Marco Picone
IL NOME DELLA MAPPA: Traduzioni cartografiche del mondo di Tolkien

The sub-creation that Tolkien carries out in his works is based on two main elements: the invention of rich and convincing languages and the conception of a geographically plausible world, conveyed by extremely detailed maps. The toponyms on the maps are therefore the link between languages and geography, and this article will be dedicated to them. The toponyms of The Lord of the Rings, as well as all the geopolitics of Middle-earth, derive directly from the ancient languages and the European geography that Tolkien knew: below we will therefore analyze the differences between the original toponyms and their rendering in the two main Italian translations.

«I wisely started with a map, and made the story fit (generally with meticulous care for distances). The other way about lands one in confusions and impossibilities, and in any case it is weary work to compose a map from a story.»

John Ronald Reuel Tolkien, Letters, 144

1. Le mappe e i nomi

Il nucleo di questo articolo ruota intorno al ruolo che esercitano la geografia, la cartografia e la toponomastica nella letteratura fantastica e nelle opere tolkieniane. In quanto geografo, ritengo che i rapporti tra questa disciplina e la letteratura, pur rinsaldatisi nel corso degli ultimi decenni (LANDO 1993; MARENGO 2016), meritino ancora di essere approfonditi soprattutto in riferimento alle opere letterarie tradizionalmente considerate distanti dal “vero”, come accade in particolare con il fantasy. Se poi ci spostiamo al rapporto tra letteratura e cartografia, sono ancor meno gli studiosi dell’una (FIORENTINO; PAOLUCCI 2017) e dell’altra (FARINELLI 2009) che si sono interessati all’argomento. Sul fronte della toponomastica, la bibliografia consultabile è quasi inesistente (PORTEOUS 1975; ALGEO 1985).

Eppure, così come Tolkien prima di lui, anche Umberto Eco ha più volte dichiarato che gli ingredienti necessari per creare un’ambientazione realistica sono i nomi e le carte geografiche (IACOLI 2014; PICONE 2016). Del resto, lo stesso Eco afferma che

le terre e i luoghi leggendari sono di vario genere e hanno in comune solo una caratteristica: sia che dipendano da leggende antichissime la cui origine si perde nella notte dei tempi, sia che siano effetto di una invenzione moderna, essi hanno creato dei flussi di credenze (ECO 2013, p. 9).

Addentrandoci poi nell’ambito più specialistico degli studi tolkieniani, se agli aspetti linguistici delle opere del filologo oxoniense sono stati dedicati, anche in Italia, numerosi studi (SHIPPEY 1992; MONDA; SIMONELLI 2002), sugli aspetti cartografici invece non vi è altrettanta profusione di lavori. Nondimeno, per Tolkien

la geografia, la cronologia e la nomenclatura dovevano essere tutte coerenti. Qualche aiuto per la geografia gli veniva dal figlio Christopher, che lo aiutava disegnando l’elaborata mappa del territorio su cui si svolgeva la storia. Tolkien stesso, fin dall’inizio del libro [scil. SDA], ne aveva tracciate diverse. Una volta disse: “Se devi scrivere una storia complicata devi partire da una carta geografica, altrimenti, dopo, non riuscirai più a farne una” (CARPENTER 2002, p. 250).

Negli ultimi anni ci sono stati diversi approfondimenti sul ruolo della geografia nelle opere di Tolkien (BILES 2003; TALLY 2016), ma già diversi decenni or sono Tom Shippey aveva dichiarato che

the characters of The Lord of the Rings furthermore have a strong tendency to talk like maps, historical ones at that. At I, 397 Aragorn begins ‘You are looking now south-west across the north plains of Riddermark… Ere long we shall come to the mouth of the Limlight that runs down from Fangorn to join the Great River’ (SHIPPEY 1992, p. 91).

Questa breve ricognizione bibliografica risponde dunque a un’esigenza: mostrare come il rapporto tra geografia e letteratura in Tolkien richieda ancor oggi un approfondimento. Non può bastare il pur meritorio ed estremamente interessante Atlante della Terra di Mezzo di Karen Wynn Fonstad (2002) a esaurire l’argomento. Alla luce di tali considerazioni, pertanto, questo articolo si suddividerà in due sezioni, dedicate rispettivamente alla cartografia e alla toponomastica.

2. Un mondo cartografato

Ho già dedicato alcuni studi, in passato, agli aspetti cartografici della Terra di Mezzo (PICONE 2011; 2014; 2016) e a quelli rimando per una trattazione più approfondita. Tuttavia, potrà essere utile richiamare di seguito alcuni elementi interessanti per comprendere il ruolo della cartografia nella subcreazione tolkieniana. I geografi si sono interrogati sul ruolo delle cartografie immaginarie, domandandosi a cosa possa servire inserire una mappa in un testo letterario. Lo sintetizza bene Pierre Jourde:

Il n’existe que relativement peu de mondes imaginaires cartographiés. La carte, en effet, impose au lecteur une figure définitive et réduit sa marge d’autonomie. On ne la trouvera donc guère que lorsque se manifeste une volonté systématique, démiur- gique de bâtir un monde cohérent qui fasse concurrence au monde réel (JOURDE 1991, p. 103).

Se da un lato, dunque, la carta riduce il suo margine di autonomia, e quello del lettore di immaginarsi luoghi inesistenti, dall’altro sistematizza e costruisce un mondo coerente. Del resto, ogni carta geografica ha un potere performativo, creativo, che consiste nella materializzazione su un supporto grafico di un punto di vista sul mondo. Per questo motivo, la carta geografica è uno strumento perfetto per creare (o subcreare, avrebbe detto Tolkien) un mondo. Nel caso del Signore degli Anelli, l’autore della narrazione è anche un cartografo, pur con l’aiuto del figlio, e l’inserimento delle carte geografiche non solo non sminuisce la veridicità della narrazione, ma ne aumenta invece la credibilità. Grazie alle carte, è più facile memorizzare e concettualizzare la Terra di Mezzo (JACOB 1992). Le stesse, peraltro, hanno avuto un ruolo straordinario anche al di là del Signore degli Anelli, lasciando un’eredità incredibile. La cura quasi maniacale dei due Tolkien, padre e figlio, per la cartografia, infatti, ebbe un impatto profondo non solo sul Signore degli Anelli e sulle altre opere, ma sull’intera cultura popolare del XX e XXI secolo:

The potent examples of E.H. Shepard’s maps of the “100 aker wood” and Toad Hall, and especially J.R.R. Tolkien’s maps of Middle-earth in The Hobbit, and his son Christopher Tolkien’s maps in The Lord of the Rings inspired everyone with a pen—or a mouse—to start making maps of imaginary worlds, maps which turned into game boards (see Dungeons and Dragons), which in turn evolved into map-based video games, like Grand Theft Auto, and so into massively multiplayer online role-playing games like World of Warcraft, that is to say… into an enormous industry (WOOD 2010, pp. 36-37).

Non va quindi affatto sottovalutato che da Tolkien e dalle sue carte discendono modalità di rappresentare lo spazio che ormai abbiamo introiettato e che diamo per scontate, ma non sempre era così. La letteratura fantastica prima di Tolkien usava meno le carte, e con ruolo ben diverso (JOURDE 1991). Come dire: non si scherza con il potere performativo della mappa.

3. La toponomastica tolkieniana nelle due traduzioni italiane

Per ciò che riguarda la toponomastica, cuore del presente testo, come accennavo precedentemente gli studi tolkieniani si riducono davvero a pochissimi esempi. Vi sono alcune analisi sull’etimologia e sui nomi in generale, ma rientrano nella sfera degli interessi linguistici e sembrano piuttosto lontane dal tema geografico. Fa eccezione, probabilmente, il lavoro di John Algeo, in particolare nelle sue considerazioni finali:

What should be clear from even the foregoing superficial look at the place-names of J. R. R. Tolkien’s Middle-earth cycle is that he did not make his names randomly. Instead he invented a system of naming that fit into the complexities of his subcreation in many dimensions. The place-names are part of the languages of the land, as can be seen from an examination of their parts and the patterns for combining those parts. The place-names are part of the history of the peoples who inhabited the land, as might be surmised from the meanings of their parts. Behind every name, there lies a story.

Most important, the place-names help to create a sense of reality and immediacy for the reader of The Lord of the Rings and other stories in the cycle. They help the reader to belong to the land (ALGEO 1985, p. 94).

Vediamo quindi in che modo i toponimi aiutano a creare un senso di realtà e immediatezza e a fornire un “senso di appartenenza” al territorio. Nel nostro paese la recentissima e nuova traduzione del Signore degli Anelli per Bompiani offre la possibilità di confrontare le originali scelte toponomastiche di Tolkien con i loro equivalenti italiani, nelle due traduzioni di Vittoria Alliata di Villafranca e di Ottavio Fatica, al di là delle diatribe che hanno animato l’uscita della nuova traduzione (BINELLI 2019) e che qui non costituiranno oggetto di discussione. Premetto che questo lavoro si basa sullo studio pubblicato dalla Associazione Italiana Studi Tolkieniani (https://www.jrrtolkien.it/2020/02/29/le-mappe-del-signore-degli-anelli/) e in particolare sulle utilissime tabelle che l’AIST fornisce per confrontare i nomi dell’originale inglese con le due traduzioni italiane. Nelle prossime righe farò esplicito riferimento alla Guide to the Names in The Lord of the Rings, ovvero la guida che Tolkien stesso scrisse per i traduttori del romanzo, inizialmente pubblicata in LODBELL 1975 e successivamente in HAMMOND; SCULL 2005. La guida è oggi facilmente consultabile online all’indirizzo LINK.

Naturalmente, le poche voci discusse di seguito (rigorosamente in ordine alfabetico inglese) non hanno pretesa di completezza e contengono considerazioni esclusivamente personali, ma possono avviare un ragionamento più approfondito sul tema. Devo a Giampaolo Canzonieri la segnalazione del lavoro fatto da AIST in merito all’affiancamento a Ottavio Fatica, per far sì che la sua traduzione si avvicinasse il più possibile alla volontà di Tolkien (cfr. https://www.staynerd.com/signore-anelli-intervista-canzionieri-aist/). Chiaramente il traduttore ha poi deciso in autonomia se e quando adottare scelte divergenti dalle indicazioni della Guide to the Names.

3.1 Barrow-downs

I barrow-downs sono, secondo la Guide to the Names, «low treeless hills on which there are many ‘barrows’, that is tumuli and other prehistoric grave-mounds». Collocati a est della Contea e della Vecchia Foresta, i tumuli sono il luogo in cui Frodo rischia la vita prima di essere salvato da Tom Bombadil. Tolkien suggerisce di tradurre il termine a senso.

Vittoria Alliata, nella sua traduzione pubblicata da Rusconi, sceglie il termine Tumulilande, senz’altro evocativo ma privo del riferimento alle basse colline senz’alberi di cui parla Tolkien nella sua guida. Ottavio Fatica, di contro, traduce Poggitumuli: il termine poggi risponde senz’altro meglio alle indicazioni della guida tolkieniana e si nota un’inversione (poggi-tumuli anziché tumuli-poggi) rispetto alla scelta di Alliata.

3.2 Bree

La piccola città di Bree, anch’essa poco a est della Contea, ospita la scena dell’incontro tra gli hobbit e Aragorn. Tolkien dichiara che si tratta di «an English place-name from a Celtic word for ‘hill’» e suggerisce ai traduttori di mantenere il termine intatto. Tuttavia, Vittoria Alliata modifica il termine, italianizzandolo in Brea. Per quanto la scelta possa risultare giustificabile per l’orecchio nostrano, contravviene le indicazioni di Tolkien e forse sembra “addomesticare” eccessivamente l’alterità che il nome Bree poteva evocare negli hobbit, provenienti da una Contea in cui tutti i nomi sembrano fin troppo colloquiali o familiari. Ottavio Fatica sceglie di mantenere invece la dizione Bree, avvicinandosi di più alle indicazioni di Tolkien e probabilmente presentando al lettore un primo elemento di alterità, dopo i nomi familiari e rassicuranti della Contea degli hobbit.

3.3 Dunland

Questa regione, compresa tra l’Eregion e la Breccia di Rohan (Varco di Rohan nella traduzione di Fatica), ospita brughiere e colline sassose. Tolkien si limita semplicemente a evidenziare che il nome contiene l’aggettivo inglese dun (per il quale indica come sinonimi «dark, dusky, dull-hued»: oscuro, crepuscolare, cupo), ma non suggerisce una traduzione specifica. Le scelte dei traduttori italiani qui divergono radicalmente: mentre Vittoria Alliata mantiene l’originale Dunland anche in italiano, Ottavio Fatica opta per Landumbria. Analogamente, i Dunland Fells di Tolkien sono le colline brulle del Dunland per Alliata e i clivi di Landumbria per Fatica. Anche in questo caso, come in altri, mi pare che la scelta di Fatica sia più rispondente alle indicazioni tolkieniane.

3.4 Entwood

Entwood è la Foresta di Fangorn, la dimora di Barbalbero. Tolkien indica che si tratta di un nome “modernizzato” nella lingua di Rohan, da Ent + wudu (wood). Suggerisce quindi di tradurre -wood e di lasciare Ent intatto. In questo caso è interessante la scelta dei due traduttori: Alliata opta per Entobosco, un nome composto con la stessa logica di Tumulilande, mentre Fatica preferisce il più piano e colloquiale Bosco di Ent: perché allora non “Bosco degli Ent”, dato che Tolkien dichiara apertamente che gli Ent sono fondamentalmente dei giganti, da una parola dell’antico inglese? Al di là delle scelte specifiche dei traduttori, la versione di Fatica è probabilmente più corretta per un termine che non dovrebbe risultare eccessivamente aulico.

3.5 Farthings

I farthings sono quattro aree della Contea, in base a una semplice suddivisione per punti cardinali (nord, ovest, sud, est). Tolkien dichiara che anche in inglese esiste la parola farthing per indicare un quarto di penny ma la utilizza nel senso di «fourth part, quarter». Si tratta quindi di un termine fortemente geografico, legato a doppio filo al nostro quartiere, che deriva dalla quarta parte di città risultante dall’incrocio di cardo e decumanus nel castrum romano. Entrambi i traduttori hanno ben compreso questo passaggio, ma le loro scelte divergono: la Alliata opta per il termine Decumano, rifacendosi appunto all’idea di castrum ma scegliendo di identificare ogni quarta parte della Contea con un asse stradale; Fatica invece si orienta per Quartiero, forma antica di quartiere, avvicinandosi probabilmente di più al senso di farthing ma con un pizzico di arcaismo (forse poco giustificabile per la Contea).

Piccola nota geografica a margine: perché utilizzare un riferimento tipicamente urbano, legato cioè all’organizzazione spaziale di una città, per la suddivisione di una regione come la Contea, peraltro ben poco urbanizzata? Qui la responsabilità non è ovviamente dei traduttori, ma di Tolkien stesso, che nella Guide to the Names sembra far intuire si tratti di una involontariamente comica esagerazione, in puro stile hobbit.

3.6 Frogmorton

Questo piccolo villaggio hobbit dell’Eastfarthing (Decumano Est o Quartiero Est) è famoso per la sua locanda, The Floating Log Inn (il Ceppo Galleggiante secondo Alliata, il Ciocco Galleggiante secondo Fatica). In questo caso, però, sono interessanti le indicazioni che dà Tolkien: non si tratta di un toponimo inglese vero e proprio, ma si basa sui termini frog (rana), moor (terra paludosa) e town (paese, villaggio). Tolkien aggiunge che, trattandosi di un nome il cui significato è del tutto intellegibile per il pubblico di lettori anglosassoni, può essere tradotto. Vittoria Alliata traduce Chianarana, con una voce di probabile origine etrusca che indica un luogo paludoso. Ottavio Fatica, invece, inverte l’ordine dei termini e propone Ranocchiana, con probabile portmanteau di ranocchia + chiana. Al di là delle scelte degli autori e del criterio eufonico, a mio avviso Chianarana non corre il rischio, che invece mi pare corra Ranocchiana, di prestarsi a bonarie e ironiche illazioni sulle preferenze gastronomiche degli abitanti del villaggio. Si tratta comunque di preferenze puramente personali tra due traduzioni tutto sommato equivalenti.

3.7 Hobbiton

Il villaggio natio di Frodo e Bilbo andrebbe tradotto, nelle indicazioni di Tolkien, con un nome composto che contenga hobbit + un elemento che significa “villaggio”. Interessante allora osservare le scelte dei due traduttori per il luogo che più di tutti dovrebbe far sentire il lettore “a casa” durante il suo viaggio per la Terra di Mezzo: Alliata traduce Hobbiville, mentre Fatica lascia intatto Hobbiton. A ciò aggiungiamo la traduzione di Elena Jeronimidis Conte per Lo Hobbit (ediz. Adelphi), e cioè Hobbitopoli.

A mio avviso – parere personalissimo e contestabile, naturalmente – nessuna delle tre traduzioni rende bene il senso originale, peraltro indubbiamente difficile da restituire. Il suffisso -ton fa pensare a un piccolo villaggio rurale dell’Inghilterra centro-meridionale, come per esempio Edgbaston (nei pressi di Birmingham), dove Tolkien visse quando era ragazzo. Mentre Hobbiville suona un po’ troppo francese e internazionale e Hobbitopoli eccessivamente aulico, lasciare Hobbiton in originale non sembra rendere bene questa dimensione di piccolo luogo familiare per il lettore italiano. Forse l’equivalente nostrano avrebbe potuto essere Borgo Hobbit, o qualcosa di simile?

3.8 Mirkwood

Mirkwood nel Signore degli Anelli è lo stesso luogo che più avanti, in questo articolo, vedremo indicato come Wilderland. Questa gigantesca foresta, dimora degli elfi e attraversata dai nani guidati da Thorin Scudodiquercia nella loro cerca contro il drago, è un nome preso in prestito dalla geografia e dalle leggende dell’antico germanico (antico norreno myrkviðr). Tolkien suggerisce di tradurlo a senso ma, se possibile, di usare elementi poetici o arcaicizzanti. Alliata traduce Bosco Atro, mentre Fatica Boscuro. Benché entrambe le scelte siano corrette, mi pare che la crasi (o più correttamente il portmanteau) di Fatica non renda particolarmente il senso di arcaico, laddove la scelta dell’aggettivo “atro” conferisce un’aura antichizzante e spaventosa alla foresta.

3.9 Rivendell

Il nome della valle in cui Frodo e la Compagnia incontrano Elrond e Galadriel deriva, secondo Tolkien, da «‘cloven-dell’; Common Speech translation of Imladris(t) ‘deep dale of the cleft’». L’autore suggerisce di tradurre a senso o lasciare intatto, a scelta del traduttore. La scelta di Alliata è Gran Burrone: per quanto poetica ed evocativa, non pare rispecchiare il senso di “valle spaccata” che il termine dovrebbe avere. Fatica sceglie il forse meno evocativo ma più corretto Valforra.

3.10 Wilderland

Altro nome di Mirkwood. Wilderland, ci dice Tolkien, è un’invenzione basata su wilderness ma con un riferimento implicito ai verbi wilder e bewilder (vagare senza meta, disorientare). Ricordando che si tratta di una regione estremamente ampia, Alliata traduce Terre Selvagge – scelta adeguata, anche se forse semplice traduzione letterale di wilderness e priva del cenno a confusione e disorientamento. Fatica invece traduce Selvalanda: interessante notare come in questo caso scelga una parola composta sul modello di Tumulilande, mentre in quel caso aveva preferito invertire (Poggitumuli). Nessuno dei due termini riesce a mio avviso a preservare il senso di bewilder, del resto quasi impossibile da mantenere in italiano.

4. Appartiene alla Terra di Mezzo

[…] la lingua letteraria si è evoluta notevolmente dal 1970 e la traduzione Alliata/Principe, come quasi tutte le traduzioni dell’epoca, oggi fatica a sollecitare le emozioni che pure ha dispensato per decenni. In casi simili, la ricerca condotta nell’ambito dei Re-Translation Studies ha individuato nelle ritraduzioni due tendenze antagoniste: una prima che favorisce strategie di “attualizzazione” e una seconda che predilige strategie di “storicizzazione”. Le prime mirano a un accomodamento modernizzante del testo rispetto ai gusti del presente e le seconde corrispondono piuttosto a un approccio arcaicizzante che vuole tutelare il respiro di un tempo che fu, talora desueto, senz’altro non attuale (BINELLI 2019).

Al di là delle motivazioni, più o meno legittime, che hanno spinto entrambi i traduttori italiani a effettuare le loro scelte, spero di aver chiarito come i toponimi tolkieniani abbiano un ruolo essenziale per creare, come sosteneva Algeo, quel senso di appartenenza alla Terra di Mezzo che, insieme alle carte geografiche, solo un corpus linguistico coeso e coerente può dare. Per sentirsi a casa nella Contea e sperimentare il fascino del viaggio, il lettore ha assoluto bisogno di sentire che i toponimi – insieme, naturalmente, ai nomi di persona e di popolo – lo accompagnino nella scoperta e nell’esplorazione della Terra di Mezzo.

Non è mio compito valutare se questo senso di appartenenza sia più facilitato dalla traduzione di Vittoria Alliata o di Ottavio Fatica, benché in generale si noti una predilezione di Alliata per termini più aulici e probabilmente epici, capaci di creare un forte senso di meraviglia nel lettore (Tumulilande, Entobosco, Gran Burrone), laddove Fatica predilige invece portmanteau (Boscuro, Ranocchiana) più leggeri e in genere mi pare puntare più su una strategia di attualizzazione, secondo quanto afferma Binelli sopra. Non saprei dire se la storicizzazione (o aulicizzazione) che mi sembra più presente nella traduzione di Alliata sia preferibile, benché esistano diversi studiosi secondo i quali l’epica – non solo quella greca e latina, ma evidentemente anche quella di Tolkien – andrebbe tradotta preservando un senso di lontananza, spaziale e temporale, da noi lettori (BETTINI 2012). Per altri, indubbiamente, la maggiore attualizzazione di Fatica, peraltro supportata da una maggiore coerenza con le indicazioni tolkieniane, può essere la soluzione migliore per affascinare il lettore contemporaneo del Signore degli Anelli.

Può darsi che nessuna delle due traduzioni italiane riesca a rendere compiutamente il senso di quanto Tolkien pensava, e che si prefiguri di già lo scenario per una terza traduzione, in futuro. È prevedibile che una terza traduzione verrà un giorno, ma dubito che sarà nell’immediato. Se i tempi saranno gli stessi intercorsi tra la traduzione di Alliata e quella di Fatica, se ne riparlerà tra cinquant’anni. Nel frattempo, vedremo se le generazioni più giovani cominceranno a riferirsi ai luoghi della Terra di Mezzo con i termini dell’una o dell’altra traduzione e in base a questo capiremo se davvero si sentiranno a casa tra i paesaggi creati da Tolkien.

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