrano tutte le fragilità del regno attuale, e chiedono di essere fronteggiate quanto prima. Quelli che si riveleranno i protagonisti principali s’incontrano e concentrano tutti nella dimora settentrionale degli Stark, Grande Inverno, meta d’un grande corteo reale alle cui motivazioni formali si accompagnano altri intenti più ambigui e segreti, e in seguito al quale le scelte e le azioni dei vari personaggi innescheranno una serie di cammini centrifughi. Anche tale incipit costituiva per l’autore una ripresa e variazione del romanzo tolkieniano:

«L’autore inglese inizia da un particolare, da una scena quasi familiare, la festa di compleanno di Bilbo nella Contea, un piccolo angolo dimenticato della Terra-di-mezzo. Da lì, i personaggi si aggiungono lentamente e la scena si allarga sempre più. All’inizio ci sono Frodo e Sam, poi vengono Merry e Pipino, poi a Brea si aggiunge Aragorn e a Gran Burrone si unisce il resto della Compagnia. In seguito, avviene il contrario: da un certo punto, si perdono pezzi. Prima Gandalf, poi Boromir muoiono, poi Frodo e Sam attraversano da soli il fiume, mentre Merry e Pipino sono portati via dagli Orchi e quel che rimane della Compagnia li insegue. Si ha la sensazione che mentre il gruppo cerca di riunirsi il mondo diventi sempre più grande. L’ottica si allarga sempre più per seguire tutti i differenti percorsi. Il mio schema è stato molto simile. Si inizia a Grande Inverno e tutti eccetto Daenerys si trovano lì». (MARTIN 2011)

Quest’ultima osservazione, quasi incidentale, è invece assai significativa. La narrazione martiniana non si limita infatti al dividersi dei cammini dei diversi personaggi presentatati a Grande Inverno, ma comprende anche un altro polo decisivo, a migliaia di leghe di distanza, nel profondo meridione. È qui difatti che l’ultima sopravvissuta della stirpe Targaryen, Daenerys, che dapprima parrebbe riprodurre il destino della leggendaria Anastasia Romanov in Europa Occidentale, intraprende un percorso tanto personale di autocoscienza quanto collettivo che la porterà non solo a risvegliare i primi draghi dopo centinaia di anni ma, novella Mosè, a capitanare una vasta insurrezione che non ambisce semplicemente a riportarla sul trono degli avi ma anche ad abbattere la piaga della schiavitù. La remissiva fanciulla data in sposa come merce di scambio si rivela l’autentica depositaria del sangue di drago e la “Spezzatrice di catene” capace di intravedere inattese soluzioni terze laddove gli antichi schemi non scorgevano che opposizioni polari.

Il suo viaggio fisico e interiore costituisce il corrispettivo di quello intrapreso a Nord dal bastardo Jon Snow, a sua volta chiamato passo dopo passo a ruoli di sempre maggiore responsabilità, fino alla sconvolgente decisione di “tradire” la missione centenaria dei Guardiani della Notte e aprire la Barriera alle popolazioni nomadi dei Bruti, con le quali intende allearsi per fronteggiare la vera minaccia che incombe su tutti i regni degli uomini, l’armata dei non-morti radunata dai misteriosi Estranei.

La magia si ridesta dunque a Nord e Sud, il conflitto mitico di “Ghiaccio e Fuoco” si innesta su quello storico, sulla polvere, il sudore e il sangue delle ambizioni e contese ordinarie e meschine a cui il mondo, la dantesca “aiuola che ci fa tanto feroci” parrebbe ormai definitamente istradato e confinato.

È il ritorno dello scontro ancestrale tra la tenue luce degli uomini e l’oscurità circostante che è già alla base del “Beowulf” e tutta la poesia eroica di matrice norrena. Il termine medesimo “Others/White Walkers-Estranei” fonde a sua volta l’immaginario lovecraftiano dei sinstri “Other Gods” e l’esclusione dei “Vagabondi della Marca” come il mostro Grendel, nel cui conflitto con l’eroe Beowulf lo stesso Tolkien, nel suo celebre saggio (MF 2004), aveva sottolineato l’eco della “sindrome del Ragnarok” (seppure temperata di cristiana rassegnazione e fiducia), l’anticipazione di quell’immane conflitto collettivo tra uomini e dèi contro i mostri e i giganti del gelo. E al pari del singolo duello tra l’eroe anglosassone e l’Orco che insidia il palazzo del Cervo, anche in Martin ogni scontro con gli Estranei, per quanto limitato o intrapreso da figure non necessariamente eroiche o positive, riecheggia e reincarna quell’opposizione ultima e radicale. Lo si evince bene dal primo, effettivo capitolo della saga, una sorta di prologo dedicata a personaggi che poi non avranno quasi alcun peso nella narrazione, come l’altezzoso sir Royce, e che funge appunto da leitmotiv:

Will udì ser Royce esalare un lungo sibilo. «Non avvicinarti oltre» intimò il giovane, la voce incrinata come quella di un ragazzino spaventato. si gettò dietro le spalle le falde della cappa  d’ermellino liberando le braccia e preparandosi al duello, entrambe le mani strette attorno all’impugnatura della spada. il vento aveva cessato di soffiare. L’aria era di ghiaccio.
L’Estraneo continuò ad avanzare senza rumore. nella destra aveva una spada lunga, diversa da qualsiasi altra Will avesse mai visto. nessun metallo noto all’uomo era stato usato per forgiare quella lama. no, nessun metallo, infatti: la lama era di cristallo. Pareva un’entità vivente, talmente sottile da svanire quando la si guardava di taglio. emanava una luminescenza azzurra, un alone spettrale che si faceva indistinto ai bordi. e will sapeva che quei bordi erano più affilati di quelli di qualsiasi rasoio. «Vuoi danzare?» ser Royce affrontò l’avversario con coraggio. «Allora danza con me.» (MARTIN 2019, pp. 17-18)

Lo svilupparsi delle due “autorità credibili”-seppure non esenti da ombre e rischi- di Jon Snow e Daenerys s’incrocia ed è per così dire vagliato al crogiolo dell’arguzia e dell’apparente cinismo di un altro personaggio che, al pari degli hobbit tolkieniani, costituisce uno dei “salti quantici” martiniani, uno di quei tratti assolutamente nuovi dai quali tanti elementi della tradizione attingono forza e freschezza: anche in questo caso si tratta d’una figura d’altezza modesta sebbene capace di “gettare un’ombra molto lunga”, il nano Tyrion Lannister, erede irriso del più potente casato dei Sette Regni ma apparentemente confinato a una vita scioperata di vizio mal tollerato. Al pari dei buffoni o del Tersite sempre shakespeariani, o, per restare nel fantasy, del Lord Gro di E. Eddison ben noto allo stesso Tolkien, il Tyrion Lannister di Martin fin dalla sua prima comparsa sembra assumersi il ruolo metaletterario di palesare non solo verità spesso degradante su azioni e motivazioni dello sfavillante e corrotto mondo che lo circonda, ma anche “sul genere narrativo stesso”. È come se lo sguardo disincantato proprio di quegli anni ’60 vissuti da Martin e già rievocati con malinconia in Armageddon Rag, per il quale, come nel celebre detto di Malraux, “non esiste ideale al quale possiamo sacrificarci, noi che non sappiamo cosa la verità”, venisse idealmente trasportato e incarnato nell’ironia tagliente di questo potente “scartato”:

I suoi occhi asimmetrici studiavano Jon. «sono
Tyrion Lannister.»
«Lo so.» Jon si rimise in piedi. era nettamente più alto del Folletto, il che lo fece sentire stranamente a disagio. «Sei il bastardo di Ned Stark, giusto?»
Jon sentì il gelo impadronirsi di lui. strinse le labbra, rimanendo in silenzio.
«Ti ho offeso?» chiese Tyrion. «Mi dispiace, ma i nani non sono
obbligati ad avere tatto. dopo la pletora d’imbecilli con mantello con
la quale sono stato costretto ad avere a che fare, mi sono guadagnato il diritto di vestire in modo schifoso e di dire qualsiasi cosa fetente mi passi per la testa.» Fece una smorfia. «Tu però sei il bastardo.»
«Lord Eddard Stark è mio padre» ammise Jon rigidamente.
«si vede.» Tyrion studiò i suoi lineamenti. «in te c’è molto più
l’uomo del nord di quanto non ce ne sia nei tuoi fratelli.»
«Fratellastri» corresse Jon. Le parole del Folletto gli avevano fatto piacere, ma cercò di non darlo a vedere.
«allora lascia che ti dia qualche consiglio, bastardo» riprese
Tyrion Lannister. «Mai, mai dimenticare chi sei, perché di certo il
mondo non lo dimenticherà. Trasforma chi sei nella tua forza, così
non potrà mai essere la tua debolezza. Fanne un’armatura, e non
potrà mai essere usata contro di te.»
Jon snow non era in vena di stare a sentire consigli, da nessuno.
«Tu che ne sai di cosa significa essere un bastardo?»
«agli occhi dei loro padri, tutti i nani sono bastardi.»
«Ma tu rimani un Lannister, sangue del loro sangue.»
«davvero?» il Folletto ebbe un’espressione sardonica. «non esitare, ragazzo: va’ pure a dirlo al lord mio padre. Mia madre morì nel
darmi alla luce, per cui lui non ha mai potuto esserne del tutto certo.»
«io non so nemmeno chi sia, mia madre» disse Jon.
«una donna d’eccezione, senza alcun dubbio. La maggior parte di loro lo è.» Tyrion gli elargì un sorriso di solidarietà. «Ricorda una sola cosa, ragazzo: tutti i nani potranno anche essere dei
bastardi, ma non è affatto necessario che tutti i bastardi debbano
essere dei nani.» (MARTIN 2019, p. 66)

Eppure lo stesso Tyrion, ubriacone, puttaniere e financo patricida, si rivela progressivamente uno dei grandi protagonisti, se non addirittura l’eroe positivo per eccellenza dell’intera saga, dotato di un’empatia e saggezza affinate dalle continue irrisioni che ne hanno scandito la vita, capace, nonostante tutte le delusioni e le ferite fisiche e morali, di continuare a credere nell’amore, nell’amicizia, nella gentilezza. Anche in Tyrion si palesa dunque che l’antico eroismo non è affatto sconfessato da Martin, sebbene questi sottoponga tanti semplicisti clichés a un salutare terremoto. Il paragone col già citato Sergio Leone qui può dimostrarsi davvero utile e calzante. Proprio come questi ha sfrondato il genere western di tanto manicheismo facile, e ha saputo mostrare la polvere e il sudore dei compromessi e delle ombre che si accompagnano a ogni vicenda umana, così il mondo brutale, spesso ottusamente casuale di Martin nel quale esistono ben poche azioni “pure” e nel quale l’oro, l’avidità materiale, le mere necessità fisiologiche sanno condizionare se non determinare tanto della vita personale e collettiva, dentro tutto questo è capace comunque di comprendere l’amicizia disinteressata, la solidarietà, l’eroismo, spesso laddove queste parrebbero più improbabili. Il cavaliere ideale può essere scorto, seppure a pezzi, sia dietro l’arroganza sempre più tormentata di Jaime Lannister sia nei movimenti goffi di Brienne di Tarth, vergine guerriera che, a differenza di Clorinda ed Eowyn, non possiede alcuna avvenenza. L’eco del Ragnarok non si ripete solo tra i ghiacci del Nord, e la forza di una leadership positiva non è prerogativa solo della splendida Madre dei Draghi o dell’erede al Trono di Spade. Anche in mezzo al lerciume della storia ordinaria, persino un uomo molto piccolo può- appunto- gettare un’ombra assai lunga:

«Tyrion condusse il cavallo nel piccolo cerchio, squadrando l’esigua forza di combattenti. Soltanto un pugno di uomini aveva risposto al suo comando, meno di una ventina. Rimanevano in sella ai loro cavalli, con gli occhi sbarrati come quelli del Mastino. Con disprezzo, Tyrion guardò gli altri, cavalieri e mercenari che si erano ritirati insieme a Clegane. «Mezzo uomo» ringhiò. «Questo dite di me. Se io sono un mezzo uomo, voi che cosa siete?»
Questo doveva aver infangato abbastanza il loro onore. Uno dei cavalieri, senza elmo, montò a sua volta ed entrò nella colonna. Un paio di mercenari lo imitarono. Poi altri ancora. La Porta del Re sussultò di nuovo. In breve, il gruppo di Tyrion raddoppiò di numero. Li teneva in pugno. «Se io combatto, anche loro saranno costretti a combattere… altrimenti, sarebbero addirittura inferiori a un nano».
«Non mi sentirete urlare il nome di Joffrey» disse loro. «E nemmeno inneggiare a Castel Granito. Quella che Stannis Baratheon intende saccheggiare è la vostra città. E quella che sta cercando di
sfondare, è una delle vostre porte. Per cui, venite con me, andiamo ad ammazzare quel figlio di puttana!»
Tyrion impugnò l’ascia da guerra, fece voltare il cavallo e partì verso la porta del corpo di guardia; pensava che gli altri lo seguissero, ma non osò voltarsi a guardare.” (MARTIN 2019, p. 806)

Occorre tuttavia segnalare una differenza significativa: al netto della sua straordinaria ricchezza e complessità, tanto che giustamente Lev Grossman ha definito Martin il “Balzac del fantasy”, il percorso narrativo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco comprende sì anche molte figure di umili natali, capaci di gesti e contributi decisivi, eppure i protagonisti veri e propri restano tutte figure di alto lignaggio. Certamente, il Martin di Fuoco e Sangue afferma per bocca del suo maestro della Cittadella che “gran parte delle cronache storiche narra le gesta di re e regine, nobili d’alto lignaggio, cavalieri feudali, santi septon e saggi maestri, tanto che è facile dimenticare la gente comune vissuta negli stessi anni dei grandi e potenti. Eppure, di tanto in tanto, un uomo o una donna comune, non benedetto da nascita o ricchezza o astuzia o saggezza o prodezza nelle armi, emerge dall’anonimato e con un semplice gesto o sussurro è capace di mutare il destino dei regni” (MARTIN 2018, p. 656), si tratta appunto di elemento episodico, e il potente cortocircuito tolkieniano per cui le manzoniane “genti meccaniche e di picciolo affare” potevano davvero intromettersi nei disegni dei Grandi, e spesso ribaltarli, qui risulta perlopiù assente. Si ricorre semmai all’antico schema dell’agnizione, per cui chi parrebbe destinato a una vita nel nascondimento si rivela essere il depositario di un’eredità decisiva e sconvolgente, come il bastardo Jon Snow, figlio dell’amore segreto tra Rhaegar Targaryen e Lyanna Stark, e perciò legittimo erede del Trono di Spade stesso. Tuttavia, come sé già ribadito in più passaggi, giudicare un’opera di grande potenza letteraria, conclusa ed entrata in circolo nel sangue del discorso collettivo da oltre cinquant’anni e un percorso narrativo tuttora incompiuto, rischia di generare approssimazioni e abbagli. Basti pensare al finale “senza idillio”-per mutuare una celebre espressione di Raimondi dedicata a Manzoni[2]– del romanzo di Tolkien. Lo stesso Martin ha avuto parole d’elogio per quella elegia sui costi della guerra nella vita del singolo e si augurato di saper comunicare lo stesso inesorabile sentore di verità (MARTIN  2011). Come tutto questo andrà a innestarsi sui passaggi precedenti li farà anche leggere tutti in modo significativamente diverso.

Riassumere il peso esercitato da G. R. R. Martin e i suoi Sette Regni nella letteratura fantastica degli ultimi vent’anni è impresa impossibile, e ancora una volta azzoppata dalla necessità di attendere la conclusione del ciclo narrativo stesso. Si tratta di un processo ancora in corso e un contributo enorme nel renderlo un fenomeno transmediatico di proporzioni uniche è stato lo tsunami dell’adattamento HBO, verificatosi al mezzodì della rinnovata età dell’oro della serialità televisiva, proprio come l’opera di Tolkien aveva vissuto, se non una nuova giovinezza, certamente un forte rilancio nell’immaginario  mondiale a partire dalla trilogia cinematografica di P. Jackson del 2001-2003. Al pari dei romanzi di J. K. Rowling e N. Gaiman, il vasto affresco di Martin si è rivelato uno dei grandi e imprescindibili riferimenti per le nuove generazioni di autori,  assurgendo a modello cui si è guardato per stanchi e superficiali rifacimenti (i titoli fantasy con la parola “Trono…” non si contano, ma è storia antica: anche nel ‘500 post-ariostesco si producevano continui “Amori di Marfisa” e simili) e intelligenti nuovi percorsi, capaci a loro volta d’innovare e contaminare. E uno dei più ricchi e significativi fu in parte innescato proprio dalla sorprendente decapitazione del “protagonista” Ned Stark, il virtuoso Primo Cavaliere, in conclusione del primo volume del ciclo, un evento inaspettato che seppe scatenare lo sconcerto di molti e fu invece accolto con un fremito d’entusiasmo da un giovane lettore britannico…

 

II. Come una fortezza, come un sortilegio, come una banca. Joe Abercormbie e le nuove prospettive del fantasy

 

 «Ho di nuovo cercato di leggere questo dannato libro.» Ardee schiaffeggiò la copertina di un massiccio volume, che giaceva aperto all’ingiù su una poltrona.

«La caduta del Sommo Creatore» borbottò Glokta. «Quella spazzatura? Tutta magia ed eroismo, sbaglio? Non sono riuscito nemmeno a finire il primo.»

«Vi capisco. Io sono arrivata al terzo e vi assicuro che non migliora. Troppi dannatissimi stregoni. Alla lunga finisco con il confonderli. Una sequela infinita di battaglie e maledettissimi viaggi, da qui a là e da là a un’altra parte. Giuro che se vedo un’altra mappa anche solo di sfuggita mi uccido.»</p>

J. Abercrombie, Il Richiamo delle spade

 

L’umorismo può essere definito anche come la capacità di vedere una determinata situazione dall’esterno, collocandola in un orizzonte più ampio o differente, sia per i protagonisti della medesima che per i loro eventuali spettatori o lettori. Per restare in ambito tolkieniano, basti pensare alle considerazioni dell’Hobbit Bilbo tra le zampe della grande aquila in volo (LH, p. 129): mentre questa magnifica le gioie del librarsi in cielo, Bilbo passa in rassegna le proprie alternative, che gli risultano assai più caldamente suggestive, come una colazione a letto o un bagno caldo. È il mondo dell’avventura fantastica che viene giudicato dall’ordinario e dal rassicurante, il lirico ed epico che sono criticamente vagliati da una lente comica che non per questo necessariamente li sconfessa.

In tale prospettiva, profondamente consapevole dei meccanismi narrativi, un genere stesso può divenire oggetto di riflessione meta-letteraria. È un simile spirito che percorre i fantasy eroici, cupi e arguti di Joe Abercrombie, ambientati nel “Cerchio del Mondo” de “La Prima Legge”: l’impero dell’Angland, con le sue burocrazie finanziare e militari, ricorda fin dal nome l’Inghilterra coloniale e la Russia di “Guerra e Pace”, il Nord con i suoi clan di guerrieri Nominati e sciamani, in lotta perenne con le mire espansioniste del sud civilizzato e le inquietanti orde che tracimano dai confini del mondo, riecheggia la Scozia di re Bruce e William Wallace e ovviamente anche i reami degli Stark e le terre oltre le Barriera dello stesso Martin, la raffinata Styria delle compagnie mercenarie e delle città-signorie si ispira chiaramente all’Italia di Machiavelli e Giovanni dalle Bande Nere, la Landa Remota dei coloni è modellata sul West americano e infine la meridionale Gurkhul, col suo geniale Profeta e il suo culto monoteistico, con le sue risorse infinite d’uomini e arsenali, la complessa cultura e mire accentratrici, all’Impero Ottomano. È un universo di guerrieri micidiali, ladre, imperatori, spie, condottieri e stregoni, ma provvisto d’una peculiare autoconsapevolezza, giacché proprio i topoi del fantasy epico che anche qui parrebbero incarnati, vi sono anche vissuti come fantasie superficiali e riduttive rispetto alla realtà dei fatti, che di solito risulta ben più complessa e “sporca”. Si prenda una scena come l’ingresso nella capitale del potente e ormai dimenticato stregone Bayaz (il “Gandalf” della trilogia di Abercrombie), accompagnato dal micidiale nordico Logen Novedita, laddove i due si sottopongono a una vestizione da cosplayer che è una esplicita parodia dei maghi e guerrieri da immaginario fantasy della vulgata, quello dei giochi di ruolo o dei romanzi commerciali.

«Mi serve una veste magnifica, adatta a un Mago o a un grande stregone, o una cosa del genere. Con un certo tocco arcano, comunque. Poi vorremmo anche qualcosa di simile, ma meno chiassoso, per un apprendista. E infine, ci serve qualcosa per un guerriero possente, un principe del lontano Nord, magari con una pelliccia, direi». «Non dovrei avere difficoltà. Vediamo che cos’ho». Il negoziante scomparve dalla porta dietro il bancone.
«Ma che diavolo sta succedendo?», chiese Logen.
Lo stregone ghignò. «Vedi, qui le persone nascono con uno stato. Ci sono i plebei, che combattono, coltivano la terra e fanno i lavori pesanti. C’è la piccola nobiltà, che commercia, costruisce e pensa. Poi c’è la nobiltà, che possiede la terra e maltratta tutti gli altri. Infine, c’è la Corona…» Bayaz guardò la corona di latta. «Non ricordo più quale sia la sua utilità, però. Nel Nord si può arrivare in alto grazie ai propri meriti,  basta guardare il nostro comune amico, Bethod. Qui non funziona così. Un uomo nasce su un gradino sociale e ci rimane. Pertanto noi dobbiamo avere l’aspetto di gente elevata, se vogliamo farci prendere sul serio. Vestiti così, non supereremmo neanche le porte dell’Agriont».
Il negoziante lo interruppe, ricomparendo sulla porta con un mucchio di vestiti splendenti tra le braccia. «Una veste mistica, adatta al più potente degli stregoni! È stata usata l’anno scorso da un attore che impersonava Juvens, in occasione del festival estivo; il titolo era “La Fine dell’Impero”. Questo costume, se posso dirmelo da solo, è uno dei miei lavori migliori». Bayaz sollevò il luccicante tessuto cremisi e lo osservò con aria ammirata alla poca luce, mettendo in mostra diagrammi arcani, lettere mistiche, simboli solari, lunari e stellari, tutti ricamati con un filo argentato.
Malacus fece correre la mano sulla sua veste, stonatamente splendida. «Non penso che mi avresti preso in giro con tanta facilità, eh, Logen, se fossi arrivato al tuo accampamento vestito così».
Logen fece una smorfia. «Io dico di sì, invece».
«E qui, invece, abbiamo un bellissimo esempio di costume da barbaro». Il negoziante spiegò una tunica di cuoio nero sul bancone, su cui erano cucite delle volute in ottone e un inutile ordito di delicatissima maglia metallica poi indicò la pelliccia abbinata. «Questo è vero zibellino!» Era un cencio ridicolo, inutile sia come copertura che come protezione dal freddo.
Logen incrociò le braccia sulla sua vecchia giubba. «Non ti aspetterai che la indossi…» (ABERCROMBIE 2019, p. 179)

Anche il complesso tema del rapporto creature-natura, così vivo e decisivo nell’opera tolkieniana, viene ironicamente accantonato con una scrollata di spalle dallo stesso Logen nel constatare la progressiva scomparsa degli spiriti della foresta: quantomeno la smetteranno di rifilare ai malcapitati interlocutori le loro chiacchiere sull’importanza degli alberi.

Quanto l’opera di Martin abbia avuto un peso per i percorsi narrativi e stilistici di Abercrombie, è egli stesso a dettagliarlo in questa recente prefazione a una recente nuova edizione di lusso de “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”:

«In 1996, when George RR Martin’s A Game of Thrones was first published, darkness alone was nothing new in fantasy. In the 30s, Robert E. Howard’s Conan was dark and muscular with a dash of kinky.  In the 50s Poul Anderson’s The Broken Sword was dark and tragic with a streak of viking fatalism.  In the 70s Michael Moorcock’s Elric was dark and brooding with a side order of doomed decay. But those were generally shorter, more focussed stories. By the 80s and 90s the commercial juggernaut dominating the speculative shelves was epic fantasy – big series of big books about swords and wizards and dragons in detailed, medieval-style invented worlds, and the bigger and more detailed the better.  Those kinds of books were still very much in the shadow of JRR Tolkein’s definitive fantasy colossus, The Lord of the Rings. So it was that when I was growing up, fantasy seemed to consist of series striving heroically to out-Tolkein Tolkein in the grandeur of their setting, the clarity of their morality, and the familiarity of their plot and characters.  You could say the genre had become just a tad predictable.  You knew who the good guys were, you knew who the bad guys were, and the reader was left with little doubt who was going to beat who. Which is one reason why I started to drift away from the genre and, by the early 90s, more or less stopped reading it. What Martin gave me, of course, was the best kind of slap in the face». (ABERCROMBIE in MARTIN 2019)

Abercrombie tenta poi di rendere ragione della forza e importanza di tale salutare “schiaffo a lungo atteso”:

«Originality is a wonderful thing. But it’s like salt. Too much can ruin a meal. What’s brilliant about A Game of Thrones is the way it mixes the well-loved with the radical, that it feels just familiar enough to make you think you know what’s coming. It’s the execution, and the combination of elements, that adds up to something new. Something truly shocking, even. “You’re safe,” it seems to say, “you’re among old friends.” Like many of its most dangerous characters, it comes with a smile. Then it sticks the knife in. He doesn’t just take the same old heroic storylines, sprinkle them with sewerage, add a wound and a plague sore or two and proceed to the happy ending. Martin follows through. The book is packed with the brutal randomness of real life, with shocking betrayals and devastating consequences.  The narrative refuses to run on the usual rails in very much the direction we expect.  Rather we are soon clinging on white-knuckle tight as it veers and bounces like an out of control mine cart, and central characters are horribly disgraced, irrepairably maimed, and frequently killed». (ABERCROMBIE in MARTIN 2019)

Quasi raccogliendo il testimone, il mondo della Prima Legge preme l’accelleratore proprio sulle conseguenze fisiche e psicologiche delle scelte dei personaggi, a livello personale e collettivo, sugli sfregi visibili e invisibili che la violenza, l’amore tradito, la manipolazione e la sudditanza emotive sanno lasciare sui corpi e sulle menti. Sfregi, ustioni, mutilazioni non sono accessori che contribuiscono a incupire superficialmente la narrazione, ma realtà sgradevolemente pesanti, di cui viene mostrata tutta l’incidenza e spiacevolezza in un mondo nel quale non è stato ancora brevettato il cloroformio. Basti pensare agli spasmi che scandiscono le giornate e le riflessioni dell’Inquistore Glokta, biblico “uomo dei dolori che ben conosce il patire”, e proprio per questo sa dosarlo con strategie magistrali ai nemici della Corona, o al sopracitato Logen Novedita, di cui ogni passo, incontro, strane reticenze e malinconica saggezza pratica sono condizionati da un passato di stragi e orrori alle spalle. In questo campione disilluso, che tenta disperatamente di fare la cosa giusta o quantomeno impedirsi di commetterne ancora troppe sbagliate, Abercormbie mostra cosa voglia dire davvero relazionarsi con un uomo violento e francamente schizofrenico, quali rischi si annidino nell’accompagnarsi a un berserk in cui può ridestarsi da un momento all’altro la ferocia travolgente, estatica di Novedita il Sanguinario, per la quale non esistono più amici e nemici, ma solo vittime da immolare alla Grande Livellatrice in una danza estatica di sangue. La violenza non è uno strumento che si possa estrarre o meno, a proprio piacere, ma una dimensione, che coinvolge e spesso tragicamente travolge quanto attraversi il suo cammino.

Anche per i suoi personaggi, vale quanto già notato per quelli di Martin: nessuno è il mostro della propria storia, sebbene lo possa essere di quelle altrui. Spesso le opere di Abercrombie possiedono un evidente percorso a spirale, per cui in conclusione si torna al punto di partenza, persino geografico, ma approfondendo o ribaltando l’impostazione iniziale, e talvolta diventando proprio ciò che si credeva di combattere. Basti pensare a Il sapore della vendetta, dove la capitana di ventura Monza Murcatto,  per vendicarsi del tradimento inspiegabile del suo ex patrono, il Granduca Orso, passo dopo passo si trova coinvolta in una guerra civile che si concluderà nominando lei stessa Granduchessa della Styria, ossia quanto Orso temeva erroneamente che lei progettasse fin dall’inizio. Oppure alla trilogia Young Adult de “Il Mare Infranto” (che qui tocchiamo solo marginalmente) dove il giovane ministrante Yarvi si confronta infine con l’odiata e manipolatrice Gran Madre Wexen, il vero potere alle spalle del trono, mentre compagni e lettori si rendono conto che “l’Oscura Signora” non è certamente il demone che si era tanto immaginato e maledetto, e che proprio il suo principale avversario nonché protagonista non risulta poi così diverso, per traiettoria, fini e mezzi adoperati:

“Una donna anziana si trovava al parapetto di metallo elfico, indossando una tunica che arrivava al pavimento, i capelli bianchi tagliati corti, con alle spalle una grande pila di libri, dalle costole vergate d’oro, incastonate di gemme. Ne afferrò una bracciata e la gettò oltre il parapetto: anni di lavoro, decenni di lezioni, secoli di conoscenza spariti nelle fiamme. Ma così vanno le cose, quando Madre Guerra spiega le ali. Le basta un istante di gioia per squarciare in mille pezzi ciò che al suo piagnucoloso sposo Padre Pace occorre tutta una vita per cucire.
«Gran Madre Wexen!» vociò Yarvi.
Lei si bloccò, le spalle incassate, per poi voltarsi lentamente.
La donna che aveva regnato sul Madre Infranto, deciso le sorti di innumerevoli migliaia, fatto tremare i guerrieri e usato i re come fantocci, non era affatto come Koll si aspettava. Non era una cattiva dalla voce chioccia. Né un essere malvagio, alto come una torre. Solo un viso materno, rotondo e profondamente segnato. D’aspetto saggio. Cordiale. Senza segni sfarzosi del proprio alto stato. Con solo una collana leggera al collo, nella quale erano inseriti foglietti coperti di scrittura. Documenti, giudizi, debiti da far saldare, e ordini da far obbedire.
Lei sorrise. Senza ricordare affatto la preda disperata, finalmente all’angolo. Lo sguardo di una mentore cui un allievo capriccioso abbia finalmente risposto all’appello.” (ABERCROMBIE)

Oppure si prenda la scena, che pare quasi un manifesto programmatico, in cui Logen Novedita, dopo aver sconfitto l’amico-nemico, il re Bethod, ne ottiene la corona del Nord e si rende conto di essere diventato Bethod stesso:

«Un uomo fatto di morte, ma addobbato da ricchi indumenti colorati e preziose pellicce bianche, chiusi da rivetti e fibbie così lucidi che brillavano, il tutto completato da una grossa catena d’oro attorno alle spalle. La stessa che aveva indossato Bethod. Le mani gli spuntavano dalle maniche bordate di pelliccia; erano segnate e rudi, con un dito in meno, e si aggrappavano con forza ai braccioli della poltrona dorata. I vestiti erano quelli di un re, ma le mani erano quelle di un assassino. Sembrava il cattivo di una storia per bambini. Lo spietato guerriero che aveva preso il potere con il fuoco e con l’acciaio, arrampicandosi su una montagna di cadaveri per arrivare al trono. Forse lui era proprio quel genere di uomo.  Si mosse a disagio, e sentì il tessuto nuovo graffiargli la pelle umidiccia. Di strada ne aveva fatta, da quando si era trascinato sulla riva del fiume, senza neppure un paio di stivali ai piedi, e aveva sfacchinato per miglia e miglia sugli Alti Luoghi in compagnia di un tegame. Di strada ne aveva fatta, sì, ma non era sicuro che adesso fosse una persona migliore di prima. Era scoppiato a ridere quando aveva saputo che Bethod si era proclamato re. E adesso eccolo qua, nei suoi stessi panni, ancora più inadatto di lui a questo ruolo. Una cosa si può ben dire di Logen Novedita, che è uno stronzo. Né più, né meno. E a nessun uomo piace ammettere una cosa del genere su se stesso. Un uomo non può fare le cose che aveva fatto lui e poi sperare in un lieto fine». (ABERCROMBIE 2019, pp. 1105-1106)

Anche il realismo già ricercato da Martin viene a sua volta ulteriormente approfondito: come nelle battaglie dei Sette Regni, i personaggi di Abercrombie possono essere sorpresi da un’improvvisa necessità di urinare o finire coll’inciampare goffamente durante una carica eroica, ma questi ha saputo raccontare anche il peso del ciclo mestruale nella routine militare di una guerriera o nelle trattative politiche e sociali di una mercantessa. Un Piccolo Odio, il romanzo più recente di Abercrombie, si apre con una solenne e sinistra visione sciamanica della giovane protagonista, una profezia che ricorda molto da vicino quelle del giovane Bran Stark di Martin, ma che non implica solamente uno sgradevole e plausibile attacco epilettico, ma anche una sua possibile conseguenza, ossia una scarica di diarrea. Pure le scene erotiche-lungi dal solleticare semplicemente l’attenzione del lettore- costituiscono in Abercrombie un altro efficace ed importante di realismo e verità drammatica, nel quale il personaggio comunica qualcosa di sé: un “dirsi” che, al pari di molte altre forme basilari di comunicazione, risulta spesso balbettante e frustrante.

Se per Martin sono state decisive le cronache medievali e moderne su Plantageneti e Tudor, in Abercrombie tali fonti – che restano, basti pensare a quanto in Un Piccolo Odio il principe Orso, scioperato e witty, riprenda l’Hal/Enrico V di Shakespeare – si sommano alla Storia della Guerra Civile Americana, i western di Larry McMurty, i noir nella Los Angeles di Ellroy. Ma a differenziare Abercrombie dallo stesso Martin e molti altri autori fantasy è il peso accordato alle trasformazioni tecnologiche nel passaggio tra le generazioni. Come fu notato dallo storico Francesco Ammannati in un articolo su fantasy e realismo in Martin su L’Indiscreto[3] e sottolineato dallo stesso Abercrombie in una recente intervista al romanziere italiano Matteo Strukul[4], molti romanzi fantasy dall’ambientazione vagamente Basso-Medioevale paiono sospesi in una sorta di sostanziale immobilismo tecnico. Fin dalla sua prima trilogia, e più ancora nei romanzi successivi, Abercrombie invece fa comparire macchine a stampa, cannoni, telai, e questi non si limitano a essere elementi decorativi, ma contribuiscono in modo decisivo a plasmare ambiente, condizioni di vita, scelte dei personaggi stessi. Nella nuova trilogia inaugurata da Un Piccolo Odio, le sfide, seduzioni e minacce del progresso – un tema che a sua volta è profondamente presente nella riflessione e scrittura tolkieniana, basti pensare al ritorno nella Contea sotto il giogo di Sharkey – costituiscono addirittura uno dei grandi leitmotiv, e l’autore ripercorre dettagliatamente i passaggi agli albori della rivoluzione industriale, l’espropriazione delle terre comuni,  e persino gli inizi delle rivendicazioni sindacali. È anche in tale prospettiva che il tema del rapporto uomo-natura torna in Abercrombie con grande consapevolezza e profonda malinconia.

«Sempre nuovi disoccupati. E non c’è mai posto per tutti. Una volta avevo una casa mia, più su, nella valle vicino a Hambernhalt. La conosci?»
«Non posso dire di sì» mormorò Grosso, pensando alla sua, di valle.
Gli alberi verdi agitati dal vento, l’erba verde e soffice ai fianchi. Sapeva che nel ricordo le cose risultavano sempre migliori e che la fattoriaera stata duro lavoro e magri risultati, ma era verde davvero. Non c’era niente di verde a Valbeck. Eccetto il fiume, forse, sporco di grandi chiazze colorate per via delle tintorie più a monte.
«Gran bella valle, una volta» continuava a biascicare il vecchio. «Gran bella casa, la mia, nel bosco, vicino al fiume. Ci ho cresciuto cinque figli. Con legna e carbone si facevano bei soldi. Poi iniziarono a sfornare il carbone a poco prezzo in una fornace più a monte e il fiume s’è riempito di catrame.» Tirò su col naso, a lungo, con aria impotente. «E il prezzo continuò a scendere. Poi sua fottuta eccellenza Barezin tagliò la foresta per cavarci un altro po’ di terra.»
Un grosso carro passò sferragliando, le ruote rumorose che strappavano la mota dalla strada schizzandola sulla fila, e gli uomini imprecarono e vociarono insulti al conducente e il conducente imprecò e vociò insulti agli uomini, e tutti si strascicarono avanti di mezzo passo». (ABERCROMBIE ODIO 2019, p. 111)

Ciò permette quantomeno di accennare un elemento estremamente importante, ossia quanto la scelta dei protagonisti in Abercrombie sappia rivelarsi più “tolkieniana”-per così dire- di quella esclusivamente nobiliare di Martin. Le storie nel mondo de “La Prima Legge” hanno per protagonisti aristocratici, principesse e generali ma anche semplici ladre, mercenari ubriaconi, fittavoli, fanti, le cui azioni non solo s’intrecciano sempre con quelle dei “grandi che fanno la storia”, ma spesso trasformano i rapporti di forza, e magari li ribaltano. Non si tratta solo della freccia fortunata di qualche arciere anonimo che determina l’esito di una battaglia o la caduta di un re, ma d’una rete ben più fitta d’influenze reciproche tra “alto” e basso”. È proprio questo tema a costituire l’ordito di un romanzo epicamente corale come The Heroes, dedicato a un singolo episodio della guerra tra Nord e Sud e che comprende decine di punti di vista diversi, dai Lord Comandanti ai contadini strappati ai campi per ingrossare le fila delle armate.

La questione della tecnologia si lega a quella della magia: se è vero che, soprattutto nella prima trilogia, Abercrombie lascia che le irruzioni del soprannaturale (comunque abbastanza misurate, prima di una catastrofico confronto finale: gli incantesimi di Bayaz, i sinistri poteri dei Mangiatori di Gurkhul…) restino descritti e anche giustificati secondo criteri classici del genere fantasy, già in alcuni passaggi vi si accennava come in fondo magia e tecnica non siano poteri così distanti. La misteriosa “arma” che Bayaz strappa al mondo antico e impiega nella battaglia finale ha l’inquietante proprietà di far ammalare chiunque sia entrato in contatto con lei: una perdita di capelli, denti, appetito e un deteriorarsi degli organi vitali che ricorda molto da vicino una contaminazione nucleare. Nei romanzi YA de “Il Mare Infranto” si arrivava addirittura a scoprire che i misteriosi “Elfi” del remoto passato in quel mondo simil-vichingo, con i loro manufatti incantati, non eravamo altri che noi e i nostri grattacieli e computer e armi da fuoco. Nei successivi romanzi stand-alone e nella nuova trilogia di Un Piccolo Odio, il passaggio da un mondo magico a una civiltà tecnologica, che ne eredita il linguaggio e le finalità, avviene proprio sotto lo sguardo vigile, allegro e sinistro di Bayaz il Primo Mago, ossia il “Gandalf/Merlino” di Abercrombie. È la sua guida, segreta ma ferrea, la sua (auto)convinzione di rappresentare ed essere il bene, a dirigere le fila dell’Angland, a monitorarne la stabilità, ad ammettere sporadiche crisi salutari, guerre e rivolte come febbri finalizzate a spurgare l’organismo, e a plasmare, istruire e controllare i detentori ufficiali del potere, in primo luogo i monarchi. Nella complessa e lungimirante strategia che descrive l’intero arco della prima trilogia e che vedrà infine l’incoronazione del giovane Jezal, Abercrombie riecheggia e parodizza sia l’ascesa di Artù nei romanzi arturiani che quella di Aragorn ne Il Signore degli Anelli. Ecco come un attonito conoscente dei bagordi militari reicontra Jezal nel volume conclusivo quando, novello re-guaritore, questi avanza nella folla della capitale assediata dai nemici, raggiando speranza:

«Jezal dan Luthar, chiaramente. Nonostante ciò, era difficile convincersi che si trattasse dello stesso uomo, e non soltanto per via del ricco mantello di pelliccia che portava sulle spalle, o del cerchio d’oro che gli cingeva la testa. Sembrava più alto. Più affascinante anche, sebbene avesse perso quell’aria fanciullesca. Una cicatrice profonda sulla mascella barbuta gli conferiva un aspetto più forte, più virile. Il ghigno arrogante era divenuto un cipiglio di comando, l’andatura impettita e spensierata un incedere deciso. Avanzava lentamente tra le brande lungo il corridoio e si fermava a parlare con ogni uomo, stringendogli le mani, ringraziandolo, promettendogli un aiuto di qualche tipo. Non trascurava nessuno» (ABERCROMBIE 2019, p. 1090)

E come questa stessa epifania gloriosa venga vissuta nei pensieri e nelle incertezze di chi diventerà quel sovrano luminoso, e avverte intorno a sé le coreografie d’una regia sapiente e serrata:

«Che discorso ridicolo e pomposo! Jezal sentì le guance imporporarsi dall’imbarazzo, soprattutto per l’ultima parte. Aveva sempre disprezzato i poveri, e non era niente affatto sicuro che le sue opinioni al riguardo fossero essenzialmente cambiate, ma si era lasciato trasportare e il gran finale era stato purtroppo inevitabile. Ciononostante, le sue parole avevano avuto effetto sulle guardie cittadine. I tre si allontanarono con degli inspiegabili sorrisi sulle labbra, come se la faccenda si fosse conclusa a loro favore, e Jezal rimase alla mercé dell’indesiderata approvazione della folla.
«Ben fatto, ragazzo!» «Meno male che qualcuno ha ancora del fegato!»
«Com’è che si chiama?»
«Capitano Luthar!» ruggì di colpo Bayaz, obbligando Jezal a voltarsi di scatto mentre rinfoderava le spade. «Capitano Jezal dan Luthar, vincitore della Contesa dell’anno scorso, appena tornato da un avventuroso viaggio a occidente del Mondo! Il nome è Luthar!»
«Luthar, ha detto?»
«Quello che ha vinto la Contesa?»
«È lui! L’ho visto battere Gorst!»
Tutti lo fissavano con gli occhi sgranati, colmi di rispetto. Uno si fece avanti e si piegò come per baciare l’orlo del suo cappotto, e nell’indietreggiare mancò poco che Jezal inciampasse sulla piccola stracciona che era stata la causa di questo tremendo disastro.
«Grazie» disse lei enfatica in un brutto accento da popolana, reso ancora più sgradevole dalla bocca insanguinata. «Oh, grazie, signore.»
«Di nulla.» Con estremo disagio, Jezal cercò di affrancarsi dalla sua presa. Ora che la vedeva da vicino, era terribilmente sporca, e l’ultima cosa che voleva era prendersi qualche malattia. In effetti, anche le attenzioni degli altri erano tutto fuorché gradite. Continuò a retrocedere sotto gli occhi del pubblico, che lo guardava pieno di sorrisi e mormorii ammirati.
Ferro lo scrutava con la fronte aggrottata, quando riuscirono a lasciarsi dietro i Quattro Angoli.
«Che vuoi?» sbottò lui.
Lei scrollò le spalle. «Non sei più così codardo.»
«Grazie infinite per il magnifico panegirico.» E si voltò verso Bayaz. «Che diavolo significava?»
«Che hai compiuto un’azione caritatevole, ragazzo mio, e io sono fiero di avervi assistito. Sembra proprio che le mie lezioni con te non siano andate del tutto sprecate.»
«Intendevo dire» ringhiò Jezal, che invece sentiva di non aver imparato un bel niente dalle continue manfrine del vecchio, «perché hai proclamato il mio nome davanti a tutti? Adesso questa storia farà il giro della città!»
«Non ci avevo pensato.» Il Mago accennò un sorriso. «Ho semplicemente ritenuto che dovessi prenderti il merito delle tue nobili azioni. Aiutare i meno fortunati, soccorrere una fanciulla in pericolo, proteggere i deboli e così via. Ammirevole, davvero.»
«Ma…» bofonchiò Jezal, che si sentiva un po’ preso in giro». (ABERCROMBIE 2019, p. 739)

E una riflessione successiva dello stesso Jezal, disgustato dall’elemento teatrale che ogni potere si trova a interpretare, riecheggia esplicitamente una questione fondamentale sul nodo d’ogni dialettica narrativa tra epica e morale – un tema così vasto che al riguardo si possono invocare giustamente nomi distanti nel tempo e nello spazio come Lev Tolstoj e Simone Weil, la Chanson de Roland e Vita e Destino –  che Abercrombie riconduce come ispirazione allo stesso Martin, ma che ricorre quasi letteralmente anche in un celeberrimo passo tolkieniano:

“Era bizzarro che una decisione del genere dovesse ricadere proprio su di lui, che fino a un anno prima aveva orgogliosamente professato la sua ignoranza in tutti gli ambiti e il suo smisurato disinteresse per questa incompetenza. Ma adesso aveva cominciato a dubitare che chiunque ricoprisse un ruolo di potere sapesse davvero ciò che faceva. Il meglio in cui si poteva sperare era riuscire a mantenere l’illusione del controllo. E talvolta, magari, imprimere una leggerissima deviazione al flusso inarrestabile degli eventi, nella speranza che la nuova direzione si rivelasse quella più giusta.
Ma qual era la più giusta adesso?» (ABERCROMBIE 2019, 975)

«In A Song of Ice and Fire – the series of which A Game of Thrones is the first part – there are few such certainties. The world is murky, full of doubts and unknowns, packed with ambiguous characters, necessary evils, lose-lose choices and mixed motives. It is a world beset by supernatural perils, to be sure, but also one in which the greatest evils are man-made. There is no ultimate truth, no unqualified right side. To quote Martin himself, “In real life, the hardest aspect of the battle between good and evil is determining which is which» (ABERCROMBIE in MARTIN 2019)

«Come può un uomo in tempi come questi decidere quel che deve fare? – chiese Éomer.
– Come ha sempre fatto – disse Aragorn. (SDA, DT, III, 2)

 

Lo scambio di battute tolkieniano – che già C. S. Lewis leggeva come una riflessione anche sulla funzione della narrativa (LEWIS 2005, pp. 171-2) e che solo una riduzione superficiale potrebbe liquidare come semplicistico e moralistico- costituisce un esempio significativo del valore di “spazio” che i risultati più compiuti della tradizione letteraria di riferimento assumono agli occhi degli autori successivi.

Un altro elemento, certamente già presente in Martin ma che in Abercrombie assume un rilievo addirittura sostanziale, è quello del potere finanziario e specificamente bancario. È questo difatti il nuovo grande e fondamentale sortilegio che regge il suo mondo in evoluzione, e una delle scoperte più sconcertati dell’indagine condotta nella prima trilogia è proprio che ultimamente il potere nascosto dietro la scintillante e insondabile insegna della Casa di Prestiti Valint e Balk, solenne come un tempio, impenetrabile come una fortezza, è lo stesso Bayaz, e che l’ “Istari” di Abercrombie, l’essere ancestrale, virtualmente immortale e capace di incantesimi devastanti, è anche colui che ha letteralmente sul suo libro paga mercanti, governati, e re.

Chi l’avrebbe mai detto? È il primo strozzino, altro che il Primo Mago. I Consigli Aperto e Chiuso, popolani e re, mercanti e torturatori, tutti presi in una ragnatela d’oro. (ABERCROMBIE 2019, 1087)

E la scelta di Bayaz viene proseguita doviziosamente anche dai suoi allievi in Un Piccolo Odio, come si evince da questo dialogo tra un perplesso principe Orso e Mastro Sulfur:

Rivolse un’occhiata pensosa al mago che, eccetto il bastone, sembrava l’uomo meno magico che si potesse chiedere. “Immagino tu non possa risolvere tutto questo con…non so…un incantesimo?”
“La magia può sollevare le montagne. Io l’ho visto. Ma c’è sempre un costo, che cresce ogni anno che passa. Nella mia esperienza, le spade offrono dei vantaggi considerevoli.”
“Parli più come un contabile che come un mago.”
“Un segno dei tempi, Vostra Altezza.”(ABERCROMBIE ODIO 2019, p. 292)

Tuttavia attribuire l’umorismo dissacrante di Abercormbie a un ultimo orizzonte di cinismo è fondamentalmente improprio. Secondo la nota definizione di Oscar Wilde, difatti, “un cinico conosce il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna”. Lo sguardo di Abercrombie, i suoi ribaltamenti ironici, la sua capacità di mostrare le effettive implicazioni di narrazioni semplificate e troppo facilmente assorbite dall’immaginario collettivo, sono un terremoto come quello già evocato per Martin, uno scossone che sfronda e abbatte orpelli, decorazioni e fa crollare certamente più d’una costruzione tronfia e appariscente, ma a sua volta non nega quanto invece ha la forza di emergere dalle macerie, o restare in piedi. Dentro e oltre l’egoismo, l’arrivismo, la falsità, gli infiniti tradimenti e delusioni che caratterizzano le relazioni umane, ben oltre la retorica e le convinzioni assolute e ideologiche, restano la possibilità, l’eco o l’effettiva realtà dell’amicizia, del coraggio senza ricompense, dell’amore e della dedizione. Non tutti, o non sempre, piegano le ginocchia al compromesso, al ricatto, all’obbedienza prezzolata. Una scena esemplificativa di questo fiume carsico può essere trovata ne Il sapore della vendetta, quando una delle figure più riuscite di Abercrombie, il vecchio mercenario Nicomo Cosca, voltafaccia senza ritegno, ubriacone e bugiardo, pomposo e irresistibile nella sua indomabile, falstaffiana joie de vivre, viene mortalmente ferito per salvare la sua pupilla Monza, che pure aveva lo aveva tradito anni addietro.

«Non ho intenzione di salire su una corda e urlare tutto il tempo solo per crepare su un tetto. Questo è un buon posto – e un buon momento – come un altro. Sono anni che giuro di farlo. Per questa volta potrei anche mantenere la parola».
Monza si accovacciò accanto a lui. «Preferirei chiamarti di nuovo bugiardo, e averti ancora a coprirmi le spalle».
«Se mai l’ho fatto… era solo perché mi piace guardarti il culo». Scoprì i denti, fece una smorfia ed emise un lungo grugnito. I rumori al cancello si stavano facendo più forti.
Cordiale porse a Cosca la sua spada. «Presto arriveranno. La vuoi?».
«Perché dovrei? Se mi sono conciato così è stato proprio maneggiando quegli affari». Cerco di girarsi, fece una smorfia e si afflosciò di nuovo, con la pelle che stava già assumendo quel luccichio cereo che hanno i cadaveri.
Vitari e Morveer avevano tirato Brivido dalla grondaia sul tetto. Monza si voltò verso Cordiale. «Tocca a te».
Lui si chinò un momento, immobile, e guardò Cosca. «Vuoi che rimanga?».
Il vecchio mercenario afferrò un’ampia mano di Cordiale e sorrise stringendogliela. «Sono incredibilmente toccato dalla tua offerta. Ma no, amico mio. Questo dovrò affrontarlo da solo. Lancia i dadi per me».
«Lo farò». Cordiale si alzò e procedette verso la corda senza guardarsi indietro. Monza lo guardò. Le mani, le spalle e le gambe le bruciavano, e il corpo malconcio le doleva. I suoi occhi corsero per i corpi disseminati attraverso il giardino. Dolce vittoria. Dolce vendetta. Uomini trasformati in carne.
«Fammi un favore», Cosca sorrideva, quasi stesse indovinando i suoi pensieri.
«Sei tornato per me, vero? Posso fare un’eccezione».
«Perdonami».
Lei emise un suono, a metà fra uno sbuffo e un conato. «Pensavo di essere io ad averti tradito».
«Che importa, ormai? Il tradimento è cosa comune. Il perdono è raro. Preferirei andarmene senza debiti. A parte tutti i soldi che devo, a Ospria. Adua. E Dagoska». Scosse leggermente una mano insanguinata. «Diciamo che non ho debiti con te, e chiudomola lì».
«Ci sto. Siamo pari».
«Bene. In vita mi sono comportato di merda. Mi fa piacere che almeno ho azzeccato la morte. Vai». (ABERCROMBIE 2014, pp. 393-4)

Nel raccontare al focolare l’antica storia di Beren e Lùthien, l’Aragorn di Tolkien commentava  «Anche allora c’era panico e dolore, e l’oscurità si infittiva, ma le gesta di valore e le grandi imprese non furono del tutto vane» (SDA, CA, I, 2) e C. S. Lewis chiosava «Non del tutto vane, questo è il giusto mezzo tra illusione e disinganno» (LEWIS 2005, p. 168): Una riserva che resta tale anche per un nano ubriacone, cui capiti impensatamente di assumersi la difesa della città che da sempre lo irride e umilia, o per un mercenario che riduca l’aver protetto una ragazza-che aveva cresciuto come sua-solo per poterne ammirare il fondoschiena. Balbettare o biascicare l’amore e il coraggio, pure tra mille menzogne, non li rende meno veri, meno intensi, a Minas Tirith come tra i fanti di Agincourt, o perfino tra le strade corrotte di Los Angeles.

«Fecero l’amore, parlarono, giocarono con i gatti; Karen provò a fumare una sigaretta e per poco non soffocò. Implorava delle altre storie: Jack attinse al repertorio dell’agente Wendell White ed elaborò qualche versione emendata dei suoi casi personali: pochissima violenza, una preoccupazione quasi paterna, il generoso, sensibile Big V che protegge i giovani dall’insidia della droga. All’inizio, mentire gli era difficile, ma il calore di Karen glielo rese sempre più facile. Verso l’alba, la ragazza si addormentò. Lui restò sveglio: i gatti lo facevano impazzire. Voleva che lei si svegliasse per raccontarle delle altre storie, ma cominciava a sentirsi un po’ preoccupato: aveva paura di non ricordarsi più le parti che aveva inventato, di farsi cogliere in contraddizione, rovinando tutto. Il corpo addormentato di Karen era sempre più caldo: le si strinse contro e mentre cercava di mettere le sue storie a posto, s’addormentò». (ELLROY 1990, p. 78)

 

 

Bibliografia

 

DOZOIS GARDNER, Introduzione a AAVV, “Il Libro delle Spade”, Mondadori, Milano 2017

ELLROY JAMES, L.A. Confidential, Mondadori, Milano 1991

KING, STEPHEN, Danse Macabre, Sperling e Kupfer, Milano 2019

L’ombra dello scorpione, Bompiani, Milano 1991

L’ultimo cavaliere, Sperling e Kupfer, Milano 2004

LEWIS CLIVE STAPLES, A Preface to Paradise Lost, Oxford University Press, London 1942

Come un fulmine a ciel sereno-Saggi letterari e recensioni, Marietti, Genova-Milano 2005

MOORCOCK MICHAEL, Wizardry and Wild Romance: a study of epic fantasy, Gollancz, London 1987

PEGUY CHARLES, Veronique, Piemme, Milano 2002

PERNOUD REGINE, Cfr. PERNOUD, Aliénor d’Aquitaine, Albin Michel, Paris 1966

RAIMONDI EZIO, Il romanzo senza idillio. Saggio sui “Promessi Sposi”, Einaudi, Torino 1974

SHIPPEY TOM, J. R. R .Tolkien: la via per la Terra di Mezzo, Marietti 1820, Genova-Milano 2005

STEINER GEORGE, Grammatiche della Creazione, Garzanti, Milano 2005

 

Articoli

AMMANATI, FRANCESCO, https://www.indiscreto.org/fuoco-e-sangue-il-nuovo-libro-di-g-r-r-martin-e-un-fantasy-o-un-saggio-storico/ 2018

MARTIN, GEORGE RAYMOND RICHARD https://www.jrrtolkien.it/fandom/5-domande-a/george-r-r-martin-scrittore/ 2011

STRUKUL MATTEO, La rivoluzione culturale è un fantasy, La Lettura-Corriere della Sera, 24 Novembre 2019

 

Opere di Abercrombie citate:

Introduction to MARTIN GEORGE RAYMOND RICHARD, A Game of Thrones, The Folio Society, London 2019

Il sapore della vendetta, Gargoyle, Roma 2014

La Prima Legge, Mondadori, Milano 2019

Mezzo Re, Mondadori, Milano 2014

Mezzo Mondo, Mondadori, Milano 2015

Mezza Guerra, Mondadori, Milano 2016

The Heroes, Gargoyle, Roma 2013

Red Country, Gargoyle, Roma 2014

Tredici Lame, Mondadori, Milano 2018

Un Piccolo Odio, Mondadori, Milano 2019

 

Opere di G.R.R. Martin citate:

Armageddon Rag, Mondadori, Milano 2017

Un gioco di troni, Mondadori, Milano 2019

Uno scontro di re, Mondadori, Milano 2019

Una tempesta di spade, Mondadori, Milano 2019

Un banchetto per i corvi, Mondadori, Milano 2019

Una danza con i draghi, Mondadori, Milano 2019

 

Opere di Tolkien citate:

Albero e foglia, Bompiani, Milano 2004

Il Medioevo e il fantastico, a cura di Christopher Tolkien, Bompiani, Milano 2004

Il Signore degli Anelli, Bompiani, Milano 2003

Lo Hobbit, Bompiani, Milano 2012

 

 

 

[1] Cfr. PERNOUD, Aliénor d’Aquitaine, Albin Michel, Paris 1966.

[2] RAIMONDI, Il romanzo senza idillio. Saggio sui “Promessi Sposi”, Einaudi, Torino 1974.

[3] AMMANNATI FRANCESCO https://www.indiscreto.org/fuoco-e-sangue-il-nuovo-libro-di-g-r-r-martin-e-un-fantasy-o-un-saggio-storico/

[4] STRUKUL MATTEO, La rivoluzione culturale è un fantasy, La Lettura-Corriere della Sera, 24 novembre 2019

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