Maria Elena Ruggerini
SELLIC SPELL: una fiaba bilingue di J.R.R. Tolkien

As a result of his life-long interest in the poem Beowulf and its plot, in the early ‘40s Tolkien wrote a fairy-tale (published in 2014) entitled Sellic Spell “A wondrous tale”. Here, he wanted to tell the true story behind the first part of Beowulf which is centred on the character of a bear-boy raised in the forest. On joining the society of men, the boy spends an unpromising youth mostly on his own, to then grow incredibly strong, gain confidence, defy monstruous adversaries, become wise and finally marry the king’s daughter, living with her happily ever after. The aim of this paper is to offer a close examination of a second version of Sellic Spell Tolkien wrote in Old English, but which he left unfinished after completing one third of the story. In particular, we investigate the reasons behind Tolkien’s decision to write a bilingual fairy-tale and the method he adopted; it is likely that he began composing the ‘asterisk story’ in Old English first (as he himself declared in writing), trusting that an immersion in the ancient language would then help him find the right mode of expression also for the modern version. A second point we raise is that the Old English text is very carefully wrought and reveals a deep and sympathetic knowledge of the Anglo-Saxon language, based on Tolkien’s wide readings and excellent memory: he borrows words and phrases from a variety of texts (poetry, prose, glossaries) but also reshapes some material with a firm hand and a strong sense of the language’s evolution, creating forms which are likely, though not attested. As an Appendix, the first translation of Sellic Spell is offered, together with the original text.

  1. Tolkien e Beowulf (il poema e l’eroe eponimo)

Il racconto Sellic Spell, così intitolato da Tolkien prendendo a prestito una espressione che ricorre al v. 2109 del Beowulf con il significato di “storia fantastica, fiaba”, fu composto agli inizi degli anni Quaranta1 e costituisce una ulteriore, originale testimonianza dell’interesse per questo poema nutrito da un filologo che era anche cultore di fairy-stories e di tutto ciò che popola il regno di Faërie: un patrimonio da lui considerato sempre attuale in quanto consente di trascendere, anche se per un tempo limitato, il Presente e di «open a door on Other Time» (OFS in MC, p. 129).

Si tratta di un interessante esperimento attraverso il quale Tolkien si prefigge di ricreare il prototipo di storia semplice ma intessuta di elementi ‘magici’ da cui, a suo giudizio, sarebbe discesa la più complessa vicenda narrata nella prima parte del Beowulf2, un folktale incentrato sul percorso di maturazione che consente al protagonista, un «bear-boy», di trasformarsi nel «knight Beowulf»3; Sellic Spell suggerisce, inoltre, come appianare alcune incongruenze e colmare lacune nella trama del poema, plausibilmente prodottesi nel lungo intervallo tra quando la storia ha circolato in forma orale e l’epoca in cui una singola personalità decise di riproporla a modo suo fissandola in versi, adattandone contenuto e stile a un ambiente profondamente mutato, e a un pubblico non più popolaresco.

Del carme eroico a noi giunto, Tolkien apprezzava proprio il complesso ed evocativo amalgama di lontani intrecci leggendari4, oltre al dettato arcaico e formulare ma al contempo ricco di originali composti: come se l’ignoto autore avesse cercato di ricreare un mondo oramai tramontato, eppure per lui ancora vivo e presente. Un proposito che Tolkien ha messo a sua volta in opera, nel momento in cui si è fatto egli stesso creatore di miti, leggende e personaggi spesso ispirati proprio dal lessico, persino da singole parole, dell’antica poesia inglese (e norrena), di cui aspira a emulare la sobria e austera magniloquenza5.

Il punto di partenza, lo spunto concreto da cui ha preso le mosse per ideare il suo “Racconto fantastico” è costituito da un’interpretazione, portata alle estreme conseguenze, del nome Beowulf, una kenning – o metafora – che vale ‘orso’, a partire dal significato letterale di “lupo (cioè nemico) delle api”6. Da ciò Tolkien deduce che il nome possa essere una spia della vera origine di Beowulf, nelle cui vene scorrerebbe sangue d’orso, o che sarebbe stato allevato dagli orsi prima di fare ritorno tra gli uomini e distinguersi, ma solo una volta divenuto adulto, per le imprese compiute grazie alla forza ferina della quale è dotato.

Già Panzer, nel 1910, aveva supposto che la trama sviluppata nella prima parte del Beowulf rappresentasse una variante del diffuso motivo favolistico conosciuto come ‘The Bear’s Son Tale’, del quale ripropone alcuni tratti costitutivi7: l’infanzia non promettente del protagonista, l’eccezionale statura e vigore che egli acquista crescendo; la difesa di un luogo contro gli attacchi di un essere soprannaturale maligno che si concluderà con la discesa in un regno sotterraneo per poterlo finalmente uccidere.

A partire da questo collegamento con un ben attestato motivo fiabesco, Tolkien prova a narrare in prosa l’archetipo della storia di Beowulf, inserendovi quei motivi che nella versione poetica erano rimasti esclusi8. Vi aggiunge il personaggio della principessa – che in alcune varianti di ‘The Bear’s Son Tale’ l’eroe salva dalla prigionia –, ma limitandosi a darne notizia in apertura (dove si dice che il re aveva un’unica figlia), senza più menzionarla nel seguito del racconto, e riportandola in scena solo per poter chiudere la vicenda con l’usuale eucatastrophe: Beowulf sposa la principessa e con lei regna a lungo dopo la morte del padre; uno scontato lieto fine, siglato però da una chiusa gioiosa e ironica, in puro stile hobbittiano: «As long as he [Beewolf] lived he loved9 honey dearly, and the mead in his hall was ever of the best.» (B&SS., p. 385).

Di poco precedente Sellic Spell è la pubblicazione dei saggi On Fairy Stories (1939) e On Translating Beowulf (1940), in un lasso di tempo che vede Tolkien impegnato nelle fasi iniziali della stesura del suo opus magnum, The Lord of the Rings, la cui composizione si protrasse, tra pause e ripensamenti, dalla fine del 1937 al 1949. Si può quindi dire che la triade ‘fiaba, leggenda e mito’ costituisca per Tolkien una costante, sia come oggetto di ricerca sia come soggetto della sua produzione narrativa. Allo studio delle sparse testimonianze che ci sono giunte dal periodo antico e medievale, egli affianca un interesse per le raccolte ‘nazionali’ ottocentesche di fiabe e racconti popolari, come quelle curate dai Fratelli Grimm o da Asbjørnsen e Moe, rammaricandosi del fatto che proprio nella sua Inghilterra non fosse stato possibile compilarne di simili per la perdita di tanto materiale folclorico10.

Lo scritto pubblicato nel 1940 sui problemi che una traduzione del Beowulf pone si configura come un momento di sintesi e di riflessione critica sull’esperienza maturata da Tolkien nei lunghi anni di studio e di insegnamento del poema inglese antico, a partire dall’esperienza accademica a Leeds (1920-1925). In quel periodo, egli aveva anche iniziato una propria traduzione in versi allitterativi, che tuttavia non portò a compimento, preferendo alla fine optare per una resa in prosa (cui lavorò a partire dal trasferimento a Oxford, completandola nel 1926)11, contraddistinta però da echi allitterativi, da un ordine a volte artificioso delle parole – ad esempio attraverso la prolessi dell’oggetto –, da termini desueti e ricercati, che ben catturano l’atmosfera ‘aristocratico-arcaica’ dell’originale12.

La traduzione del Beowulf svolta da Tolkien non raggiunse mai una forma, per così dire, definitiva, e forse per questo motivo non venne da lui data alle stampe; la versione pubblicata dal figlio Christopher nel 2014 è sì completa, ma rivela discrepanze rispetto al Commentary che l’accompagna13, un segnale che l’autore considerava alcune questioni interpretative ancora aperte, bisognose di ulteriore approfondimento, e la sua resa in inglese moderno una ‘translation in progress’, da aggiornare tenendo conto degli avanzamenti della ricerca personale e altrui: nella consapevolezza che l’autore di una traduzione «cannot … show all the variations that have occured to him; but the presentation of one solution should suggest other and (perhaps) better ones» (OTB, in MC, p. 53).

Resta da fare accenno, a ritroso, a un’altra importante tappa – in realtà l’esordio – del percorso critico di Tolkien sul Beowulf, ovvero il fondamentale studio Beowulf: The Monsters and the Critics (del 1936), dove il connubio tra la sua particolare sensibilità mitopoietica, il rigore filologico e la passione per le parole e la loro storia, gli consentono di giungere a una interpretazione unitaria del poema epico, a suo giudizio costruito intorno alla sequenza non casuale né banale di tre distinti momenti in cui l’eroe sceglie di confrontarsi contro avversari mostruosi e di diversa natura14: Grendel, gigante antropomorfo dagli artigli d’acciaio, uso a cibarsi delle sue vittime; la madre del gigante, cui al poeta pare superfluo assegnare un nome eppure quasi riesce nell’impresa di sconfiggere Beowulf in armi, in virtù di una forza declinata al femminile e alimentata dalla magia; infine, il drago custode di un tesoro, già provvisto di quelle caratteristiche che la posteriore tradizione favolistico-leggendaria costantemente gli attribuirà: ali possenti, fiato velenoso e infuocato.

  1. Genesi e intendimenti di Sellic Spell

In una nota vergata di proprio pugno, risalente al periodo della stesura di On Fairy Stories, Tolkien si domandava se la ‘favola’ di Beowulf comparisse in uno dei volumi della raccolta di fiabe e storie popolari curata da Andrew Lang insieme alla moglie, Leonora Blanche Alleyn – caratteristici per le loro copertine di colori diversi – e proseguiva osservando che il poema antico ne conteneva la sostanza, ma non la maniera, e che qualcuno avrebbe dovuto raccontare quella storia come una fiaba15. Una operazione analoga, in effetti, era stata fatta da Lang sulla Storia di Sigurd, con la quale si conclude il Fairy Red Book (1890), una versione fortemente condensata e romanzata della tragica vicenda dell’eroe nordico uccisore del drago Fafnir, che Lang conosceva attraverso la libera traduzione in stile aulico-vittoriano della Völsunga Saga di William Morris (1870).

Non è una semplice coincidenza, quindi, che quando Tolkien deciderà di scrivere lui stesso la Storia di Beowulf. in aperturà porrà la medesima formula impiegata da Lang all’inizio del suo The Story of Sigurd: «Once upon a time there was a King in the North» (B&SS, p. 360)16. A differenza di Lang, Tolkien però non può basarsi su una leggenda preesistente completa e dettagliata, sulla quale intervenire per eliminare ciò che vi sia di narrativamente superfluo, ma deve misurarsi con il problema opposto, e cercare di ricostruire un sellic spell a partire dalle sparse vestigia preservate nel Beowulf, integrando alcuni snodi lacunosi della trama con altre fonti popolari o letterarie – prima fra tutte la Grettis saga17in cui sono in parte reperibili i motivi costitutivi di quella tipologia di fiaba.

Uno degli aspetti più interessanti di questa operazione è il fatto che Tolkien abbia avvertito la necessità di dare ulteriore verosimiglianza al suo racconto provando a fornirne una voltura in inglese antico (una vera e propria ‘asterisk story’), forse allo scopo di appurare, in corso d’opera, se il ‘formato lessicale’ adottato per la scrittura moderna si conformasse al tipo di narrazione che egli ritiene dovesse circolare nell’Inghilterra anglosassone. Detto altrimenti, Tolkien, forte di una perfetta conoscenza della lingua degli avi e di una familiarità con i moduli narrativi che sono caratteristici del sellic spell, può avere considerato utile ‘monitorare’ lo stato di avanzamento della composizione in inglese provandosi, contemporaneamente, a scrivere il racconto in prosa anglosassone, onde verificare se la narrazione moderna, nel suo fraseggio, potesse suonare verosimilmente antica.

Tuttavia, poiché la redazione anglosassone si interrompe poco dopo l’arrivo di Beowulf nella sala del re (e prima dello scontro con Grendel), è probabile ipotizzare che Tolkien abbia a un certo punto abbandonato l’impresa in quanto troppo gravosa rispetto ai suoi molteplici impegni; come si comprenderà meglio più avanti, si trattava di un esercizio niente affatto dilettantesco, frutto di molta cura, applicata a che la sintassi e il lessico utilizzati fossero effettivamente desunti da testi esistenti, oppure su di essi modellati, pur se con qualche necessario adattamento (e sprazzi di libertà creativa)18. In alternativa, si può supporre che l’avere abbandonato la stesura ‘in lingua originale’ sia conseguenza del fatto che Tolkien non ritenesse più necessario portare avanti il lavoro su due distinti binari linguistici, avendo oramai avviato la narrazione e trovato lo stile e il vocabolario che giudicava adatti a ricreare la favola ‘settentrionale’.

Questa ricostruzione delle ragioni sottese alla duplice redazione del testo potrebbe spiegare l’apparente contraddizione, rilevata da Christopher Tolkien, tra quanto il padre stesso afferma al riguardo in una nota, ovvero di avere cercato di conferire alla narrazione di Sellic Spell un «Northern cast of expression» provando prima a renderla in inglese antico (B&SS, p. 355), e quanto invece si può desumere da un raffronto tra le varie redazioni del testo19, che porterebbe nella direzione opposta, dal momento che la resa anglosassone in alcune sue parti concorda con versioni del racconto modificate rispetto a una precedente stesura. L’ipotesi, suggerita poc’anzi, che Tolkien abbia portato avanti, in contemporanea, le due versioni, a partire da un iniziale tentativo di formulare la storia quale essa doveva ‘risuonare’ ai tempi della sua diffusione, permette invece di conciliare i due dati in nostro possesso – l’affermazione dello scrittore di avere iniziato la composizione di Sellic Spell in inglese antico e il confronto svolto dal figlio tra le varie redazioni pervenute – interpretandoli nel senso che Tolkien può avere deciso di sviluppare insieme i due testi, modificandoli in itinere (come era sua abitudine fare) e correggendo quale che fosse dei due sulla base di interventi operati sull’altro, in un rapporto di reciproca influenza, finché la fiaba non ha assunto una propria stabile configurazione, così che lo scrittore, da quel momento in poi, ha preferito concentrarsi in maniera esclusiva sulla stesura della versione moderna.

Tolkien non giunge impreparato a comporre una parte del suo Racconto fantastico nell’antica lingua inglese, e la naturalezza con cui si accinge a un’impresa con tutta evidenza destinata a rimanere un serio svago privato («a secret vice», come l’autore stesso definisce il piacere che si prova a praticare la «linguistic invention»20) è il risultato di una lunga frequentazione21, non solo con la letteratura anglosassone (poesia e prosa; ma anche testi tecnici, quali i glossari)22: fin da giovane, egli si era esercitato a comporre poesia in quell’idioma23, ed era anche in grado di parlarlo correntemente, come rivela la frase semi-scherzosa di una sua lettera al figlio Christopher nella quale biasima la diffusione dell’inglese come lingua di comunicazione globale, una prospettiva che gli fa esclamare, in tono indispettito: «I think I shall have to refuse to speak anything but Old Mercian24» (Letters, n. 53)25.

Gli studi svolti da Tolkien sulle radici della Storia di Beowulf e sui suoi omologhi in altre tradizioni popolari gli consentono di proporre una versione in prosa coerente e lineare, con lo stile, il tono e l’atmosfera della fiaba. Il risultato, Sellic Spell, è un racconto che in alcuni dettagli della trama si discosta dal Beowulf, oppure ne sviluppa altri che nel poema restano solo accennati e che sollecitano la curiosità di Tolkien lettore-narratore: infatti, oltre a creare ex-novo l’antefatto sull’infanzia dell’eroe trascorsa insieme agli orsi, egli prova a spiegare i ruoli che nella vicenda potrebbero avere in origine ricoperto i personaggi di Unfriend (= Unfriþ), Handshoe (= Hondscio) e Ashwood (= Æschere), anteponendo al vittorioso combattimento di Beewolf (= Beowulf) contro Grinder (= Grendel) due infruttuosi tentativi compiuti, a turno e con esito negativo, dai suoi due compagni (Handshoe e Æshwood); inoltre, elimina la spedizione della madre di Grinder per vendicare l’uccisione del figlio; infine, dà risalto negativo alla figura del consigliere del re, Unpeace (= Unfriþ), facendo di lui, apertamente, un traditore, pronto ad abbandonare Beewolf al suo destino nel momento del bisogno, ovvero mentre questi è impegnato in un combattimento, dalle sorti alterne, contro la madre di Grinder – orchessa dai denti di lupo, esperta di incantesimi – nella sua tana subacquea.

  1. La versione in inglese antico di Sellic Spell

Fino ad oggi, ben poca attenzione critica è stata rivolta alla stesura in inglese antico (ovvero, nel dialetto sassone-occidentale) di Sellic Spell, che Tolkien avvia, ma lascia incompleta a poco più di un terzo del lavoro26. Il suo editore, Christopher Tolkien, si limita a fornirne il testo accompagnato da una breve nota introduttiva, senza corredarlo di una traduzione – dal momento che esso in gran parte ricalca il dettato della versione moderna (che lo precede nel volume) – e gli attribuisce valore solo in quanto dimostrazione della padronanza della lingua antica da parte del suo autore; apprezzamento, quest’ultimo, che è stato recentemente riproposto da Drout, il quale definisce il testo anglosassone «a pleasure to read» e «a very clearly written piece of Old English» (DROUT 2015, p. 169).

Un’analisi della pseudo-lingua di Sellic Spell non può che confermare questo giudizio, rilevando quanto essa risulti corretta e coerente sotto il profilo stilistico, al punto da apparire quasi indistinguibile al confronto con un pezzo di autentica prosa anglosassone; da questa constatazione discende l’opportunità di provare a indagare i modelli linguistici cui l’autore si è ispirato nello svolgere questo peculiare, e così intimamente tolkieniano, esperimento.

Il testo anglosassone corre in gran parte parallelo al corrispondente testo moderno, e in alcuni punti vi si sovrappone perfettamente; tuttavia, è possibile rilevare alcune divergenze tra le due stesure (di seguito indicate con le sigle SS1 = versione in inglese e SS2 = versione in inglese antico) per quanto riguarda la trama, i nomi e altri dettagli:

  1. di Breca si dice che provenisse da Surfland (SS1), mentre in SS2 si specifica la sua stirpe (i Brandinghi), ma non la terra d’origine;

  2. il ruolo della guardia costiera viene ridimensionato in SS2, dove il personaggio rimane senza nome (in SS1, si chiama Ashwood) ed esce presto e definitivamente di scena; in SS1, invece, Ashwood si unisce a Beewolf e a Handshoe a formare il tipico trio delle fiabe, e toccherà a lui affrontare per primo Grinder, senza successo;

  3. l’ultima porzione del discorso con cui in SS2 Beowulf si presenta al re, una volta arrivato a corte, vantandosi della propria forza, in SS1 viene spostato al momento in cui Beewulf si offre di combattere contro Grinder, dopo che i suoi due compagni hanno fallito;

  4. in SS2, il Re della Sala dorata non è in alcun modo caratterizzato, mentre in SS1 viene descritto come un vecchio dalla lunga barba bianca; anche di Unfriþ in SS2 si dice solo che era il consigliere del re ed esperto di sortilegi, mentre in SS1 viene anche specificato che esercitava il mestiere di fabbro;

  5. il piccolo trovato nella grotta degli orsi dimostra sette anni in SS2 (tre, invece, in SS1) e nove sono i mostri uccisi da Beowulf27 (in SS1 non ne viene specificato il numero).

L’interesse di Sellic Spell in inglese antico non risiede, però, nei pochi scostamenti dal dettato del testo moderno, ma nella funzione ermeneutica che questa modalità di scrittura ha esercitato: la preliminare operazione di immergersi nella lingua antica, infatti, favorendo un proiettarsi a ritroso nel tempo, ha consentito a Tolkien di mettersi poi in cerca dell’antica Storia di Beewolf come se fosse un rabdomante guidato dalle vibrazioni della sua bacchetta e, infine, di scovare il tesoro, la leggenda-asterisco rimasta a lungo sepolta sotto il paludamento aristocratico di un ampio poema eroico insieme ad altri spunti favolistici o storico-leggendari cui la narrazione in versi riserva solo vaghe allusioni. Così facendo, Tolkien ha conferito una patina di autenticità al suo testo (che pure si configura come una forgerie), ponendosi nel solco del vecchio cantore descritto nel Beowulf come «gidda gemyndig, /se ðe eallfela ealdgesegena /… gemunde, word oþer fand / soðe gebunden (memore di canti, il quale innumerevoli leggende … ricordava, altre parole trovava legate tra loro in maniera veritiera)» (868b-871). E anche di Tolkien si potrebbe dire che abbia creato un testo “correttamente, con (plausibile) verità”, ovvero «soð æfter rihte» (Beowulf 1049b; «properly unfold» lo traduce Tolkien, in B&SS, p. 349)28, come ogni esperto cantore dovrebbe saper fare.

Parlando di fonti alle quali Tolkien ha attinto (in maniera diretta, o nel ricordo)29, occorre subito precisare che Beowulf resta, pur se in versi, la sua principale risorsa; ciò è l’ovvia conseguenza del fatto che il poema, oltre a contenere la Storia di Beowulf, è l’unico testo a noi pervenuto in cui l’elemento del fantastico trova spazio nel contesto di una narrazione di tipo historial-legendary30. L’influsso non riguarda soltanto, come è ovvio, la trama, ma si spinge fino alla ripresa quasi letterale di alcuni versi, un’operazione che, in parallelo, coinvolge anche la versione in inglese moderno.

Un esempio di questo tipo è rappresentato dal prestito congiunto – ovvero, operato da entrambe le redazioni di Sellic Spell – di una breve descrizione di tipo paesaggistico; si tratta di un caso significativo, poiché ci fa vedere come entrambe le versioni abbiano rielaborato in autonomia i versi in questione (Beowulf 221b-222)31. Nel narrare l’avvistamento della terra da parte di Beewolf/Beowulf e Handshoe/Hondscoh in viaggio per mare verso il regno dove si trova la Dimora dorata, Tolkien si è senza dubbio ispirato al passo corrispondente del carme che vede protagonisti Beowulf e i suoi quattordici compagni: il risultato sono due descrizioni evidentemente molto simili, ma con alcune differenze nel fraseggio, a partire dalla conservazione, in SS2, di un vocabolo (il verbo blican “brillare”) desunto dal modello beowulfiano, che non figura, invece, nella formulazione del passo in SS1. Inoltre, SS1 scinde i due elementi del composto poetico brim-clifu (spuma + scogliere), restituendo la schiuma al suo elemento, il mare («the foaming sea» B&SS, p. 363), mentre in SS2 questo dettaglio poetico viene eliminato; inoltre, SS1 recepisce le ripide montagne (beorgas steape), che nell’originale costituiscono una elegante variazione rispetto a “scogliere” (clifu), come un diverso e distinto elemento del paesaggio (videro «the cliffs … and tall mountains» (ibidem; la sottolineatura è mia).

Nei casi in cui una locuzione, o una parola, di uso non comune presenti in SS2 sono attestati non solo nel Beowulf, ma anche altrove, può rimanere un margine di dubbio sulla fonte (anche intesa in senso lato) utilizzata da Tolkien; invece, c’è un nutrito gruppo di paralleli con passi del poema che non trova raffronto altrove, in qualche caso anche con identità di contesto32, quale risulta dall’elenco parziale qui di seguito proposto secondo l’ordine di comparsa in SS2. In apertura viene citato il passo del Beowulf, seguito dalla occorrenza (o dalle occorrenze) in SS2 (secondo la divisione in paragrafi e il numero dei righi del testo riportato in Appendice); il dettato di SS2 è specificato solo se differente rispetto alla formulazione del Beowulf:

– hyne … godne ne tealdon “non lo tenevano in considerazione” (Beo 2184): SS2 §3.1 hine … wyrðne ne tealdon

– næs ða lang to ðon (þæt) “non passò molto (che)” (Beo 2591b e 2845b): SS2 §3.4-533

– niceras/nicor “mostri marini” (Beo 422a e 575a): SS2 §§9.4, 7, 8 e 26.2

– þe æt sunde oferflat “ti superò nella gara di nuoto” (Beo 517b): SS2 §9.4 æt þam sunde oferflite “(lo) aveva superato nella gara di nuoto”

– sweðrode “si era indebolito”; (Beo 901b): SS2 §10.134

– on fagne floor “sul pavimento lucente” (Beo 725a): SS2 §11.3 se fage flor “il pavimento lucente”

– mandream “gioie conviviali” (Beo 1264b): SS2 §11.4

– hleahtor “risa” (Beo 3020b): SS2 §11.535

– idel stod husa selest “la più splendida delle case rimase deserta” (Beo 145b): SS2 §11.5 stod þæt hus idel “la casa rimase deserta”

– ðone siðfæt him … lythwon logon “dal viaggio non cercarono di dissuaderlo più di tanto” (Beo 202-203a): SS2 §13.1 lyt logon hie him … þone siþ “non cercarono più di tanto di dissuaderlo dal viaggio”36

– Beowulf is min nama “mi chiamo Beowulf” (Beo 343b): SS2 §19.1 e 26.1

– ne gemet mannes “non (è) a misura d’uomo” (Beo 2533a): mid gemetmanna ænig “nessun uomo, in nessuna misura” (Beo 779): SS2 §§19.3 e 20.2 mannes gemet “confacente ad un uomo (valoroso)”; oþerra manna gemet “(più alto) rispetto agli altri uomini”

– huru … deah “davvero … è capace” (Beo 369b): SS2 §20.1 huru … dohte “davvero … saresti capace?”37

gang ða æfter flore “percorse l’impiantito” (Beo 1316a): SS2 §23.2 gán …æfter flore “percorrere l’impiantito”

– ælwihta eard “terra di creature estranee” (Beo 1500a): SS2 §24.2 elwihta sum “una delle creature estranee”38

– flettsittende “gli occupanti della sala” Beo 2022 e1787 (flettsittendum): SS2 §27.3 flettsittendum39

– ymb sund flite “gareggiò in mare” Beo 507: SS2 §29.3 sundgeflit “gara in mare”40

he … beot … wið þe … gelæste “mantenne il suo impegno con te” Beo 523-524: SS2 §29.3-4.

Anche nella resa degli episodi desunti dal Beowulf, Tolkien si prende qualche libertà, in risposta a una personale visione della scena che sta narrando; come nel caso della descrizione dei mostri marini, i nicoras, che Beowulf riesce a uccidere, uno dopo l’altro. Nel poema, si dice che il mattino seguente i loro cadaveri giacevano (uppe lægon, 566b) a riva (be yðlafe, propriamente una kenning che vale “presso ciò che resta delle onde”, 566a). In SS1, Tolkien movimenta la scena, introducendovi alcuni spettatori che al mattino osservano stupiti i molti cadaveri dei ‘nixes’ che galleggiano sul filo dell’acqua e che la corrente ha sospinto a riva (B&SS, p. 362); in SS2, invece, Tolkien condensa la scena utilizzando un solo verbo (lagon up “giacevano in alto, i.e., fluttuavano”, modellato su quello usato nel poema), aggiunge poi un tocco descrittivo attracoverso l’aggettivo wealwiende “beccheggianti (per via delle onde)”, sempre riferito ai cadaveri (ivi., p. 409), infine, dà solennità alla scena introducendo ben due nessi allitterativi (segnalati in grassetto): nigon niceras (“nove mostri marini”)41 e wealwiende be þam wætere (“beccheggianti presso l’acqua, i.e., sulla battigia”). Sotto il profilo linguistico, c’è da notare che al ‘prestito’ dal Beowulf (lagon up) si affianca un participio presente in funzione aggettivale (wealwiende) che, in associazione con l’acqua, si rinviene soltanto in un passo della versione inglese antica della Cura Pastoralis di Gregorio Magno, dove l’uomo che ricade nel peccato è paragonato, con immagine petrina, alla scrofa che immancabilmente torna a rotolarsi nel fango42.

Non sempre, tuttavia, un’affinità formale con il Beowulf è indizio di ‘prestito’; nel caso del passo (seo sunne) to setle eode “(il sole) tramontò” (SS2 §11.6), la somiglianza con la locuzione eode þa to setle (Beowulf 1232a) è del tutto casuale: nel carme, infatti, il sintagma vale “raggiunse poi il seggio” (ovvero, “si andò a sedere”) e non, come in SS2, “tramontò (detto del sole)”. Una corrispondenza esatta con SS2, anche per ciò che concerne il senso, invece, si rinviene all’interno di alcune parafrasi scritturali, che impiegano la corrispondente locuzione temporale: sunne to setle eode43.

In qualche isolata occorrenza, di estremo interesse, è possibile far risalire le parole utilizzate in SS2 a una fonte specifica diversa dal Beowulf, poiché in quella figurano come hapax. Così, un’ascendenza diretta dal poemetto The Whale 57a risulta evidente per l’aggettivo sundhwæt “abile nel nuoto” (SS2 §5.1) che nel racconto viene riferito al borioso e troppo sicuro di sé Breca; dietro la scelta di questo particolare termine può celarsi un intento ironico, in quanto nell’unico altro passo che lo attesta esso descrive il nuoto veloce, ma avventato, dei pesci di varie specie che inconsapevoli si dirigono verso la bocca spalancata della balena, attratti dall’odore che da essa emana.

Se non vi possono essere dubbi sul fatto che Tolkien conoscesse (e ricordasse) il poemetto allegorico sulla balena, famoso animale del Bestiario, con più incertezza, invece, si può proporre una derivazione diretta della frase him ne geald þæt fostorcild his fostres lean “il figlio adottivo mal ripagò il debito verso il patrigno” (SS2 §2.1) da un passo del meno noto, e pregevole, Menologium poetico (relativo al 15 di agosto, festa dell’Assunzione) dove la stessa locuzione è impiegata in senso positivo, e l’ingresso di Maria in Cielo viene considerato come la restituzione del debito contratto con lei da Cristo per essere stato nutrito come un vero figlio; tuttavia, qui, e soltanto qui, si trovano accoppiati (per di più nello spazio di un verso, il 152) i termini fostor- “allevato/adottivo; nutrimento” + lean “debito” + (for)golden “ripagato” (v. 152), come si verifica nella frase di Sellic Spell.

Sicura, invece, deve considerarsi la derivazione del composto per “cicatrice”, wundswaþe (§10.4) dalla traduzione anglosassone di un versetto del Salmo 37 (il n. 6: Conputruerunt et deteriorauerunt cycatrices meae), unico contesto nel quale la parola compare, al plurale (wundswaðu).

Anche una inusuale coppia di parole che pure, singolarmente, vantano attestazioni multiple, può essere indizio di una ripresa diretta, come è il caso del binomio verbale cnysedon and hrysedon “(le onde) travolsero e sbatterono di qua e di là (Breca)”, in SS2 §9.2, che ricalca l’analoga raffigurazione di una tempesta nel Wanderer 101b-102a: stormas cnyssað, hrið hreosende “le tempeste travolgono (i pendii scoscesi), cade una tormenta di neve”44.

Ancora più sottile è il collegamento che si può proporre per la formulazione di SS2 þám þe þé æt him ahredde “a chi ti liberi da lui (i.e., da Grendel)”, inserita all’interno del discorso di Beowulf al re nella Sala dorata, quando gli propone di aiutarlo in cambio di una lauta ricompensa. Il verbo qui impiegato, ahredan æt “liberare da”, può infatti ritenersi caratteristico (dato l’alto numero di occorrenze, circa una decina) del dettato dei primi 50 Salmi in prosa inglese antica, dove l’orante si trova spesso a invocare l’aiuto di Dio affinché lo liberi dalle tribolazioni. In particolare, si nota anche qui, come in SS2, la scelta esclusiva e caratterizzante della preposizione æt (preferita a from) in congiunzione con il verbo ahred(d)an.

Allo stesso modo, il particolare specificato nella descrizione delle panche all’interno della Sala dorata, che esse sono splendidamente intarsiate (wrætlice agræfene, SS2 §11.3) richiama alla memoria le immagini degli angeli wrætlice … agræfene di Andreas 712, cui il Signore dà vita affinché scendano dalla parete e gli rendano testimonianza. Anche un sintagma in apparenza comune, quale tobræddon segl “spiegarono le vele” (SS2 §17.2) può inaspettatamente rivelarsi una filiazione diretta, una volta appurato che esso ricorre nel corpus una volta soltanto, nell’Old English Boethius (7.16.28).

Infine, la generica indicazione geografica in apertura del racconto, relativa al paese in cui viveva il re be norþdælum middangeardes “nella parte settentrionale del mondo” –, acquista una ulteriore valenza se in essa si coglie il probabile rimando all’identica espressione usata nella versione inglese antica della Historia ecclesiastica di Beda (0.26.20) per indicare l’Inghilterra (ovvero, la Brittania oceani insula).

Notevole, in SS2, è la varietà di raccordi attraverso i quali l’azione procede, come è tipico della fiaba, in un tempo indistinto e sospeso: “accadde poi (dopo un poco)”, “non passò molto che”; “poi, un giorno”, “poi venne il momento che”: hit ær gelamp/þá gelamp hit (æfter firste) §§1.2 e 3.3; næs þá lang to þon þæt §3.4-5; þá … æt sume cierre §5.2; hit gesǽlde … þæt §11.1; æt sumum sǽle §11.1-2; þæs ymb lýtel fæc § 23.; þá þá sǽl gewearþ þæt §27.3.

Anche in questo caso, Tolkien utilizza svariati modelli, che sono in parte rintracciabili:

a) la locuzione hit geǽslde þæt “accadde che…” è sfruttata solo nella traduzione dei Metra di Boezio (9.23 e 26.4);

b) næs þá lang to þon þæt figura come hapax nel Beowulf;

c) hit gelamp/þa gelamp, come pure æt sumum sæle, sono di uso assai frequente e marcato nella prosa ælfriciana, seppure senza l’avverbio ær “prima” e senza l’ampliamento æfter firste presenti in SS2;

d) æt sume cierre (con il pronome indefinito al singolare) appare unicamente nella Cura Pastoralis (18.131.11) e nella versione inglese antica della Regula di San Benedetto (73.132.14); ma è più probabile che Tolkien conservasse il ricordo del famoso annale 897 della Cronaca anglosassone dove si narra di quando, in un dato momento (æt sumum cyrre) di quell’anno, giunsero sull’Isola di Wight sei navi con a bordo vichinghi danesi, i quali inflissero enormi danni lungo la costa (be þam særiman); quest’ultima specificazione permette di istituire un collegamento diretto con SS2 §5.2, dove be þam særiman ugualmente compare a breve distanza da æt sume cierre;

e) ymb lytel fæc non ha occorrenze distintive, ma è comunque utilizzata in pochi, circoscritti contesti: nella Cura Pastoralis, 39.281.22; nei Dialoghi di Gregorio Magno, 28.159.17; 30.236.28; 33.244.445, e in due versi di Elene (272a e 383a);

f) þa seo sæl gewearð þæt “quando giunse il momento di” trova un suo esatto parallelo solo nel poema Genesis A 1186b-1187a.

Un accenno a parte merita il fatto che Tolkien padroneggi l’inglese antico con tale perizia da plasmare addirittura alcune parole sul modello di altre preesistenti, creando così delle forme plausibili, pur se non documentate. Ad esempio, volendo narrare che Breca, durante la gara di nuoto, non riuscì mai a superare Beowulf, egli ricorre al sintagma verbale *foran forswimman “superare qualcuno nuotando” (non attestato nel corpus dell’inglese antico), creato sulla falsariga dell’analogo foran forridan “raggiungere a cavallo” che compare solo ed esclusivamente nella Cronaca anglosassone (s.a. 893)46.

In un altro caso, egli ricava un verbo (che poi coniuga al pret. sg.: wræstlode, “lottò”, §§9.8 e 10.5) da una forma di participio sostantivato wræstliend “lottatore”, un hapax presente nell Cleopatra Glossary (n. 3534: Luctatorum wræstliendra), proposto dunque come forma verbale di tipo frequentativo (anche se non attestata) derivata dal verbo wrestan “torcere”, di uso comune nelle fonti antiche.

Vi sono poi due neo-formazioni che costituiscono una sorta di ‘retrodatazione’ rispetto a forme dell’inglese moderno, ovvero la locuzione avverbiale feor behindan (= ingl. far behind) in SS2 §29.3 e il verbo (al pret. sg.) stop onbæc (= ingl. stepped back), in SS2 §20.1. Per entrambe, si può a ragione ritenere probabile, con Tolkien, che esse non si siano conservate per un puro accidente, dal momento che sono testimoniate locuzioni parallele, quali feor beforan (nella Cura Pastoralis 42.305.18) e gangan onbæc “retrocedere”, impiegata per rendere l’evangelico Vade retro, Satana!47

Da ultimo, ancora più originale è la forma di preterito plurale ‘asteriscata’ up dufon “risalirono verso la superficie” (SS2 §9.5), riferita al movimento dei mostri marini disturbati dalla tempesta; in questo caso, non si tratta della retro-traduzione di una locuzione moderna, ma di una creazione ex-novo, che prende come base il verbo dufan/dyfan “tuffarsi, immergersi; affondare” (= ingl. to dive), per poi attribuirgli il significato opposto di “muoversi dal basso verso l’alto; risalire”, grazie all’aggiunta dell’avverbio up “su, in alto”.

Dopo avere descritto, attraverso una dettagliata esemplificazione, i possibili modelli cui Tolkien ha fatto ricorso durante la composizione della versione inglese antica di Sellic Spell, è ora possibile esprimere un giudizio motivato sulla qualità dell’operazione linguistica, solo apparentemente azzardata, da lui intrapresa.

Il dettato semplice e il periodare piano della fiaba, adottati come base della narrazione, sono stati impreziositi dal filologo attraverso il paziente inserimento di frammenti desunti dal Beowulf – che rimane, come è ovvio, la sua fonte principale – e da altre opere poetiche e in prosa, anche ricorrendo a lievi forzature nel caso in cui il ‘word hoard’ dell’inglese antico giunto fino a noi non offrisse un equivalente adeguato per ciò che egli intendeva esprimere.

Anche nel racconto artificiosamente redatto in una lingua non più viva, e rispettando lo stile che una fiaba deve avere, Tolkien non rinuncia a ricercare alcuni effetti narrativi, a conferire personalità al proprio racconto, adottando un registro dialogico vario, inserendo dettagli immaginifici (ad esempio, l’improvvisa comparsa in scena degli orsi bianchi dal sangue bollente, cui viene paragonato Beewulf) e intervenendo in scena con alcuni commenti salaci, a dispetto delle convenzioni del genere favolistico.

Sellic Spell risulta, dunque, godibile in entrambe le versioni, e per tale motivo ci è sembrato opportuno offrire una traduzione, che ancora mancava, del testo anglosassone, contravvenendo alla indicazione fornita dal suo editore, Christopher Tolkien, secondo il quale una eventuale traduzione sarebbe risultata fuorviante, «unless one translated it [Sellic Spell] in a painfully literal fashion» (B&SS, p. 407).

Michael Fox ha descritto il Sellic Spell in lingua moderna come un «rich work, standing somewhere between fiction and scholarship, even if closer to the former» (FOX 2020, p. 195). È un giudizio che potremmo applicare anche alla stesura in inglese antico, ma invertendo i fattori: in questa veste, la fiaba risulta affascinante soprattutto per la mimesi linguistica che Tolkien è riuscito a realizzare, per la competenza del professore più che per la fantasia del narratore. Non stupisce, quindi, che Michael Drout, dopo avere definito la versione inglese antica di Sellic Spell di piacevolissima lettura, vuoi per la prosa tersa vuoi per la godibilità della storia, consigli ai docenti universitari di utilizzare il testo alla stregua di un autentico scritto dell’epoca anglosassone «both to whet student interest for and to begin teaching Anglo-Saxon»48.

Bibliografia

Opere di Tolkien citate:

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 LR: The Lost Road and Other Writings: Language and Legend before “The Lord of the Rings”,

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WEINER PETER; MARSHALL JEREMY; WEINER EDMUND, The Ring of Words: Tolkien

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APPENDICE49

J.R.R. Tolkien, Sellic Spell: Una fiaba

 

Viveva un tempo, nelle terre del Nord, un re che aveva un’unica figlia. In casa con loro abitava anche un ragazzo, che era diverso dagli altri. Era capitato, infatti, che i cacciatori del re si imbattessero sui monti in un grande orso; lo avevano seguito fino al suo covo e lì lo avevano ucciso. Dentro la tana trovarono un bambino, e si meravigliarono grandemente poiché dimostrava sette anni, era robusto e sano, ma non sapeva parlare e grugniva come un animale selvatico, essendo stato allevato dagli orsi. Presero allora con sé il piccolo, ma non riuscendo a farsi dire da dove venisse né chi fosse suo padre lo condussero dal re, il quale decise di tenerlo e ordinò di provvedere al suo sostentamento e di educarlo negli usi degli uomini.

Ma il trovatello mal ripagò il patrigno per quanto ricevuto: crescendo, divenne indocile, pigro e fannullone. Imparò tardi il linguaggio degli uomini; qualunque lavoro gli era sgradito e, se poteva, si rifiutava di usare gli utensili o di maneggiare le armi. Gli piaceva molto il miele, e spesso lo andava a cercare nei boschi; più di frequente, però, depredava le arnie degli apicultori. Per questo lo chiamavano Beowulf (non avendo lui un nome), e da quel momento così si chiamò.

Non era tenuto in grande considerazione: anzi, lo giudicavano un buono a nulla, e non vollero assegnargli un posto nella sala del re; se ne stava, dunque, sempre in un angolo, il più delle volte accucciato sul pavimento, e parlava poco con gli altri. Trascorse un po’ di tempo, e il ragazzo cominciò a crescere in maniera prodigiosa; e più diventava alto, più aumentava il suo vigore, al punto che non solo gli altri ragazzi, ma anche gli adulti lo temevano. Non passò molto che arrivò ad avere nelle mani la forza di cinque uomini; e non smise di irrobustirsi fino a quando la stretta delle sue braccia eguagliò la presa di un orso. Non portava armi, ma se si fosse adirato avrebbe potuto stritolare un uomo serrandolo tra le braccia. Per questo, la gente preferiva stargli lontano.

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1. On ǽrdagum wæs wuniende be norþdǽlum middangeardes sum cyning, þe ángan dohtor hæfde. On his húse wæs éac án cniht óþrum ungelíc. For þam þe hit ǽr gelamp þæt þæs cyninges huntan micelne beran gemétton on þam beorgum, ond hie spyredon æfter him to his denne, and hine þǽr ofslógon. On þam denne fundon hie hysecild. Þúhte him micel wundor, for þam þe þæt cild wæs seofonwintre, and gréat, and æghwæs gesund, bútan hit nán word ne cúþe, ac grunode swá swá wildéor; for þam þe beran hit aféddon. Hie genómon þæt cild; ac náhwǽr ne mihton hie geáxian hwanon hit cóme, ne hwelces fæderes sunu hit wǽre. Þá gelǽddon hie þæt cild to þam cyninge. Se cyning onféng his, and hét afédan hit on his hírede and manna þéawas lǽran.

2. Him ne geald, swáþéah, þæt fóstorcild his fóstres léan: ac gewéox and ungehýrsum cniht gewearþ, and wæs sláw and asolcen. Late leornode he manna geþéode. Láþ wæs him ǽlc geweorc, ne nolde he ná his willes gelómena brúcan ne wǽpnum wealdan. Hunig wæs him swíþe léof, and he sóhte hit oft be wudum; oftor þéah réafode he béocera hýfe. For þam hét man hine Béowulf (and he ǽr nǽnne naman hæfde), and á siþþan hátte he swá.

3. Hine menn micles wyrðne ne tealdon: léton hine for héanne, ne ne rýmdon him nǽnne setl on þæs cyninges healle; ac he wunode on hyrne. Þær sæt he oft on þam flette. Lýt spræc he mid mannum. Þá gelamp hit æfter firste þæt se cniht weaxan ongann wundrum hrædlíce, and swá swá he híerra wéox, swá wearþ he á strengra, oþ þæt óþre cnihtas and éac weras hine ondrǽddon. Næs þá lang to þon þæt he fíf manna mægen hæfde on his handum. Þá wéox he giet má, oþþæt his earma gripe wearþ swá swá beran clypping. Nǽnig wǽpn ne bær he, and gif he abolgen wearþ, þá mihte he man in his fæþme tocwýsan. Swá forléton menn hine ána.

Estate o inverno, Beowulf si recava spesso a nuotare in mare; aveva sempre caldo, come un orso bianco, e infatti aveva lo stesso sangue degli orsi: per questo, non temeva affatto il freddo.

C’era a quel tempo un uomo, assai abile nuotatore, di nome Breca, della stirpe dei Brandinghi. Un giorno, gli capitò di incontrare sulla spiaggia il giovane Beowulf, che era da poco ritornato a riva dopo una nuotata.

Gli disse allora: “Sarei lieto di insegnarti a nuotare, ma temo che tu non abbia il coraggio di avventurarti in mare aperto”.

Se vogliamo misurarci in una gara di nuoto” replicò Beowulf, “vedrai che non sarò di certo io il primo a rientrare”. Detto questo, si rituffò tra le onde. “E ora vienimi appresso, se ne sei capace”, gli gridò.

Nuotarono per cinque giorni, senza che Breca riuscisse a sopravanzare Beowulf, il quale da lontano gli girava intorno, senza mai perderlo di vista. “Mi preoccupa che tu possa stancarti e annegare”, lo provocò a un certo punto Beowulf, suscitando la sua collera.

Si alzò poi d’improvviso un vento impetuoso, con folate di tale violenza da sollevare le onde al cielo a guisa di montagne; da queste Breca fu travolto e sbattuto in ogni direzione, trascinato via e infine trasportato in una terra lontana. Da lì fece poi ritorno nel suo paese, dopo un lungo viaggio: riferì di avere distanziato di parecchio Beowulf e di averlo sonoramente battuto nella gara di nuoto. La verità è che la tempesta aveva disturbato i mostri marini facendoli risalire in superficie dai fondali; quando essi videro Beowulf, si infuriarono scambiandolo per Breca e ritenendolo responsabile di avere suscitato quella tempesta per spaventare l’avversario. Uno di loro, quindi, ghermì il ragazzo con l’intenzione di portarlo con sé verso il fondo: già pregustavano, i mostri marini, il banchetto che la sera avrebbero organizzato sott’acqua. Invece Beowulf lottò contro quella bestia e la uccise, e la stessa fine fecero, a turno, anche le altre. Quando giunse il mattino, nei pressi della riva galleggiavano i cadaveri di nove bestie.

Quindi il vento si quietò e sorse il sole. Beowulf scorse molte ampie scogliere protese sul mare, e grandi onde lo condussero a riva in una terra sconosciuta del lontano Nord, abitata dai Finni. Da lì fece poi ritorno a casa. Alcuni gli domandarono: “Dove te n’eri andato?”, e lui rispose: “A nuotare da qualche parte”. Ma a quelli non sfuggì che aveva un aspetto terribile, e che sul corpo portava i segni di profonde ferite, come se avesse lottato contro bestie feroci.

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4. Se Béowulf gewunode þæt he swamm oft on þǽre sǽ, sumera ond wintra. Swá hát wæs he swá se hwíta bera, and his blód hæfde beran hǽto: þý ne ondrǽdde he nǽnne ciele.

5. Þá wæs on þǽre tíde sum swíþe sundhwæt cempa, Breca hátte, Brandinga cynnes. Se Breca gemétte þone cniht Béowulf be þam strande, þá he æt sume cierre cóm fram sunde be þam sǽriman.

6. Þá cwæþ Breca: ‘Ic wolde georn lǽran þé sundplegan. Ac húru þú ne dearst swimman út on gársecg!’

7. Þá andswarode Béowulf: ‘Gif wit bégen onginnaþ on geflit swimman, ne béo ic se þe ǽrest hám wende!’ Þá déaf he eft on þa wægas. ‘Folga me núþa be þínre mihte!’ cwæþ he.

8. Þá swummon hie fíf dagas, and Breca ná ne mihte Béowulf foran forswimman; ac Béowulf wæs swimmende ymb Brecan útan, ne nolde hine forlǽtan. ‘Ic ondrǽde me þearle þæt þú méþige and adrince,’ cwæþ he. Þá wearþ Breca ierre on móde.

9. Þá árás fǽringa micel wind, and se blæst bléow swá wódlíce þæt wǽgas to heofone astigon swá swá beorgas, and hie cnysedon and hrysedon Brecan, and adrifon hine feorr onweg and feredon hine to fyrlenum lande. Þanon cóm he siþþan eft on langum síþe to his ágnum earde: sægde þæt he Béowulf léte feor behindan, and hine æt þam sunde ealles oferflite. Húru se storm onhrérde þa niceras, and hie þá úp dufon of sǽgrunde, and hie gesáwon Béowuýf. Swíþe hátheorte wurdon hie, for þam þe hie wéndon þæt he Breca wǽre and þone storm him on andan aweahte. Þá geféng hira án þone cniht: wolde hine niþer téon tó grunde. Swíþe wéndon þa niceras þæt hie wolden þá niht under sǽ wista néotan. Hwæþre seþéah Béowulf wrǽstlode wiþ þone nicor and ofslóh hine, and swá eft óþre. Siþþan morgen cóm, þa lágon úp nigon niceras wealwiende be þæm wætere.

10. Þá sweþrode se wind, and astág séo sunne. Béowulf geséah manige síde næssas licgan út on þa sǽ, and micle ýþa oþbǽron hine and awurpon hine up on elþéod, feorr be norþan, þær Finnas eardodon. Síþ cóm he eft hám. Hine þá sume frugnon: ‘Hwider éodestu?’ ‘On sunde náthwǽr,’ cwæþ he. Þúhte him swáþéah his ansýn grimlic, and hie gesáwon on him wundswaþe swá he wiþ wildéor wrǽstlode.

Accadde una volta, quando Beowulf aveva ormai l’aspetto di un uomo fatto, che gli capitasse di sentire uomini conversare nella sala: uno di loro stava raccontando che il re di una terra straniera si era fatto costruire una grandiosa dimora. Si trattava di un’alta sala, con il tetto ricoperto d’oro; al suo interno, tutte le panche erano finemente intarsiate e indorate; il pavimento era lucente e alle pareti erano appesi drappi intessuti d’oro. Un tempo, lì dentro si tenevano sontuosi banchetti tra il generale divertimento, giochi e risate. Ora invece la casa, quando il sole tramontava, restava sempre vuota. Nessuno osava dormirci, poiché c’era una specie di orco che compiva continue incursioni nella sala: catturava chiunque gli capitasse a tiro, e poi lo divorava sul posto, oppure se lo portava nella sua tana. Per tutta la notte quel gigante razziava la Dimora dorata, senza che nessuno dei guerrieri del re riuscisse a opporsi a lui.

Allora Beowulf si alzò subito in piedi e disse: “In quel paese hanno bisogno di un uomo, perciò mi recherò oltremare, a far visita al suo sovrano”.

Molti giudicarono sconsiderate tali parole; tuttavia, non cercarono più di tanto di dissuaderlo dal mettersi in viaggio, ritenendo che ci fossero molti altri più degni di lui da rimpiangere se l’orco li avesse divorati.

Beowulf partì dunque da solo, ma lungo la strada incontrò un uomo che gli chiese chi fosse e dove fosse diretto.

Mi chiamo Beowulf,” gli rispose “e sono in viaggio alla ricerca del re della Dimora dorata”.

Vorrei venire con te,” gli propose l’uomo. “Il mio nome è Handscoh” – aveva quel nome perché di solito proteggeva le sue mani con grossi guanti di cuoio: se li indossava, era in grado di spostare pesanti macigni e frantumare grosse pietre; quando invece non li portava, non riusciva a farlo, come chiunque altro.

Insieme, dunque, Beowulf e Hondscoh ripresero il cammino, finché giunsero presso il mare. Lì si procurarono una imbarcazione, sciolsero le vele, e il vento del Nord li sospinse lontano. Dopo molto tempo, videro davanti a sé una terra sconosciuta, alte scogliere splendenti che sovrastavano il litorale, e finalmente poterono approdare.

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11. Hit gesǽlde, siþþan Béowulf mannes wæstm oþþe wel máran begeat, þæt he æt sumum sǽle hýrde menn gieddian on healle. Þá cwiddode án þæt sum útlandes cyning him micel hús atimbrode. Héah wæs séo heall, and hire hróf gylden; ealle bence þǽr inne wrǽtlíce agræfene wǽron and ofergylde; scán se fáge flór, and gylden rift hangodon be þam wágum. Þær wæs ǽr manig wuldorlic symbel, micel mandréam, gamen and hleahtor wera. Nú þéah stód þæt hús ídel, siþþan séo sunne to setle éode. Nǽnig dorste þǽr inne slǽpan, for þam þe þyrsa nátwilc seomode on þáre healle: ealle þe he besierwan mihte oþþe frǽt he oþþe út aferede to his denne. Ealle niht rixode se éoten on þǽre gyldenan healle þæs cyninges, ne nán mann mihte him wiþstandan.

12. Þá semninga gestód Béowulf úp. ‘Him is mannes þearf þǽr on lande,’ cwæþ he. ‘Þone cyning wille ic ofer sǽ sécan.’

13. Þás word þuhton manigum dysig. Lýt lógon hie him swáþéah þone síþ; for þam þe hie tealdon þæt se þyrs óþre manige nytwyrþran etan mihte.

14. Béowulf fór ánliepe fram hám: ac on færendum wege gemétte he sumne mann þe hine áxode hú he hátte and hwider he fóre.

15. Þá andswarode he: ‘Ic hátte Béowulf, and ic séce Gyldenhealle cyning.’

16. Þá cwæþ se mann: ‘Nú wille ic þé féran mid. Handscóh is mín nama’ – and he hátte swá, for þam þe hé his handa mid miclum hýdigum glófum werede, and þá hé glófa on hæfde, þá mihte hé gréat clúd onweg ascúfan and micle stánas tó-slítan; ac þá hé híe næfde, ne mihte ná má þonne óþre menn.

17. Fóron þá forþ samod Handscóh and Béowulf þæt híe to þǽre sǽ cómon. Þǽr begéaton híe scip, and tobrǽddon segl, and se norþwind bær híe feorr onweg. Gesáwon hie æfter fierste land licgan him beforan: héah clifu blicon bufan sande. Þǽr æt síþmestan dydon híe hira scip úp on strand.

Appena sbarcati a riva, li raggiunse un guerriero, il quale non diede loro il benvenuto, ma restò a fissarli con sguardo torvo, brandendo minacciosamente una lancia. Poi, con fare niente affatto amichevole, domandò come si chiamassero e il motivo della loro venuta.

Beowulf allora si parò di fronte a lui e gli rispose, ardito: “Il mio nome è Beowul, e quello del mio compagno è Handscoh. La nostra meta è la terra su cui regna il signore della Dimora dorata. Vorrei compiere un’impresa confacente a un uomo di valore, e abbiamo sentito dire che in quel paese potrei trovare quello che fa al caso mio; dalle mie parti, infatti, si è sparsa la voce che un essere ostile di notte visita la sala del re e che nessuno del suo seguito osa rimanere ad affrontarlo. Se quanto si dice è vero, io potrei aiutare il re”.

Ah, davvero potresti?” gli rispose l’altro, facendo un passo indietro e squadrando con attenzione il nuovo venuto (Beowulf appariva assai più alto degli altri uomini e con gli arti eccezionalmente sviluppati); poi proseguì: “In effetti, il vento vi ha sospinto proprio verso il regno di quel re. La casa che cercate si trova non molto lontano da qui”.

Poi scortò Beowulf e il suo compagno lungo la strada da percorrere, finché giunsero a un ampio sentiero da dove si poteva vedere risplendere in lontananza la dimora del re, al centro di una verde vallata: la luce del tetto dorato si spandeva tutt’intorno, fin oltre i confini dell’ampia conca.

La guida allora disse: “Quello laggiù è l’edificio che cercate. Da qui non potete più sbagliare strada. Non credo che ci rincontreremo; e dunque vi auguro di concludere felicemente il vostro viaggio”.

Dopo avere camminato per un poco, Handscoh e Beowulf giunsero davanti alle porte della sala; Beowulf spinse da parte le guardie, avanzò deciso lungo l’impiantito fino al seggio sul quale era seduto il re, e gli rivolse queste parole:

Salute a te, signore della Dimora dorata. Sono giunto da oltremare dopo avere appreso delle tue disgrazie provocate da una creatura estranea. Mi è stato riferito che essa divora gli uomini della tua schiera e che tu hai offerto una lauta ricompensa in oro a chi riuscirà a liberartene”.

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18. Sóna swá hie úp éodon, swá cóm him ongéan wígmanna sum; ne sægde he ná þæt hie wilcuman wæren; lócode grimlíce, and mid spere handum acweahte wódlíce. Hie gefrægn þá cuman unfréondlíce æfter hira namum and hira ǽrende.

19. Þá gestód Béowulf and him andwyrde módiglíce. ‘Béowulf is mín nama,’ cwæþ he, ‘and þes mín geféra hátte Handscóh. Wé sécaþ þæs Gyldenhealle cyninges land. Wolde ic georn geweorc habban þe geþungenes mannes gemet síe. Þǽr on lande scolde man þæt findan, þæs þe we secgan hýrdon; for þam þe séo gesegen on mínum éþle gebrǽded wæs þæt féonda náthwilc þæs cyninges healle nihtes sóhte, ne nǽnig híredman his abídan ne dorste. Gif þas word sóþ wǽren, dohte ic þam cyninge.’

20. ‘Húru þú dohte!’ cwæþ se mann: stóp onbæc, and lócode úp wundriende on þone cuman (and he, Béowulf wæs þá swíþe héah aweaxen, and his limu wǽron grýtran þonne óþerra manna gemet). ‘For sóþe hæfþ éow se wind on þæs cyninges ríce gelǽded. Nis nú feorr heonan þæt hús þe gé tó sécaþ.’

21. Þá wísode he Béowulfe and his geféran forþ ofer land, oþþæt hie brádne weg fundon: þá þǽr gesáwon hie þæs cyninges hús scínan him beforan, on grénre dene: líexte geond þæt déope land se léoma þæs gyldenan hrófes.

22. Þá cwæþ sé wísiend: ‘Þǽr stent séo heall þe gé tó fundiaþ. Ne magon gé nú þæs weges missan! Háte ic éow wél faran: swá ne wéne ic ná þæs þe ic þéow siþþan ǽfre eft geséon móte!’

23. Þæs ymb lýtel fæc cómon hie, Handscóh and Béowulf, tó þǽre healle durum. Þǽr ascéaf Béowulf þá duruweardas: cóm þá inn gán módig æfter flóre, þæt hé fore þam cynesetle gestód and þone cyning grétte.

24. ‘Wes þú, hláford, hál on þínre Gyldenhealle!’ cwæþ hé. ‘Ic eom nú hér cumen líþan ofer sǽ. Hýrde ic þæt þé elwihta sum gedrecce. Man mé sægde þæt hé þínne folgaþ ǽte and þæt þú mid fela goldes þám léanian wolde þám þe þé æt him ahredde.’

Ahimè, ciò che hai udito è vero,” gli rispose il re. “Un orco di nome Grendel oramai da molti anni perseguita la mia gente. All’uomo che sarà in grado di ucciderlo ben volentieri darò una munifica ricompensa. Ma tu chi sei? E a quale scopo sei venuto da me?”

Mi chiamo Beowulf,” gli rispose. “Ho nelle mani la forza di trenta uomini; il motivo per cui sono qui è il desiderio di vedere con i miei occhi quest’orco. In passato ho già compiuto imprese di tal genere, e ho anche ucciso mostri marini. Dal momento che in questo paese non c’è nessuno che osi affrontarlo, rimarrò qui io stanotte a scambiare due parole a modo mio con Grendel, e mi basterà il sostegno dielle mie due braccia. Se poi invece mi dovessero tradire, ti sarai comunque liberato di un peso: non dovrai provvedere al mio sostentamento né seppellire il mio corpo, se quanto si racconta non è una menzogna”.

All’udire ciò il re si rallegrò molto e cominciò a nutrire qualche speranza che la fine dei suoi guai potesse essere prossima. Quindi, invitò Beowulf a prendere parte al banchetto e diede disposizioni affinché gli venisse assegnato un posto tra gli uomini del suo seguito. Quando giunse il momento di versare da bere ai convitati, la regina in persona si avvicinò a Beowulf, porgendogli la coppa colma di idromele e dandogli il benvenuto: “Assai lieto è il mio cuore,” gli disse “poiché finalmente rivedo un uomo in questa sala”.

Ai seguaci del re queste parole non piacquero, ma soprattutto a Unfriþ risultarono sgradite; egli, infatti, si reputava un uomo di grande valore, in quanto godeva del favore del sovrano. Invero, aveva una mente oltremodo sagace, e per questo i suoi consigli erano tenuti in gran conto dal suo signore; altri però lo accusavano di praticare le arti magiche e di essere esperto di incantesimi: pareva loro, infatti, che i suoi consigli portassero più spesso inimicizie che pace.

Proprio lui si avvicinò a Beowulf e gli disse: “Ho sentito bene che il tuo nome è Beowulf? Un nome davvero insolito, direi, che pochi hanno. Quindi dovresti essere proprio tu quel Beowulf che Breca ha sfidato in una gara di nuoto e che poi ti ha distaccato di un bel pezzo, prima di tornarsene a nuoto nella sua terra: in questo modo, ha vinto la sfida contro di te. Perciò sono convinto che contro Grendel conquisterai ancor meno fama di quanta tu ne abbia ricavata gareggiando con Breca, a meno che questa volta tu non ti impegni maggiormente”.

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25. Þá andswarode se cyning: ‘Wálá! Sóþ is þætte þú gehíerdest. Án þyrs se þe Grendel hátte nú fela géara hergaþ mín folc. Swá hwelcum menn swá hine fordyde, wolde ic þá dǽd mǽrlíce léanian. Ac hwá eart þú? Oþþe hewelc ǽrende hæfstu tó mé?’

26. ‘Béowulf is mín nama,’ cwæþ he. ‘Hæbbe ic on mínum handum þrítigra manna mægen. Þæt is mín ǽrende þæt ic on þisne þyrs lócige. Wæs ic ǽr ymb óþre swylce abisgod. Niceras éac ofslóh ic. Þý nǽnig hér on lande is þe him wiþstandan durre, þý wille ic hér toniht his abídan, maþelian mid þissum Grendle swá mé wél þynce. Óþerne fultum nelle ic habban búte míne earmas twégen. Gif þás mé swícen, húru þú bist orsorg mín: náþer ne þyrfe þú mé leng feormian, ne mé bebyrigan mid ealle, búte þá spell léogen.’

27. Þá blissode se cyning swíþe þæs þe he þás spræce hierde; ongann wénan þæs þe his gedeorfa bót nú æt síþmestan him gehende wǽre. Swá gebéad he Béowulfe þæt he tó symble éode; hét settan hine onmang his híredmanna. Þá þá sǽl gewearþ þæt man fletsittendum drync agéat, þá cóm self séo cwén tó Béowulfe, scencte him full medwes and him hǽlo abéad. ‘Swíþe gladu eom ic on móde,’ cwæþ héo, ‘þe ic eft tó sóþe mann on þisse healle geséo!’

28. Þás word yfele lícodon þám híredmannum, and hira nánum ofþuhton hie má þonne Unfriþe. Se Unfriþ tealde hine mycles wyrðne, for þám þe he þám cyninge léof wæs. Húru hé wæs swíþe gewittig mann: þý wǽron his rǽdas dýre his hláforde. Óþre sume cwǽdon þéah þæt hé drýcræftig wǽre and galdor cúþe: oftor aweahten his rǽdas unsibbe þonne hie geþwǽrnesse setten.

29. Se ilca mann wende hine nú tó Béowulfe weard, and cwæþ him þus: ‘Hýrde ic nú ǽr on riht þæt þú þé Béowulf nemnede? Seldcúþ nama, féawum gemǽne, þæs ic wéne. Witodlíce þú wǽre hit þe he Breca þé sundgeflit béad, and he þá lét þé feorr behindan, and swamm eft hám tó his ágenum earde: swá gelǽste he his béot wiþ þé. Wén hæbbe ic þæs þe Grendel þé læssan áre dón wille þonne Breca, búte þú micle swíþor duge nú þonne ǽr.’

Suvvia, mio caro Unfriþ!” esclamò Beowulf. “Ecco, la troppa birra bevuta ti ha ottenebrato la mente, sei confuso e racconti le cose in maniera sbagliata. La verità è che sono stato io a vincere la sfida, non di certo il povero Breca, nonostante a quel tempo io fossi ancora solo un ragazzo. E ti posso assicurare che la mia forza da allora è notevolmente aumentata. Suvvia, ti propongo di diventare amici!”

Poi Beowulf fece alzare Unfriþ, lo circondò con le braccia e lo strinse a sé con delicatezza (o così gli parve). Per l’altro, questo fu più che sufficiente e, a partire dal momento in cui Beowulf lo liberò dalla stretta, si dimostrò estremamente amichevole verso di lui, per lo meno in sua presenza.

Subito dopo, il sole cominciò a calare e le ombre si allungarono sulla terra. Il re si levò in piedi, e gli uomini si affrettarono ad abbandonare la sala.

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30. ‘Lá! Léofa Unfriþ!’ cwæþ Béowulf. ‘Hwæt! Þú woffast béore druncen, dollíce gesegest eall on unriht! Eornostlíce wæs ic hit þe mín béot gelǽste, nealles se earma Breca. Þéah wæs ic þá giet cniht án. Sóþlíce is mín wæstm hwéne mára núþa. Ac uton nú gefrýnd weorþan!’

31. Þá nóm he Unfriþ úp, ymbfæþmode hine, and clypte hine leohtlíce (swá him þúhte). Wæs hit þéah þám óþrum genóg, and siþþan Béowulf hine alíesde, þá lét Unfriþ swíþe fréondlíce, þá hwíle þe Béowulf wæs him néah gesett.

32. Hraþe æfter þon ongann seo sunne niþer gewítan, wurdon sceadwa longe ofer eorðan. Þá arás se cyning; men ónetton of þære healle.

1Il testo è stato edito da Christopher Tolkien in Tolkien J.R.R., Beowulf: A Translation and Commentary together with Sellic Spell, HarperCollins Publishers, London 2014 (d’ora innanzi abbreviato come B&SS, e da cui si cita), pp. 360-386; la versione, incompleta, in inglese antico si trova alle pp. 407-414. La traduzione italiana è stata pubblicata da Bompiani nello stesso anno di uscita del volume: Tolkien J.R.R., Beowulf. Traduzione e commento con Racconto meraviglioso, a cura di Christopher Tolkien, Bompiani, Milano 2014.

2«[Sellic Spell] is a story, not the story», B&SS, p. 355.

3OFS, in MC, p. 127.

4Tolkien ritiene che il poema Beowulf costituisca una dotta compilazione, che avrebbe fuso insieme, oltre alla favola di Beowulf, ‘historial legends’ sulla reggia di Heorot, conoscenze riguardanti i popoli stanziati nell’area del Mare del Nord, storia biblica e altro materiale favolistico; il suo autore ha tessuto un ordito particolarmente complesso quanto a struttura ed espressione, riuscendo a creare una prospettiva di antichità dietro alla quale si intravede un’antichità ancora più remota (MC, p. 27). Cfr. DROUT 2015, pp. 159-161.

5A proposito del Beowulf, Tolkien così sintetizza la sua specificità: «The things we are here dealing with are serious, moving and full of ‘high sentence’». C.S. Lewis descrive in maniera efficace l’atmosfera solenne e al contempo fastosa ricreata nel carme facendo ricorso all’aggettivo medio-inglese solempne (LEWIS 1971, p. 17).

6 Tolkien è stato influenzato dalle opinioni espresse in proposito da R.W. Chambers (sul nome di Beowulf, cfr. CHAMBERS 1921, pp. 365-366). Sul debito di Tolkien nei confronti di Chambers, che ragiona del presunto folk-tale a monte del poema, cfr. ACKER 2016, pp. 34-36. Tolkien sfrutterà l’immagine dell’orso nemico delle api nella lista delle creature di Treebeard, all’interno della quale compare il bear bee-hunter (LOTR III, iv); su questo, si veda WEINER; MARSHALL; WEINER 2006, pp. 94-96.

7 Cfr. PANZER 1910, pp. 273 sgg.

8 Fox esamina in dettaglio quella che ritiene una delle fiabe che meglio sviluppano il motivo del ‘giovane poco promettente’ che alla fine riesce a sconfiggere gli avversari (qui si tratta di gnomi) e a sposare la principessa che era stata da loro rapita, ovvero Dat Erdmänneken (Grimm 91); cfr. FOX 2020, pp. 200-203.

9 Dietro alla apparente naturalezza e semplicità del bisticcio lived/loved, è possibile intravedere un omaggio alla predilezione della poesia anglosassone per i giochi paronomastici.

10Cfr. la sua Letters n. 144, dove Tolkien lamenta «the poverty of my beloved country: it had no stories of his own (bound up with its tongue and soil) […] nothing English, save impoverished chap-book staff».

11 Cfr. la voce “Beowulf: Translations by Tolkien” in DROUT 2007, p. 61; si veda anche la Prefazione di B&SS, pp. vii e 1-11.

12Estratti dalla primitiva traduzione in versi furono incapsulati nel saggio On Translating Beowulf, che apparve originariamente come Prefazione alla revisione di C.L. Wrenn’s della traduzione del poema apprestata da J.R. Clark Hall (London 1940).

13Il ‘Commentary’, come chiarisce lo stesso curatore (B&SS, p. viii), riunisce le note sparse preparate da Tolkien per le sue lezioni sul Beowulf, e dunque non rappresenta un apparato pensato in funzione della traduzione, anche se esso, utilmente, aiuta a capire meglio come Tolkien interpretasse il poema (attraverso le sue supposte fasi) e quali soluzioni proponesse per le cruces testuali.

14Di questo aspetto ho trattato nel mio studio L’eroe germanico contro avversari mostruosi: tra testo e iconografia (RUGGERINI 1995).

15Cfr. l’edizione ampliata di OFS curata da Verlyn Flieger e Douglas A. Anderson (2008, p. 100), secondo quanto riportato da Paul Acker nell’unico saggio ad oggi specificamente dedicato a Sellic Spell (ACKER 2016, p. 33).

16Anche il fatto che in Sellic Spell Tolkien usi il vocabolo mannikin “nanerottolo; omuncolo” nel rivolgersi con disprezzo e sfida a Unfriend (B&SS, p. 382) può essere letto come un richiamo al Red Fairy Book di Lang, dove compare la fiaba Minnikin.

17I capp. 65-66 della Grettis saga contengono l’episodio in cui il protagonista affronta una donna-troll, riesce a mozzarle il braccio, poi la segue nella sua grotta che si apre dietro una cascata, dove dovrà combattere anche contro un gigante.

18Con cautela, mi sentirei di affermare che nella frase Witodlíce þu wære hit þe he Breca þe sundgeflit bead, and he þa let þe feorr behindan (§2-3) Quindi dovresti essere proprio tu quel Beowulf che Breca ha sfidato in una gara di nuoto e che poi ti ha distaccato di un bel pezzo”, l’insistita ripetizione del pronome þu (evidenziata con il grassetto), anche dove esso appare grammaticalmente superfluo, anzi, ridondante – è il caso della sua seconda occorrenza – è finalizzata a veicolare la sprezzante superiorità che chi parla, Unfriþ, prova nei confronti del nuovo arrivato.

19Ciò che rimane di Sellic Spell (versione in inglese) sono tre manoscritti, dei quali solo il terzo (C) contiene la storia completa e definitiva, e tre dattiloscritti, l’ultimo dei quali (E) di qualità professionale; cfr. B&SS, pp. 404-406.

20Tolkien J.R.R., A Secret Vice, in MC, p. 206.

21Nella lettera 297, Tolkien afferma di avere cominciato a studiare l’inglese antico in maniera ‘professionale’ quando era poco più che ventenne, nel 1913, dopo avere già appreso i rudimenti del latino e del greco, secondo i metodi dell’epoca, che comportavano anche esercizi di traduzione di poesie inglesi nelle lingue antiche.

22Sicuri indizi della conoscenza di glossari Latino-inglesi possono considerarsi il verbo grunian “grugnire” e il sostantivo beocere “apicultore”, non attestati altrove. Forse anche il verbo woffode (pret. sg.) è stato ripreso dai Glossari, dove esso corrisponde al lat. debacchor “infuriare”, a meno che non si voglia ritenere che Tolkien lo abbia tratto dall’unica altra fonte in cui compare, ovvero la Vita ælfriciana di Saint Swithun (298). Tolkien ha anche lavorato alla stesura di un vocabolario Inglese-inglese antico, di cui restano circa 400 schede, conservate nella Bodleian Library (con la segnatura: Manuscript Tolkien A 20/4).

23Durante gli anni di insegnamento a Leeds, Tolkien compose un certo numero di poesie in inglese antico (sei, oltre a una in gotico) nell’ambito di un esercizio giocoso e satirico tra accademici; i testi furono poi pubblicati privatamente a Londra da un gruppo di studenti senza l’autorizzazione degli autori della raccolta, Tolkien e E. V. Gordon, i quali pretesero il ritiro delle copie stampate (TOLKIEN; GORDON 1936).

24Si tratta di un dialetto inglese antico parlato nella zona centrale del paese, del quale sono rimaste testimonianze molto scarse.

25Tuttavia, benché Tolkien fosse affascinato da singoli vocaboli dell’inglese antico, dalla loro eufonica sequenza di suoni – o ‘phonetic fitness’ – giudicava che quella lingua, nel suo complesso, mancasse di fascino: «pleasing, but not ‘delectable’» egli la definisce infatti in una sua lettera (Letters, n. 297). Nonostante ciò, la scrittura poetica in lingua inglese antica resta un esercizio caro a Tolkien, come attestano altre sue composizioni, alcune delle quali prodotte addirittura in due varianti dialettali (pubblicate in LR e in SD).

26Il testo anglosassone occupa le pp. 407-414 in B&SS (e le pp. 530-535 nella traduzione italiana). Christopher Tolkien dà notizia dell’esistenza di due ulteriori pagine di difficile decifrazione – vergate a mano in maniera frettolosa e con una matita a punta grossa e morbida – che contengono la versione preliminare in inglese antico del prosieguo della storia, che si interrompe però poco dopo, nel mezzo del combattimento tra Beowolf e Grendel (ivi, pp. 406-407).

27Come nel Beowulf, dove compare la locuzione allitterativa niceras nigene “nove mostri marini”, al v. 575a.

28Un’analoga sottolineatura della ‘veridicità’ che la trasmissione orale di un testo nel tempo dovrebbe rispettare compare anche più avanti nel Beowulf, proprio nel passo dal quale Tolkien ha estrapolato l’espressione sellic spel “racconto meraviglioso”, nel quale si elencano i vari generi di canto che venivano intonati nella sala dell’idromele – eroici, fantastici o elegiaci – tutti, comunque, recitati «rehte æfter rihte» “correttamente, come si deve” (Beowulf, v. 2110a), verso che Tolkien traduce come «in order due» (B&SS, p. 74).

29L’analisi linguistica del testo inglese antico di Sellic Spell è stata condotta con l’ausilio del DOE Web Corpus, da cui sono anche tratte le citazioni di passi in lingua originale e l’indicazione delle loro occorrenze.

30Il frammento di The Battle of Finnsburh contiene in apertura l’accenno a un drago “che non vola” (her draca ne fleogeð, v. 3b), ma dal contesto pare di capire che chi pronuncia quelle parole stia spiegando che il bagliore che si scorge fuori dalla sala non è dovuto a un drago sputafuoco; nel carme non ci sono altri elementi del meraviglioso.

31Beo 221b-222: land gesawon / brimclifu blican, beorgas steape “Videro terra, splendere scogli spumosi, ripide cime”; SS1: At length they saw the cliffs of a strange land before them, and tall mountains standing up from the foaming sea (B&SS, p. 363); SS2 §17.2: Gesawon hie æfter fierste fremede land licgan him beforan: héah clifu blicon bufan sande “Dopo molto tempo, videro davanti a sé una terra sconosciuta, alte scogliere splendenti che sovrastavano il litorale”.

32Ma ci sono numerosi esempi in cui, al contrario, pur potendo sfruttare il lessico del Beowulf, Tolkien preferisce usare formulazioni differenti. Ad esempio, nella descrizione dell’infanzia poco promettente dell’eroe, questi viene definito ‘pigro’: l’aggettivo utilizzato nel poema è sleac (v. 2187b), ma in SS2 è sláw (§2.2).

33L’espressione ricorre anche, in forma leggermente variata, nella Life of St. Margaret 18.14 (næs hit lang to þan) e nella Alexander’s Letter to Aristotle, 12.11 (ða næs long to), che paiono però fonti meno probabili. Inoltre, solo nel Beowulf la locuzione ricorre in apertura di frase.

34La forma di preterito sweðrode (altrove attestata come sweðrade) compare in questa forma solo al v. 901 del Beowulf.

35La parola hleahtor è di impiego comune, ma solo nel Beowulf essa è affiancata, come in SS2 §11.5, da due termini che significano “diletto” e “gioia” (gamen e dream).

36La ripresa del passo beowulfiano è ironica, in quanto nel poema viene precisato che non si cercò di dissuadere Beowulf benché egli fosse assai benvoluto, mentre in SS2 la motivazione data è che la sua morte non avrebbe causato troppi rimpianti.

37La struttura ‘huru (avv.) + sogg. + vb. dugan’ (in apertura di frase) solo in apparenza può sembrare non sufficientemente caratterizzante; in realtà, si trova solamente nel passo del Beowulf sopra citato.

38Il prestito dal Beowulf è stato, in un certo senso, obbligato, in quanto in nessun’altra fonte si parla di “mostri” come categoria ontologica con una propria denominazione nella lingua inglese antica (in Wonders of the East o nella Alexander’s Letter to Aristotle i mostri abbondano, ma sono quelli situati nel lontano Oriente, trasmessi dalla cultura classica e di interesse esclusivamente enciclopedico). Nei componimenti religiosi, tutt’altro valore ha il genitivo alwihta “di tutte le creature” seguito da uno degli appellativi di Dio.

39Il composto è di uso esclusivamente poetico e ricorre solamente nei due citati passi del Beowulf e in altrettanti del poema Judith (vv. 17a e 32a), che nel manoscritto segue immediatamente.

40Questo è un esempio della creazione linguistica ‘condizionata’ che Tolkien realizza in Sellic Spell, ovvero la ripresa di materiale lessicale preesistente (in questo caso, il sostantivo sund e il verbo flitan) che viene poi rimodellato in una nuova forma lessicale (qui rappresentata dal composto sundgeflit “gara di nuoto in mare”).

41Il loro numero è specificato solo nel Beowulf (dove sono, ugualmente, nove)

42 2 Pt, 22.

43Gen 15.17; Exod. 17.12 (Old English Heptateuch ) e Mk 1.32 (Old English Version of the Gospels).

44Il secondo dei due verbi non è, in realtà, lo stesso (nel Wanderer si tratta di hreosian, in SS2, di hrysian), ma la sequenza fonetica è pressoché la medesima.

45Può essere rilevante notare che, probabilmente, dai Dialoghi Tolkien riprende anche la frase in §4.2 se gewunode þæt he… “era sua abitudine…”, poiché in quell’opera essa si trova ripetuta per bei sei volte (due delle quali identiche alla formulazione di SS2).

46& þa men ofslogon þe hie foran forridan mehton “e uccisero tutti gli uomini che riuscirono a raggiungere”.

47Cfr. Mt 4.10 e Mc 8.33 «gan/ga (þu) … onbæc» (Old English Version of the Gospels).

48DROUT 2015, p. 170.

49Il testo originaledi Sellic Spell è riprodotto da B&SS (versione italiana, pp. 530-535), con il gentile permesso della Casa Editrice Bompiani.

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