Fulvio Ferrari
TOLKIEN IN SVEZIA: le traduzioni in svedese di The Lord of the Rings1

Almost half a century separates the first Swedish translation of Tolkien’s The Lord of the Rings, made by Anders Ohlmark and published in the years 1959-1961, from the retranslation by Erik Andersson and Lotta Olsson (2004-2005). A comparison between the two Swedish texts and an analysis of the circumstances that led to their publication reveals a profound change in the way of conceiving the translator’s task, his relationship with the original text (and its author) and his interaction with editors and experts.

1. L’interesse di un confronto

The Lord of the Rings non è stato il primo lavoro di Tolkien a essere tradotto in svedese. Quando la trilogia venne pubblicata in Svezia, negli anni 1959-1961, il suo autore era infatti già noto a quel pubblico grazie alla traduzione dello Hobbit eseguita dallo scrittore Tore Zetterholm e illustrata da suo fratello Torbjörn, pubblicata nel 1947 dalla casa editrice cooperativa Förbundets bokförlag. Era la prima traduzione di un’opera tolkieniana a essere pubblicata all’estero e, come ben si sa, l’autore non ne fu affatto soddisfatto2. Alla pubblicazione della versione svedese di The Lord of the Rings, poi, seguirono le traduzioni di numerose altre opere, edite e inedite, e una panoramica esaustiva della ricezione in Svezia dell’opera di Tolkien dovrebbe tenere conto dell’insieme di questo scenario composito e complesso, che vede la partecipazione di numerosi agenti culturali: traduttori, editori, consulenti e recensori3.

Se ho scelto di restringere l’indagine a un confronto tra le due traduzioni svedesi di The Lord of the Rings, e al modo in cui sono state accolte dal pubblico e dalla critica, è perché ritengo possibile e utile, in questa occasione, ricavare da tale confronto delle osservazioni a carattere generale, che possano mettere in luce un cambiamento del modo di concepire il lavoro del tradurre, non solo in Svezia, ma anche in Italia e nel resto d’Europa. Credo sia bene chiarire subito che il mio scopo non è quello di arrivare a un giudizio di valore, di stabilire quale sia la traduzione più “giusta” o più “bella”, ma di rendere evidente come, nel corso del mezzo secolo circa che separa la prima dalla seconda traduzione, sia cambiato il concreto modo di operare del traduttore, la sua interazione non solo con il testo di partenza, ma anche – e forse soprattutto – con le altre figure professionali e culturali coinvolte nel processo di traduzione: redattori, revisori, esperti e fandom.

2. Åke Ohlmarks e l’ «Anello del signore»

Quando, negli anni Cinquanta del secolo scorso, la casa editrice Gebers acquisì i diritti di The Lord of the Rings, la redattrice Disa Törngren si rivolse per la traduzione a una figura di studioso e traduttore assai nota nel panorama della cultura svedese dell’epoca: Åke Ohlmarks. Ohlmarks era nato nel 1911 a Kristianstad, aveva studiato filologia nordica e storia delle religioni all’università di Lund e nel corso degli anni Trenta aveva cercato invano di ottenere una posizione accademica. La mancanza di prospettive di carriera in patria lo indussero ad accettare incarichi di insegnamento in Germania negli anni della guerra e nel 1944 fu tra i fondatori dell’Istituto di scienze religiose dell’Università di Greifswald. Pur non manifestando mai in modo esplicito convinzioni razziste e naziste, la collaborazione con personaggi di spicco della cultura antisemita e nazionalsocialista gli preclusero ogni possibilità di inserimento nel mondo accademico scandinavo dopo il 19454.

Tornato in patria, Ohlmarks si dedicò alle attività di pubblicista, traduttore, romanziere e sceneggiatore. Quando venne contattato da Disa Törngren per la traduzione di The Lord of the Rings, Ohlmarks aveva già nel suo curriculum numerose traduzioni di testi poetici antico nordici e fu probabilmente questa la principale ragione per cui la scelta cadde su di lui. Negli anni successivi, la sua attività di traduttore lo avrebbe portato a pubblicare versioni svedesi di numerosi classici della letteratura mondiale, tra cui la Divina commedia, un’antologia di brani del Corano e tutti i drammi di Shakespeare.

Il giudizio di Tolkien sulla traduzione di The Lord of the Rings fu, com’è noto, molto duro. A Ohlmarks Tolkien rimproverava una presunzione e un’arroganza che riconosceva nel tono della corrispondenza, ma anche una scarsa competenza linguistica, che aveva causato molti fraintendimenti del testo originale. Era inoltre fortemente irritato da certe interpretazioni di Ohlmarks che contraddicevano quanto lui aveva avuto più volte modo di ribadire, in particolare una lettura del testo come allegoria politica dell’età contemporanea e l’equiparazione dell’anello di The Lord of the Rings con quello della leggenda nibelungica5. Nonostante l’insoddisfazione dell’autore, però, a Ohlmarks vennero affidate in seguito altre traduzioni di opere tolkieniane. Dalla versione svedese di The Lord of the Rings erano state escluse le appendici, che vennero successivamente pubblicate nel 1971 nel volume Ringens värld (Il mondo dell’anello); nel 1972 furono pubblicate le traduzioni di The Adventures of Tom Bombadil, di Tree and Leaf e di Smith of Wootton Major; nel 1975 uscì una raccolta dei saggi di Tolkien con il titolo Om Beowulfsagan (Sulla leggenda di Beowulf) e nel 1976 la traduzione di The Father Christmas Letters. A questa intensa attività di traduzione, Ohlmarks affiancava quella di critico e divulgatore: nel 1972 pubblicò Sagan om Tolkien (La leggenda di Tolkien), una presentazione della figura e dell’opera dello scrittore, e nel 1976 un Tolkien-lexikon med allt från Alvhem till Örtplyte (Lessico tolkieniano: tutto da Alvhem a Örtplyte).6

La rottura con il figlio di Tolkien, Christopher, si verificò nel momento in cui divenne attuale la questione di una traduzione in svedese del Silmarillion: i particolari della vicenda non sono chiari, Ohlmarks sostenne di essere rimasto ferito dal rifiuto di Christopher di permettergli di pubblicare una sorta di anticipazione dell’opera e quando fu il momento di stipulare il contratto con l’editore Gebers, Christopher Tolkien pose come condizione per la vendita dei diritti che non fosse Ohlmarks a tradurre il Silmarillion. Negli anni successivi il rancore di Ohlmarks andò assumendo contorni grotteschi, la sua divenne una vera e propria guerra contro la famiglia Tolkien e, in generale, tutti gli estimatori del professore di Oxford: nel 1980 arrivò ad affermare che Tolkien non aveva davvero scritto The Lord of the Rings, ma si era limitato a elaborare un manoscritto del suo collega E.V. Gordon, e nel 1982 pubblicò un libro, Tolkien och den svarta magin (Tolkien e la magia nera) in cui accusava i membri delle società tolkieniane svedesi di essere adepti delle scienze occulte (STENSTRÖM 2004, p. 122).

I severi giudizi di Tolkien sulla sua traduzione di The Lord of the Rings e, in seguito, la stravagante deriva del suo conflitto con la famiglia Tolkien hanno indubbiamente dato origine a un’immagine fortemente negativa sia della persona sia dell’attività di traduttore di Åke Ohlmarks. Va però osservato che in patria l’opinione su di lui e sul suo operato è assai più differenziata che all’estero. La traduzione di The Lord of the Rings non solo ebbe un enorme successo di pubblico (due milioni di copie vendute in un paese che conta oggi una decina di milioni di abitanti), ma venne anche apprezzata dalla critica e a Ohlmarks venne assegnato nel 1972 il prestigioso premio dello Sveriges författarfond. Ancora oggi, in Svezia, la traduzione di Ohlmarks è in commercio accanto a quella più recente di Erik Andersson e Lotta Olsson, e nella memoria di numerosi lettori il testo di Ohlmarks è indubbiamente il Tolkien svedese. Credo dunque valga la pena di fare uno sforzo per prendere in esame questa traduzione prescindendo dalle polemiche che hanno accompagnato la sua esecuzione e la sua ricezione, senza finalità valutative, ma per comprenderne la strategia di fondo, il modo in cui il traduttore ha concepito il proprio ruolo nella comunicazione del testo a un nuovo pubblico.

Se si prende in esame il testo della traduzione e lo si confronta puntualmente con l’originale, quella che immediatamente salta agli occhi è una inconsueta libertà da parte di Ohlmarks, una libertà che, almeno in alcuni passi dell’opera, fa del suo testo più una parafrasi che una traduzione in senso stretto. Questo risulta evidente già dalla scelta dei titoli che il traduttore assegna alla trilogia nel suo complesso e alle sue singole parti. Il sintagma nominale inglese The Lord of the Rings viene infatti tradotto come Härskarringen, con un significativo spostamento di significato. In inglese la testa semantica del sintagma è Lord (Signore), non c’è quindi dubbio che l’attenzione del lettore sia immediatamente focalizzata su colui che possiede o controlla gli anelli. In svedese, invece, la testa semantica e formale del composto è ringen (l’anello) e il determinante è härskar (del dominatore o dominatore). Una ritraduzione in italiano del titolo svedese potrebbe quindi essere L’anello dominatore, L’anello del dominatore o, capovolgendo e modificando il titolo entrato nell’uso comune in italiano, L’anello del signore. Il traduttore interviene poi anche sui titoli delle singole parti della trilogia, che nella versione svedese del 1959-1961 sono: Sagan om ringen, Sagan om de två tornen e Sagan om konungens återkomst. Anche senza conoscere lo svedese risulta chiaro come Ohlmarks abbia operato una uniformazione dei titoli utilizzando il termine polisemico, e quindi ambiguo, saga, del tutto assente nei titoli originali. Saga7, in svedese, può riferirsi al genere letterario della saga islandese, può però significare anche «fiaba» (es. Sagan om Lilla Rödluvan, La fiaba di Cappuccetto rosso), oppure «leggenda» (come in tedesco Sage). I titoli delle tre parti di Härskarringen potrebbero quindi essere resi in italiano come La leggenda dell’anello (che dunque modifica radicalmente il titolo originale della prima parte, The Fellowship of the Ring), La leggenda delle due torri e La leggenda del ritorno del re. Ohlmarks userà poi questo stesso termine saga, come abbiamo visto, per i titoli della raccolta di saggi, Om Beowulfsagan, e per la sua presentazione di Tolkien, Sagan om Tolkien.

Della stessa libertà dimostrata nella scelta dei titoli, Ohlmarks fa uso anche nel corso della sua traduzione. Un confronto tra le prime righe del prologo in originale e in traduzione credo riveli con chiarezza il modo di procedere del traduttore. Al testo originale e a quello svedese faccio seguire una mia traduzione quanto più possibile letterale del testo svedese, in modo da rendere possibile il confronto anche a chi non conosce questa lingua. In grassetto sono le parti di testo dove il traduttore si discosta in modo significativo dal testo di partenza8:

This book is largely concerned with Hobbits, and from its pages a reader may discover much of their character and a little of their history. […] Hobbits are an unobtrusive but very ancient people, more numerous formerly than they are today; for they love peace and quiet and good tilled earth: a well-ordered and well-farmed countryside was their favourite haunt.

(TOLKIEN 2007, p. 1)

Denna bok handlar till stor del om folket hober. Det är av vikt, att läsaren redan i denna prolog kan göra sig en någorlunda klar bild av dessas egenart och även få åtminstone en översiktlig uppfattning av deras historia. […] Hoberna är ett ytterst tillbakadraget och därtill mycket gammalt släkte. Dera antal har numera väsentligt minskats. Anledningen synes vara, att folket älskar lugna och fredliga förhållanden utan hektisk nativitetsökning, sin feta, fruktbara mylla och de ordnade, välskötta små lantställen, som alltid utgjort inbegreppet av deras uppfattning om jordisk lycka.

(TOLKIEN-OHLMARKS 2002, p. 17)

Questo libro tratta in gran parte del popolo hober. È importante che il lettore, già in questo prologo, possa farsi un’immagine abbastanza chiara del loro carattere e avere un’idea almeno generale della loro storia. […] Gli hober sono una stirpe estremamente riservata e oltre a ciò molto antica. Il loro numero si è ormai ridotto in modo consistente. La ragione di ciò sembra essere che questo popolo ama una condizione calma e pacifica, senza un frenetico incremento della natalità, la sua terra grassa e fertile e i suoi poderi ordinati e ben curati, che hanno sempre rappresentato l’essenza della loro concezione della felicità terrena.

3. La ritraduzione di Erik Andersson e Lotta Olsson

Con l’approssimarsi del cinquantenario della pubblicazione di The Lord of the Rings, e consapevole delle numerose carenze della versione di Ohlmarks, la casa editrice Norstedts – che nel frattempo ha assorbito Gebers – decide di affidare a Erik Andersson (nato nel 1962) l’incarico di eseguire una nuova traduzione della trilogia. Andersson è scrittore, autore di cinque romanzi, ma soprattutto è un traduttore letterario professionista e ha nel suo curriculum traduzioni di James Joyce, Oscar Wilde, Patricia Cornwell e James Ellroy. È dunque la sua qualifica di traduttore professionista, non una particolare competenza nella produzione letteraria o scientifica di Tolkien a motivare la sua scelta per l’incarico di ritradurre la trilogia.

Dopo la pubblicazione della nuova traduzione, Andersson ha dato alle stampe il diario tenuto durante il lavoro (ANDERSSON 2007), documento prezioso per seguire sia le varie fasi dell’elaborazione del testo, sia per ricostruire la rete di contatti e di competenze che l’hanno accompagnata e resa possibile. Sappiamo così che, al momento dell’assegnazione dell’incarico, Andersson aveva letto solo la prima parte della trilogia, senza rimanerne peraltro particolarmente entusiasta, ignorava tutta la discussione sui toponimi e gli antroponimi di The Lord of the Rings e non aveva letto contributi critici o biografici su Tolkien e la sua opera9. Ed è così che veniamo anche a sapere che, dopo avere provato a tradurre le parti in versi della trilogia, Andersson, insoddisfatto del risultato, ha chiesto all’editore di affidare quelle parti a qualcuno di più competente in traduzione poetica. Gli viene così affiancata la poetessa Lotta Olsson (nata nel 1973), già autrice di una raccolta di sonetti e con esperienze di traduzione dall’inglese. Come lei stessa ha dichiarato in un’intervista rilasciata nel 2005 alla rivista di studi tolkieniani «Tolkiens Arda – Magasinet», nemmeno Lotta Olsson conosceva l’opera di Tolkien prima di iniziare la collaborazione con Andersson10.

La nuova traduzione esce negli anni 2004 (la prima parte) e 2005 (seconda e terza parte). Il cambiamento di rotta rispetto a Ohlmarks non poteva essere più radicale: il criterio adottato da Andersson e Olsson è quello della massima fedeltà possibile allo stile dell’originale, uno stile che, nel diario, Andersson definisce, quasi con sorpresa: «enkel och saklig, riktigt angenäm att översätta» («semplice e oggettivo, davvero piacevole da tradurre», Andersson 2007, p. 6). Già nella scelta dei titoli Andersson e Olsson prendono le distanze da quelli ormai familiari adottati da Ohlmarks, ricorrendo a una traduzione molto più vicina ai titoli inglesi: Ringarnas herre (Il signore degli anelli) è il titolo della trilogia nel suo complesso, mentre le tre parti sono intitolate rispettivamente Ringens brödraskap (La confraternita dell’anello), De två tornen (Le due torri) e Konungens återkomst (Il ritorno del re). La corrispondenza, va detto, non è assoluta: la scelta di utilizzare il termine brödraskap (fratellanza o confraternita) come traducente di fellowship conferisce al titolo una connotazione religiosa assente nell’originale. L’uso della forma konungens – già peraltro utilizzata da Ohlmarks – più aulica e arcaizzante rispetto al corrente kungens, innalza inoltre il registro del titolo della terza parte rispetto all’originale inglese.

Per illustrare la strategia generale della seconda traduzione svedese di The Lord of the Rings mettiamo a confronto – come si è fatto in precedenza per quanto riguarda la versione di Ohlmarks – l’inizio del prologo nel testo originale e in quello tradotto, evidenziando anche in questo caso le divergenze significative tra i due testi:

This book is largely concerned with Hobbits, and from its pages a reader may discover much of their character and a little of their history. […] Hobbits are an unobtrusive but very ancient people, more numerous formerly than they are today; for they love peace and quiet and good tilled earth: a well-ordered and well-farmed countryside was their favourite haunt.

(TOLKIEN 2007, p. 1)

Den här boken handlar till stor del om hobbitar, och i den får man reda på åtskilligt om deras egenart och litet om deras historia. […] Hobbiterna är ett obemärkt men mycket gammalt folk. Eftersom de vill ha lugn och ro och god åkermark finns det inte lika många av dem längre: helst höll de till i en välskött odlingsbygd.

(TOLKIEN-ANDERSSON-OLSSON 2004, p. 13)

Questo libro tratta in gran parte degli hobbit, e in esso si viene a sapere parecchio sul loro carattere e un poco sulla loro storia. […] Gli hobbit sono un popolo poco appariscente ma molto antico. Poiché vogliono avere pace, tranquillità e del buon terreno coltivabile non ce ne sono più così tanti come un tempo: hanno preferito tenersi in una campagna ben curata.

Come si vede, non solo ci si attiene qui molto più rigorosamente al testo originale ma, dove c’è un distanziamento, questo va in direzione diametralmente opposta rispetto alla strategia traduttiva di Ohlmarks: Andersson sembra voler addirittura accrescere la “sobrietà” del testo tolkieniano. Così «from its pages» viene tradotto con il semplice «i den» («in esso», con riferimento al libro) e i due participi con funzione aggettivale «well-ordered» e «well-farmed» vengono resi con l’unico participio «välskött» (ben curata) in quanto il sostantivo composto «odlingsbygd» (coltivazione + terreno) comporta già che si tratti di terreno coltivato o coltivabile.

Il testo di Andersson e Olsson è però interessante non solo per la strategia traduttiva adottata, ma anche per un altro aspetto: a differenza di quanto era accaduto con la traduzione di Ohlmarks, infatti, abbiamo qui a che fare con una molteplicità di figure che intervengono e collaborano nel processo di “trasferimento” del testo dall’inglese allo svedese. L’interazione tra traduttore e redattori è ormai prassi consolidata nelle case editrici, ma la traduzione di un testo tolkieniano sembra comportare inevitabilmente il dialogo anche con esperti e appassionati legati al mondo del fandom, sia all’interno sia all’esterno del mondo dell’editoria. Nel caso di Ringarnas herre è l’editore stesso a proporre ai traduttori di collaborare con esperti di Tolkien, soprattutto per quanto riguarda la traduzione di toponimi e antroponimi. Nel suo diario, Andersson torna ripetutamente sulle discussioni avute con diversi di questi esperti, tra cui risalta la figura di Anders Stenström, che aveva in precedenza collaborato anche all’elaborazione dei sottotitoli svedesi per la trasposizione cinematografica di Peter Jackson. Oltre i conoscitori legati all’ambiente del fandom vengono però consultati anche esponenti del mondo accademico, in particolare Mats Malm, docente dell’Università di Göteborg e traduttore dell’Edda di Snorri Sturluson e Henrik Williams, runologo e docente dell’Università di Uppsala. Suggerimenti e contestazioni vengono poi anche dagli incontri pubblici e dalle discussioni nei forum on line con i membri delle società tolkieniane11. La pluralità di voci è tale da esasperare Erik Andersson, che il 16 gennaio 2004 annota nel diario:

Nu inväntar jag ett manus där förläggare, redaktör, två faktagranskare och åtta referenter har skrivit in sina synpunkter. […] Och inte nog med det, författaren häver upp sin stämma från andra sidan graven i «Guide to the Names». Och så har vi den förre översättaren, Åke Ohlmarks, som i varje bisats kan tänkas ha gjort något bättre än jag. Vilken kakofoni!

(ANDERSSON 2007, p. 43-44)

Sono ora in attesa di un testo su cui editore, redattore, due esperti e otto consulenti hanno annotato le loro opinioni. […] E non basta, l’autore leva la sua voce dall’oltretomba nella «Guide to the Names». E poi abbiamo il traduttore precedente, Åke Ohlmarks, che in ogni frase subordinata si può pensare abbia fatto meglio di me. Che cacofonia!

Interessanti sono anche alcune reazioni critiche all’uscita del primo volume della nuova traduzione. Manifestazione di un atteggiamento diffuso ben oltre i confini svedesi, per esempio, è la recensione di Petter Lindgren pubblicata sul quotidiano di larga diffusione «Aftonbladet». Lindgren non ha difficoltà a riconoscere la superiorità della versione di Andersson e Olsson rispetto a quella di Ohlmarks, ciò nonostante dichiara di sentirsi affettivamente legato al testo di Ohlmarks per una «lealtà» (loyalitet) formatasi negli anni della prima giovinezza. Jan-Olov Nyström, invece, si fa portavoce sul Folkbladet di un luogo comune, assai radicato in certi ambienti intellettuali, secondo cui Tolkien sarebbe un pessimo scrittore e una traduzione “migliorativa” sarebbe quindi non solo legittimata, ma addirittura meritoria12.

4. Conclusioni: due modi di concepire la traduzione

Da un confronto tra la traduzione del 1959-1961 e quella del 2004-2005 e, per quanto è possibile, tra le pratiche che le hanno prodotte emerge una differenza di fondo nel modo stesso di concepire il ruolo del traduttore. È chiaro, infatti, che Ohlmarks non solo si considera a tutti gli effetti un co-autore del testo – il che è vero in generale per ogni traduttore – ma si considera un co-autore la cui funzione non è semplicemente quella di riformulare il testo di partenza nella lingua d’arrivo, cercando quanto più possibile di riprodurne in un nuovo contesto la rete di significati e l’impatto estetico, ma è invece quella di correggerlo e migliorarlo secondo parametri stabiliti dal traduttore stesso, senza tenere conto del parere dell’autore e senza condurre – così almeno sembra – un’analisi volta a comprenderne le strategie comunicative. Ohlmarks, inoltre, lavora in solitudine, in un silenzioso dialogo con i testi e gli autori incontrati nel suo percorso di studi letterari e filologici, ma senza confrontarsi con altre figure professionali e culturali.

La testimonianza di Tolkien, d’altro canto, rende evidente che anche quando un confronto tra traduttore e autore si è reso possibile, nello scambio epistolare, il traduttore si è dimostrato sordo o disinteressato alle osservazioni dell’autore.

Il metodo di lavoro di Ohlmarks era anomalo già all’epoca in cui ha eseguito la sua traduzione, oggi sarebbe del tutto impensabile13. Una tale autonomia viene concessa attualmente solo ai traduttori-scrittori, figure che vengono scelte in genere non sulla base di una specifica competenza traduttiva, ma di una notorietà e credibilità acquisite grazie alla loro produzione creativa. In generale, il testo del traduttore professionista viene invece sottoposto a più livelli di revisione, coinvolgendo non solo la redazione della casa editrice, ma anche consulenti esperti di specifici campi semantici la cui conoscenza da parte del traduttore non può essere data per scontata. Nel caso di “testi culto” come quelli tolkieniani – ma un discorso analogo potrebbe essere fatto per altri fenomeni culturali analoghi – non è poi possibile prescindere da un confronto con il fandom organizzato, sia perché depositario di un sapere enciclopedico difficilmente accessibile al traduttore, sia perché in grado di orientare la ricezione della traduzione una volta pubblicata. Questa pluralità di figure legittimate a intervenire nel processo traduttivo può, comprensibilmente, suscitare nel traduttore “ufficiale” (quello, per capirci, il cui nome compare nel frontespizio del libro e che agli occhi del pubblico è il solo responsabile della qualità della traduzione) un senso di alienazione e di smarrimento, ma sarebbe anacronistico – e, tutto sommato, sbagliato e improduttivo – pensare di tornare a tradurre oggi come Ohlmarks traduceva alla fine degli anni Cinquanta, con i risultati che sappiamo.

Bibliografia:

ANDERSSON ERIK, Översättarens anmärkningar. Dagbok från arbetet med Ringarnas herre, Norstedts, Stockholm 2007

BLOOM HAROLD, Introduction in BLOOM HAROLD (ed.), J.R.R. Tolkien’s The Lord of the Rings, Bloom’s Literary Criticism, New York 2008, p. 1-2.

FERRARI FULVIO, Dall’altra parte della cattedra. Sono utili i Translation Studies per la pratica della traduzione? in CAMMAROTA MARIA GRAZIA (ed.), Tradurre: un viaggio nel tempo, Edizioni Ca’ Foscari, Venezia 2018, p. 19-36.

JACOBSEN LEIF, Sagan om Ringen = The Lord of the Rings? En kritisk komparativ granskning av Åke Ohlmarks översättning av J.R.R. Tolkiens The Lord of the Rings, Institut för lingvistik, Lund 2000 (LINK. Ultima consultazione: 13 gennaio 2021)

STENSTRÖM ANDERS, Tolkien in Swedish Translation: from Hompen to Ringarnas Herre in HONEGGER THOMAS (ed.), Translating Tolkien: Text and Film, Walking Tree Publishers, Zürich-Bern 2004, p. 115-124

– Sweden: Reception of Tolkien in DROUT MICHAEL D.C. (ed.), J.R.R. Tolkien Encyclopedia. Scholarship and Critical Assessment, Routledge, New York and London 2007, p. 629-630

STRÖMBON CHARLOTTE, God åkermark eller fet och fruktbar mylla? Om Erik Anderssons och Åke Ohlmarks översättningar av Tolkiens The Lord of the Rings, in Vetsaga. Om Science Fiction och Fantasy 2009 (http://vetsaga.se/?p=50. Ultima consultazione: 13 gennaio 2021)

ÅKERLUND ANDREAS, Åke Ohlmarks in the Third Reich. A Scientific Career between Adaptation, Cooperation and Ignorance in JUNGINGER HORST (ed.), The Study of Religion under the Impact of Fascism, Brill, Leiden and Boston 2008, p. 553-574

Testi di Tolkien citati:

The Letters of J.R.R. Tolkien, edited by Humphrey Carpenter with the assistance of Christopher Tolkien, HarperCollins, London 2006

The Lord of the Rings, HarperCollins, London 2007

Härskarringen, översättning av Åke Ohlmarks, Norstedts, Stockholm 2002

Ringarnas herre, översättning av Erik Andersson, verserna tolkade av Lotta Olsson, Norstedts, Stockholm 2014

1 Questo contributo è stato presentato al convegno Fallire sempre meglio: tradurre Tolkien, Tolkien traduttore, organizzato on line dall’Università di Trento nei giorni 30 novembre e 1 dicembre 2020. Le condizioni imposte dalle restrizioni dovute all’epidemia di covid-19 hanno purtroppo reso impossibile consultare alcuni testi che pure avrebbero avuto interesse per l’argomento. Spero di poter integrare l’intervento con ulteriori informazioni quando si potrà tornare a consultare liberamente le biblioteche italiane e straniere.

2 In una lettera datata 3 aprile 1956, rispondendo al suo editore che gli chiedeva se fosse interessato a essere tradotto e pubblicato all’estero, Tolkien notava: «I wish to avoid a repetition of my experience with the Swedish translation of The Hobbit. I discovered that this had taken unwarranted liberties with the text and other details, without consultation or approval; it was also unfavourably criticized by a Swedish expert, familiar with the original, to whom I submitted it». (TOLKIEN 2006, p. 249).

3 Per una sintetica panoramica della ricezione dell’opera di Tolkien in Svezia rimando a STENSTRÖM 2004, contributo che pure andrebbe aggiornato con le traduzioni successive alla data di pubblicazione.

4 Sulle attività didattiche e di ricerca di Ohlmarks in Germania, così come sulle sue compromissioni con la cultura nazionalsocialista, si veda ÅKERLUND 2008. Per una presentazione generale della vita e delle attività di Ohlmarks si può consultare il contributo di Lars Kleber e Alva Dahl sul sito dello Svenska Översättarlexikon: https://litteraturbanken.se/översättarlexikon/artiklar/Åke_Ohlmarks (ultima consultazione: 13 gennaio 2021).

5 Per le opinioni espresse da Tolkien su Ohlmarks e la sua traduzione di The Lord of the Rings si vedano le lettere n. 204, 228 e 229 in TOLKIEN 2006, pp. 262-264 e 304-307.

6 I toponimi e gli antroponimi elencati nel Lessico sono, ovviamente, quelli svedesi utilizzati da Ohlmarks nelle sue traduzioni.

7 La forma sagan è la forma determinata del sostantivo, con -n come articolo determinativo posposto.

8 Si vedano anche le analisi della traduzione di Ohlmarks in JACOBSEN 2000 e STRÖMBON 2007.

9 In un’annotazione del 30 marzo 2003, Andersson rivela di avere avuto solo allora tra le mani, a più di nove mesi dall’assegnazione dell’incarico di traduzione, la Guide to the Names of the Lord of the Rings di Tolkien (ANDERSSON 2007, p. 13).

10 L’intervista è disponibile on line alla pagina http://tolkiensarda.se/new/nummer/magsidor/art30_1.php (ultima consultazione: 13 gennaio 2021)

11Il fandom tolkieniano si organizza in Svezia già nel 1968, con la fondazione a Göteborg della Tolkien Society of Sweden, prima società tolkieniana nel mondo ancora attiva (STENSTRÖM 2007).

12Per le recensioni alla traduzione di Andersson e Olsson si veda ANDERSSON 2007, p. 99-100. Il giudizio negativo sulla qualità della scrittura di Tolkien è avallato, ad esempio, da Harold Bloom: «But there is still the burden of Tolkien’s style: stiff, false, archaic, overwrought, and finally a real hindrance in Volume III, The Return of the King, which I have had trouble rereading» (BLOOM 2008, p. 2).

13 Per un’analisi del processo traduttivo in età contemporanea si veda Ferrari 2018.

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