Lorenzo Gammarelli, “TOLKIEN ON TOLKIEN”: lo scrittore primo commentatore delle sue opere

 

Tolkien’s dislike for all inquiries on biographical “juicy details” about his life and on literary analysis of his work is well known. It is therefore very important to read carefully the passages where he somehow writes about his own work.

Special attention is given to an analysis of the published Letters, in particular as regards The Hobbit and The Lord of the Rings.

 

 

Introduzione

Tolkien on Tolkien è il titolo di un famoso articolo pubblicato nell’ottobre 1966 sulla rivista «The Diplomat», ottenuto mischiando una nota autobiografica e tre paragrafi di una lettera. Tolkien aveva stilato la nota affinché il suo editore americano la distribuisse ai giornalisti che intendevano scrivere su di lui, sperando così di evitare notizie biografiche sbagliate o inventate. Ovviamente, l’articolo che fu pubblicato contiene un errore.

L’avversione di Tolkien per la curiosità biografica, per quelli che definiva i «dettagli succosi» è nota: «Una delle mie convinzioni più radicate è che l’indagine sulla biografia di un autore (o su altri aspetti della sua “personalità”, come quelli che vengono racimolati dai curiosi) sia un approccio totalmente inutile e sbagliato alla sua opera» (Lettere, n. 329, p. 656).

In ossequio alle sue indicazioni quindi, non mi occuperò dell’aspetto biografico, ma cercherò di analizzare i modi e i luoghi in cui Tolkien, più o meno esplicitamente, abbia in qualche modo parlato della propria stessa opera dal punto di vista letterario. Quindi gli scritti in cui Tolkien fa considerazioni sulle lingue da lui inventate, oppure nei quali sviluppa ed espande qualche aspetto della Terra di Mezzo, per quanto interessanti, non saranno presi in considerazione.

Legittimità

Primo elemento da considerare è se tutto il discorso che sto per fare sia legittimo. Per dirlo in altro modo: un autore, dopo aver pubblicato la sua opera, è titolato a esprimere la propria opinione sul significato dell’opera stessa?

La risposta del senso comune è che l’autore, in quanto autore, sa certamente più di tutti sulla propria opera, quindi non solo è titolato a esprimersi, ma la sua è la parola definitiva, in definitiva l’unica che conti veramente.

La risposta accademica è che, dopo la pubblicazione di un testo, l’opinione dell’autore non ha più valore rispetto a quella di un altro critico o commentatore.

La risposta di Tolkien è no: «Solo il proprio angelo custode, o Dio stesso, potrebbe dipanare le effettive relazioni fra i fatti personali e l’opera di un autore. Non l’autore stesso (sebbene ne sappia più di qualunque investigatore), e certamente non i cosiddetti “psicologi”» (Lettere, n. 213, p. 457). O forse sì, dal momento che come vedremo non si fa problemi a spiegare e commentare a più riprese i propri scritti.

La mia risposta è: vediamo cosa ci dice Tolkien, poi possiamo decidere cosa farne.

Fonti

Le fonti che abbiamo a disposizione e che contengono materiale interessante si possono classificare in tre categorie: narrativa, saggistica e lettere.

– Narrativa

Da questo punto di vista, il brano narrativo più famoso e citato è senza dubbio il dialogo sulle storie fra Frodo e Sam sulle scale di Cirith Ungol, una lunga discussione metanarrativa sul ruolo degli eroi nei racconti, e sull’effetto che i racconti di avventura hanno su chi li ascolta, visto in contrapposizione a quello che hanno su chi li vive.

Nella produzione narrativa “minore”, sono poi da considerare soprattutto Foglia di Niggle e Fabbro di Wootton Major. Malgrado le proteste di Tolkien, e seguendo alcune indicazioni di Tolkien stesso, è ormai comunemente accettato che di questi racconti, pur non trattandosi di allegorie “chiuse”, sia possibile una lettura parzialmente allegorica; in particolare fa una lettura di questo genere Tom Shippey, che vede in Niggle e in Fabbro, i protagonisti dei due racconti, due alter-ego di Tolkien in quanto autore, e nelle loro vicende una trasposizione del lavoro che Tolkien riteneva di dover compiere per portare a termine la sua opera.

– Saggistica

Tolkien era per formazione e per indole soprattutto un linguista. Eppure i suoi due saggi più famosi non trattano l’aspetto linguistico quanto piuttosto quello letterario, quasi a confermare la sua posizione solo apparentemente schierata dal lato linguistico nell’eterna lotta fra “lit. e lang.”, ma in realtà tesa a trovare una sintesi fra i due.

Qualcosa di ciò che Tolkien ha scritto sul Beowulf in Beowulf: mostri e critici, in particolare la “parabola” dell’uomo e della torre – un’appassionata difesa del valore della narrativa e della poesia e dell’importanza della “letteratura”, intesa come contenuto artistico che vada al di là dell’utilitaristica collezione di fatti e informazioni che si possono estrarre da un poema antico – può essere applicato come una difesa del Signore degli Anelli e una giustificazione della narrativa fantastica.

L’altro famosissimo saggio di Tolkien, Sulle fiabe, è considerato da Verlyn Flieger come un vero e proprio manifesto, in cui Tolkien ha esposto una fondazione teorica e poetica, la cui applicazione e dimostrazione pratica ha avuto luogo nel Signore degli Anelli. Anche qui (con la citatissima, anche a sproposito, «fuga del prigioniero») ha un ruolo prominente la difesa del diritto di creare opere di fantasia, cui si aggiunge una netta posizione riguardo alla tradizionale associazione fra “fiaba” (intesa anche come “racconto fantastico”) e bambini, che Tolkien rifiuta decisamente come «accidente della nostra storia domestica».

Merita una citazione anche Il Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm, uno strano misto fra narrativa, poesia e saggio accademico, che dal punto di vista linguistico tratta soprattutto il significato e la traduzione del termine ofermod, ma che partendo da lì, da un punto di vista più letterario, riguarda (e critica) il ruolo dell’eroe “tradizionale” e l’idea di “coraggio nordico”. Secondo Tom Shippey questo saggio, come anche i racconti già menzionati Foglia di Niggle e Fabbro di Wootton Major, sono da considerare come «autorizzazioni», in cui Tolkien affronta certi temi per ottenere il permesso di cimentarsi con la letteratura fantastica.

Infine, cito l’unico testo riguardante Il Signore degli Anelli scritto da Tolkien esplicitamente per essere pubblicato: la Prefazione alla seconda edizione inglese del 1966 in cui, per sgomberare il campo da varie interpretazioni fantasiose, racconta brevemente l’ispirazione e la storia della composizione del testo, in particolare negandone ogni possibile lettura allegorica.

– Lettere

Le Lettere sono la principale fonte a nostra disposizione per quantità di materiale esistente, ma nell’usarle dobbiamo essere consapevoli che ci sono dei limiti alla loro validità e al loro ambito di applicazione.

Ogni lettera “appartiene” a un momento preciso, facilmente ricavabile dalla data in cui è stata scritta; dal confronto fra lettere scritte anche agli stessi destinatari, ma in momenti diversi della vita di Tolkien, possiamo vedere come il suo pensiero su molti argomenti, prima di tutto sulla storia della Terra di Mezzo, sia cambiato nel corso degli anni, riflettendo evidentemente una riflessione e un pensiero continui.

Ogni lettera ha sempre un destinatario preciso, per il quale è stata scritta, e riflette inevitabilmente il rapporto esistente fra Tolkien e chi la riceve: è ovvio che, anche scrivendo dello stesso argomento e nello stesso periodo, la lettera indirizzata a un amico gesuita sarà molto diversa da quella destinata alla casa editrice che pubblica i suoi libri, o al figlio soldato in guerra. È inoltre evidente che, trattandosi di corrispondenza privata, (quasi) nessuna delle lettere è stata scritta con l’idea di pubblicarla.

Le lettere conosciute e pubblicate sono frutto di una doppia selezione: quella operata dal tempo e dal caso, che ha fatto sì che alcune ci arrivassero e altre no, e quella operata dal curatore Humphrey Carpenter, con la collaborazione di Christopher Tolkien (figlio ed esecutore letterario di J.R.R.T.); mentre alcune lettere sono state pubblicate solo parzialmente. I criteri della selezione da parte del curatore non sono esplicitamente dichiarati, quindi non possiamo escludere che, intenzionalmente o meno, influenzino in qualche misura non nota la nostra impressione dell’epistolario nel suo complesso.

A volte Tolkien parla delle proprie opere come se fossero state scritte da qualcun altro (il sé stesso di venti o trent’anni prima, «che ora mi sembra solo un lontano amico»), e arriva a fare i suoi complimenti a quell’autore tanto capace, per come è riuscito a superare le difficoltà dell’intreccio narrativo.

Altre volte manifesta una certa sfiducia nella validità della propria opera, anche se non sempre è facile stabilire quanto questa sfiducia sia vera, e quanto invece si tratti di un tentativo di captatio benevolentiæ nei confronti del destinatario della lettera.

Un argomento che lo appassiona sempre è quello del rapporto fra creazione (mondo reale o primario) e subcreazione (mondo immaginato o secondario).

Infine, può essere interessante notare che in gran parte dei casi le considerazioni di Tolkien non sono spontanee, ma si tratta di reazioni a commenti altrui.

Lettere sullo Hobbit

Purtroppo, le lettere pubblicate fanno un salto dal 1925 al 1937, e non ce ne sono che risalgano a quel periodo, in cui Tolkien scriveva Lo Hobbit; ma anche se ce ne fossero arrivate, ben difficilmente avrebbe parlato con estranei di quello che all’epoca era solo un «divertimento» privato suo e dei suoi figli.

Dopo la pubblicazione, la più interessante lettera sullo Hobbit è scritta al direttore di «The Observer», in risposta a un certo Habit: ribattendo alle sue curiosità, Tolkien spiega brevemente quali siano state le sue «fonti», dà qualche cenno linguistico (sui nomi dei Nani e sulla scelta di usare la forma «scorretta» dwarves al posto di dwarfs), e fa considerazioni sui «futuri ricercatori», e sul lavoro che li attende per studiare e analizzare Lo Hobbit.

In seguito, scrivendo a W.H. Auden, Tolkien si rammarica profondamente di aver scritto Lo Hobbit esplicitamente come «storia per bambini».

Lettere sul Signore degli Anelli

Possiamo a grandi linee suddividerle in tre categorie, a seconda dei destinatari: categorie che finiscono per individuare anche tre periodi temporali, pur con qualche sovrapposizione.

Durante la scrittura (1937–1954)

La composizione del Signore degli Anelli è durata molti anni, più o meno dal 1937 al 1950; il pubblico principale dell’opera consisteva in Christopher Tolkien, che passò gran parte della Seconda guerra mondiale in Sudafrica come pilota della RAF: abbiamo quindi lettere in cui Tolkien scrive a suo figlio raccontando i propri progressi nella scrittura e commentando quelli dei suoi protagonisti in viaggio verso Mordor, o dicendosi orgoglioso di essere riuscito a mantenere una differenza di qualità e atmosfera per differenziare avvenimenti che altrimenti sarebbero risultati ripetitivi.

Altrettanto importanti sono le numerose lettere scambiate con la casa editrice Allen & Unwin, in particolare con il presidente Sir Stanley Unwin e con suo figlio Rayner: diversamente dallo Hobbit, che era nato come racconto di Natale per i suoi figli, Il Signore degli Anelli fu esplicitamente commissionato come «seguito dello Hobbit».

Nel corso della composizione del testo, Tolkien più volte commenta ciò che sta scrivendo: dapprima avverte che si tratta di una vicenda più terrificante dello Hobbit, del quale è migliore ma probabilmente non adatto come puro seguito: è molto più lungo, e diversamente dal primo romanzo non è «per ragazzi». Sottolinea la presenza di un elemento comico, lamentandosi che non venga apprezzato da tutti, e l’assenza di allegoria, chiedendosi al tempo stesso chi potrà essere interessato a leggere l’opera finita.

Un suo timore molto sentito era quello di dover passare tutta la sua vita cercando di spiegare cosa avesse voluto dire con Il Signore degli Anelli; forse anche per questo era così adamantino nel sottolineare l’ispirazione fondamentalmente linguistica dell’opera, e nel dire che «non parla altro che di sé» (Lettere, n. 165, p. 348) e che non contiene alcun «messaggio» (Lettere, n. 208, p. 424).

Lettere ai “commentatori professionisti” (1953–1960)

Poco prima della pubblicazione ufficiale, la casa editrice Allen & Unwin distribuì una ventina di copie staffetta affinché più gente possibile le leggesse e si formasse un’opinione prima che i “critici prezzolati” si dessero da fare. Con alcuni di questi lettori, Tolkien instaurò una corrispondenza discutendo le loro impressioni di lettura e i loro commenti. Con il passare degli anni, a quelli si aggiunsero altri commentatori e critici “professionisti”.

In una lettera al gesuita Robert Murray, troviamo la famosa e molto citata definizione del Signore degli Anelli come «un’opera fondamentalmente religiosa e cattolica» (Lettere, n. 142, p. 273), e una definizione del Signore degli Anelli come opera letteraria che si basa su materiali precedenti, come Omero, Beowulf, Virgilio e Shakespeare. In una lettera a Naomi Mitchison scrive della propria preoccupazione per il conflitto fra tecnica letteraria e tentazione di indulgere nella sub-creazione di un mondo (Lettere, n. 144, p. 276).

Rispondendo a W.H. Auden, uno dei suoi più grandi sostenitori, Tolkien dice di aver scritto il Signore degli Anelli per soddisfazione personale, esclude ogni tipo di interpretazione allegorica, e cita come tema che lo interessa maggiormente quello della nobilitazione degli umili, facendo esplicitamente riferimento al Magnificat (Lettere, n. 163, p. 334).

A Michael Straight dice che «è una fiaba», ed è scritto per divertire, aggiungendo che Elfi e Uomini sono aspetti diversi dell’Umano, concepiti per rappresentare il problema della Morte (Lettere, n. 181, p. 369); a Terence Tiller, autore della riduzione radiofonica della BBC, risponde che Il Signore degli Anelli è molto inadatto a rappresentazioni drammatiche, mentre potrebbe essere adatto alla «lettura recitata», poiché si tratta di «epica» (Lettere, n. 194, p. 405).

Lettere ai fan (1954–1972)

Quasi subito dopo la pubblicazione, iniziarono ad arrivare le lettere dei lettori: curiosi, appassionati, talvolta critici; inizialmente Tolkien gradiva queste lettere, e cercava di rispondere a tutti, per esempio spiegando che nel Signore degli Anelli non c’è simbolismo o allegoria, ma ovviamente ci può essere applicabilità, e che la storia riguarda la Morte e il desiderio di immortalità.

Con il passare degli anni e l’aumentare dei lettori, le risposte si fecero sempre più brusche, al limite della scortesia, spiegando che rispondere in modo più dettagliato avrebbe impedito il lavoro sul Silmarillion, che Tolkien sperava di riuscire a completare e pubblicare.

A una lettrice che chiedeva informazioni per un lavoro accademico, nel 1972 Tolkien si limitò a citare due frasi del Signore degli Anelli: «Colui che rompe un oggetto per scoprire cos’è, ha abbandonato il sentiero della saggezza» e «Non ti impicciare degli affari degli Stregoni, perché sono astuti e suscettibili».

Conclusioni

Il 3 gennaio 2018 è stata finalmente pubblicata una nuova edizione delle Lettere di J.R.R. Tolkien, da più di tredici anni assente dagli scaffali delle librerie, rendendole nuovamente accessibili al pubblico italiano. Con questo intervento si spera di fornire qualche spunto per una riflessione sull’epistolario tolkieniano.

È necessario prestare attenzione anche e soprattutto a quello che Tolkien ci dice mentre parla di tutt’altro: a tratti è come cercare di distinguere un mormorio in mezzo a un’animata discussione.

La cosa più importante insomma è ascoltare, e resistere alla tentazione di usare Tolkien per fargli dire quello che vogliamo dire noi.

 

Bibliografia

 

CARPENTER HUMPHREY, J.R.R. Tolkien. La biografia, trad. da F. Malagò e P. Pugni, introduzione di O. Palusci (trad. rivista e aggiornata da A. Monda) Roma, Fanucci editore, 2002

– «Introduzione», in Lettere (1914–1973), Milano, Bompiani, 2018

FLIEGER VERLYN; DOUGLAS A. ANDERSON, «Introduction», in J.R.R.Tolkien, On Fairy-Stories, London, HarperCollins, 2008

HAMMOND WAYNE G.; DOUGLAS A. ANDERSON, J.R.R. Tolkien: A Descriptive Bibliography, New Castle; London, Oak Knoll Press; The British Library, 2002

ROSEBURY BRIAN, Tolkien: un fenomeno culturale, Genova-Milano, Marietti 1820, 2009

SCULL CHRISTINA; WAYNE G. HAMMOND, Tolkien on Tolkien, in The J.R.R. Tolkien Companion and Guide. Reader’s Guide, London, HarperCollins, 2006

SHIPPEY TOM, J.R.R. Tolkien, autore del secolo, Milano, Simonelli, 2004

J.R.R. Tolkien: la via per la Terra di mezzo, Genova–Milano, Marietti 1820, 2005

Tolkien e Il Ritorno di Beorhtnoth, in Il Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm, Milano, Bompiani, 2019

 

Opere di Tolkien citate:

 

Tolkien on Tolkien, «The Diplomat», vol. xviii, fasc. 197, 1966

Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm, a cura di Wu Ming 4, Milano, Bompiani, 2019

Beowulf: mostri e critici, trad. da C. Donà, in Il medioevo e il fantastico, Milano, Bompiani, 2013

Sulle fiabe, trad. da C. Donà, in Il medioevo e il fantastico, Milano, Bompiani, 2013

Il Signore degli Anelli, trad. da V. Alliata di Villafranca, Milano, Bompiani, 2017

Prefazione alla seconda edizione, in Il Signore degli Anelli, 17–20, Milano, Bompiani, 2017

Lettere (1914–1973), a cura di H. Carpenter, trad. da L. Gammarelli, Milano, Bompiani, 2018

 

 

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