Roberto Arduini
EDITORIALE: La traduzione come utopia e come dilemma

«C’è più onore in tradire che in essere fedeli a metà», recita l’ultimo verso della poesia Una sera come tante di Giovanni Giudici1. Si dice che il traduttore soffra di una sorta di frustrazione per l’inevitabile scarto di significato che ogni traduzione comporta: traduttore traditore, dice il vecchio adagio. Si tratta di un tradimento inevitabile? C’entra forse il problema dell’interpretazione, del lector in fabula, secondo la fortunata espressione del famoso saggio di Umberto Eco? Eppure gli adattamenti da una lingua a un’altra certe volte sono fondamentali. Per fare una citazione scherzosa: la celebre battuta nel cult movie di Mel Brooks Frankenstein Junior «Lupo ululà e castello ululì» sarebbe stata altrettanto efficace tradotta letteralmente «Lì-cantropo e castello là»? C’è da dubitarne.

Già San Girolamo – ma si potrebbe partire dalla Grecia antica, o da Cicerone e Quintiliano – fra la traduzione letterale e quella a senso, aveva scelto quest’ultima: «Non verbum de verbo, sed sensum exprimere de sensu». E così doveva pensarla l’umanista Étienne Dolet, arso vivo nel 1546 a Parigi a causa di una sua traduzione troppo libera di Platone, la quale secondo gli Inquisitori negava l’esistenza dell’anima. Il concetto arriva fino a Eugene Nida, tra i fondatori dei contemporanei Translation Studies, e alla distinzione tra equivalenza dinamica – cioè la traduzione che ricrea l’effetto emotivo e semiotico dell’originale – ed equivalenza formale – la traduzione che riproduce le costruzioni della lingua di partenza nelle omologhe della lingua d’arrivo.

Orientarsi tra questi due approcci è “il dilemma del traduttore” e accompagna la letteratura da almeno duemila anni. Chiunque pretenda di semplificarlo, o addirittura di risolverlo, dentro o fuori la pratica traduttiva, è destinato a fallire. Tuttavia se, per dirla con José Ortega y Gasset, tradurre è un’impresa utopica, è però anche un’impresa avvincente, oltreché utile ad avvicinarci, per approssimazione, alle letterature di altre comunità linguistiche. Dunque la cosa certa in materia di traduzione è che sempre si è tradotto e sempre si tradurrà. E si potrebbe aggiungere: sempre si ri-tradurrà.

Nulla di strano quindi che negli ultimi anni – complice lo scadere dei diritti d’autore di alcuni grandi nomi della narrativa contemporanea – le case editrici italiane si siano lanciate in una serie di ritraduzioni dei classici moderni. Qui il termine “classico moderno” non ha una valenza letteraria tout court, ma indica piuttosto le opere che compaiono sotto questa veste nei cataloghi delle suddette case editrici.

Il 2011 è stato l’anno di inizio delle ritraduzioni di F. Scott Fitzgerald, mentre il 2012 ha visto apparire le prime ritraduzioni di James Joyce e di Virginia Woolf. A titolo d’esempio, basti pensare a Tenera è la notte (Tender is the night in lingua originale) di Francis Scott Fitzgerald, tradotto per la prima volta da Fernanda Pivano nel 1949, che in un intervallo di tempo di soli tre anni, ha visto quattro nuove traduzioni e una quinta si è aggiunta nel 2020. I lettori italiani di James Joyce sono sicuramente tra i più frastornati: lo scrittore era il tormento dei tipografi, un maniaco della correzione puntigliosa (un po’ come Tolkien). Per questo è difficile trovare due versioni identiche dell’Ulisse già fra le primissime edizioni, e in italiano delle cinque traduzioni esistenti ce ne sono state ben tre in meno di dieci anni (Enrico Terrinoni, 2012; Gianni Celati, 2013; Mario Biondi, 2020), con differenze notevoli perfino nel numero di pagine (fino a duecento in più).

Quando nel 2010 La Montagna incantata di Thomas Mann è divenuta La Montagna magica i lettori sono insorti e non è bastato che la traduzione fosse firmata da Renata Colorni e pubblicata nella prestigiosa collana I Meridiani di Mondadori. Il testo italiano ha replicato l’utilizzo costante di alcune parole che lo scrittore tedesco intenzionalmente fa tornare più volte nel testo, quasi a sottolineare i vari passaggi, i famosi leitmotive. Ma un romanzo tanto celebre, consacrato nell’immaginario collettivo con un titolo, poteva averne un altro? L’accusa è stata quella di volere rendere l’opera più smart, superficiale, giovanile. Voler attualizzare e svecchiare l’opera è in effetti l’accusa tipica.

Quando nel 2015 la casa editrice Adelphi ha inaugurato la ritraduzione delle opere di Friedrich Dürrenmatt affidate a Donata Berra, a partire da una nuova edizione de Il giudice e il suo boia, di nuovo è esplosa la polemica. La vecchia traduzione del 1960 per Feltrinelli era firmata da Enrico Filippini, un mostro sacro della traduzione, un intellettuale su cui andrebbe scritto un libro a parte solo per descriverne l’intensa attività letteraria. Anche in questo caso la traduttrice ha dovuto difendersi dalle accuse di attualizzazione, di aver voluto banalizzare e ammodernare. Nondimeno il suo lavoro è in seguito stato riconosciuto: nel 2018 il Ministero dei Beni e delle Attività culturali le ha conferito il Premio alla miglior traduzione per La guerra invernale in Tibet di Friedrich Dürrenmatt.

Dal 1° gennaio 2021 diventeranno patrimonio dell’umanità alcune delle opere che hanno fatto la storia della letteratura mondiale, dal Grande Gatsby di Scott Fitzgerald a 1984 e La fattoria degli Animali di George Orwell, passando per La luna e i falò e tutte le opere di Cesare Pavese (per le lingue diverse dall’italiano). Ci si aspetta, quindi, una nuova serie di traduzioni sia in Italia sia all’estero.

Ultima ma non ultima, benché non dipenda dalla scadenza dei diritti d’autore, la recente ritraduzione del masterpiece tolkieniano Il Signore degli Anelli si inserisce quindi in questa ondata, con eguale e immancabile strascico di polemiche.

Il rapporto di Tolkien con i suoi traduttori è sempre stato controverso. L’autore era partito da una posizione molto netta: «Sono il più fermamente contrario possibile a ogni traduzione della nomenclatura (anche se fatta da una persona competente)», scriveva al suo editore nel 1956. A un collega confessava – in una lettera inedita esposta nella mostra alla Morgan Library del 2019 – di preferire a Lo Hobbit la sua mitologia «con la sua nomenclatura coerente […] e la storia organizzata». Tolkien, infatti, appare inflessibile: «Considero il testo del Signore degli Anelli (in tutti i suoi dettagli) molto più gelosamente. Nessuna variazione, grande o piccola, riorganizzazione o riduzione di questo testo sarà da me approvata, se non procede da me o da una consultazione diretta con me. Spero vivamente che si terrà conto di questa mia preoccupazione» (Lettere, n. 188). Tuttavia nel luglio 1967 rivelava come la sua posizione fosse cambiata:

Ho scritto un commento alla nomenclatura, a uso dei traduttori; ma il suo scopo è principalmente di indicare quali parole e nomi possono e dovrebbero essere tradotti nella lingua della traduzione che svolge la funzione dell’inglese nel rappresentare la lingua corrente del periodo, restando inteso che i nomi che non sono e non derivano dall’inglese moderno dovrebbero essere conservati senza cambiamenti nella traduzione, dato che sono estranei sia per la lingua corrente originale, sia per la lingua tradotta. Sarebbe utile un onomasticon che dia il significato e l’etimologia di tutti i nomi, indicando le lingue a cui appartengono (Lettere, n. 296).

Tra il 1956 e il 1967 alcuni eventi avevano minato la sua prima presa di posizione. La Guide to the Names in The Lord of the Rings2 fu scritta da Tolkien come reazione alle prime due traduzioni del suo capolavoro, quella in olandese di Max Schuchart e quella in svedese di Åke Ohlmarks. Alla fine, entrambi i traduttori seguirono poco le indicazioni che lo scrittore inglese aveva dato loro, quindi Tolkien decise di fornire un testo completo ai suoi interlocutori. Questo testo mostra quanto l’autore potesse essere preciso per quanto riguarda la resa in lingua straniera di una delle caratteristiche più importanti della sua creazione: la nomenclatura incredibilmente vasta. Ovviamente era facilitato, almeno in questo caso particolare, dalla stretta parentela tra l’inglese e le altre due lingue germaniche, che conosceva almeno superficialmente. Non presumeva, tuttavia, di offrire consigli altrettanto dettagliati su come tradurre una determinata parola in francese, italiano o spagnolo. D’altra parte, le sue indicazioni ai traduttori sono inequivocabili, così come i suoi riferimenti alle linee guida stabilite per la prima volta nelle Appendici3. Tuttavia, molti traduttori scelsero di ignorare i suggerimenti di Tolkien, cosa che lo irritò parecchio4, dato che si era persino offerto di aiutare i vari traduttori, come in parte gli riuscì in seguito:

Spero che si possa ottenere, se e quando si dovrà negoziare qualche altra traduzione, che io debba essere consultato nella fase iniziale, senza far fuggire dal nido un timido uccellino. Dopo tutto non costo nulla, e posso far risparmiare a un traduttore molto tempo e molte difficoltà; e se vengo consultato in uno stadio iniziale, i miei commenti appariranno molto meno come critiche permalose. (Lettere, n. 204)

La sua esperienza con i primi traduttori fu conflittuale e, nonostante in parte Tolkien li scusasse, doveva evidenziare i numerosi limiti del loro lavoro: «Non posso esercitare alcun controllo sulla traduzione di un testo tanto lungo, nemmeno verso le poche lingue di cui ho qualche conoscenza; eppure i traduttori si sono resi colpevoli di alcuni errori stranissimi. (Lo avrei fatto anche io, lavorando come loro sotto pressione e con il tempo contato)»5.

Ancora nel 1962, riguardo alla traduzione spagnola de Lo Hobbit, contestava la resa del nome dei suoi Elfi: «Se gnomos è usato come traduzione di Nani, allora non deve apparire a p. 63 in “gli Elfi oggi chiamati Gnomi”. Non c’è bisogno di tormentare il traduttore, o voi, con la lunga spiegazione necessaria per giustificare questa aberrazione…»6.

Come scritto sopra, poiché la Guide di Tolkien era scritta principalmente a beneficio dei traduttori in altre lingue germaniche, i suggerimenti offerti dall’autore erano principalmente diretti verso una possibile traduzione tedesca, che all’epoca doveva ancora venire. Consapevole dei suoi limiti, Tolkien evitò accuratamente ogni riferimento alla traduzione in una qualsiasi delle lingue romanze, anche se conosceva il francese, e discretamente anche lo spagnolo e l’italiano. Era consapevole delle differenze di struttura tra le due famiglie linguistiche e del fatto che nessun suggerimento dettagliato come quello per il tedesco o il danese sarebbe stato applicabile. Pertanto, nella maggior parte dei casi le sue osservazioni si limitarono a un semplice consiglio: «Tradurre». Le cose diventano molto più complicate quando suggerisce (come nel caso di Baggins e Bag End) di usare la stessa parola nella lingua di destinazione, il che in alcuni casi può rendere la traduzione praticamente impossibile.

Questo secondo numero de I Quaderni di Arda raccoglie gli atti del convegno organizzato dall’Università di Trento e dall’Associazione Italiana Studi Tolkieniani il 30 novembre e 1 dicembre del 2020, intitolato «Fallire sempre meglio: tradurre Tolkien, Tolkien traduttore», dalla celebre citazione di Samuel Beckett: «Try again. Fail again. Fail better»7. Una frase perfetta per descrivere l’impresa di tradurre un’opera da un contesto linguistico a un altro; impresa destinata, come si è detto, a essere sempre rimessa in discussione e suscettibile di mille alternative, ma proprio per questo estremamente affascinante, e soprattutto utile per tornare all’originale con occhi nuovi e riscoprirlo. Questo è un punto cruciale, come vedremo.

I diversi saggi della sezioni Focus – quella che presenta gli interventi del convegno di Trento – e Off – con contributi legati al tema principale – affrontano le traduzioni delle opere di Tolkien dall’inglese in altre lingue, tra cui quelle nei primi Paesi in cui Il Signore degli Anelli fu tradotto: Svezia, Paesi Bassi e più tardi Germania.

Fulvio Ferrari, professore ordinario di Filologia germanica presso l’Università di Trento e traduttore letterario dalle lingue scandinave e dal nederlandese, raffronta le due traduzioni svedesi del romanzo – quella del 1959-60 di Åke Ohlmarks e quella del 2004-2005 di Erik Andersson e Lotta Olsson –, mostrando il percorso conflittuale tra il primo traduttore e l’autore stesso, e invece il lavoro collettivo nella seconda traduzione, grazie alla collaborazione con un gruppo di esperti tolkieniani e filologi germanici.

Alessandro Fambrini, professore di letteratura tedesca all’università di Pisa e a sua volta traduttore dal tedesco, si occupa invece delle vicissitudini di Tolkien in Germania, raccontando di come la traduttrice Margaret Carroux andò a trovare lo stesso autore a Oxford e intraprese una fitta corrispondenza con lui per la pubblicazione della sua traduzione nel 1969-70. Uno dei problemi che la traduttrice tedesca dovette affrontare rispetto alla nomenclatura del romanzo fu quello di usare parole che non evocassero direttamente l’esperienza del Terzo Reich ancora troppo recente o il revival folklorico incentivato dal nazismo. La nuova traduzione di Wolfgang Krege del 2000 si è concentrata invece maggiormente sulla resa delle differenze nello stile linguistico che Tolkien impiegò per distinguere la prosa aulica degli Elfi dall’inglese più colloquiale parlato dagli Hobbit. In questo modo Krege si è attirato le immancabili critiche di una parte dei lettori che lo accusavano di essersi preso troppe libertà nel modernizzare la lingua degli Hobbit.

L’olandese Renée Vink, fondatrice della società tolkieniana dei Paesi Bassi e traduttrice di moltissime opere di Tolkien – oltre a Lo Hobbit, Il Cacciatore di Draghi e Le avventure di Tom Bombadil, tutti gli ultimi inediti: La leggenda di Sigurd e Gudrún (2009), La Caduta di Artù (2013), Beowulf. Con «Racconto Meraviglioso» (2014), Storia di Kullervo (2015), Beren e Lúthien (2017) e La Caduta di Gondolin (2018) – si concentra sulla difficoltà di tradurre la poesia tolkieniana e in generale sui dilemmi del traduttore davanti alla necessità di rendere il linguaggio poetico.

Facendo un tuffo nel passato ma restando sempre in ambito germanico, Maria Elena Ruggerini, docente di filologia germanica dell’università di Cagliari, con un campo di ricerca privilegiato nella poesia inglese antica e i carmi mitologici ed eroici di area norrena – traduttrice tra l’altro di alcune opere di C.S. Lewis (I quattro amori e A viso scoperto) e de Gli Inklings di Humphrey Carpenter – , affronta brillantemente il tema di Tolkien traduttore. Ruggerini si concentra sulla riscrittura tolkieniana della storia di Beowulf in un racconto in prosa, Sellic Spell (Racconto Meraviglioso). Ma aggiunge anche una delle perle del presente volume: la prima traduzione al mondo della versione scritta da Tolkien in antico inglese. Christopher Tolkien nel 2014 aveva pubblicato il racconto in Old English in appendice alla traduzione in prosa del Beowulf del padre. Ma appunto nessuno aveva ancora tradotto e pubblicato il testo. Il lavoro di Ruggerini mostra come lo scrittore inglese attinse a tutto il corpus anglosassone, letteralmente inventando ben tre neologismi. Il testo di Tolkien è così ben scritto, inoltre, da poter essere utilizzato come un validissimo strumento didattico.

Passando dalle lingue germaniche a quelle romanze, Roberta Capelli, professoressa di filologia romanza all’Università di Trento, fa un confronto molto illuminante tra le traduzioni de Il Signore degli Anelli nelle lingue neolatine (le due italiane, le prime in lingua francese e la spagnola), mostrando come Tolkien ricorresse a espedienti e stilemi della letteratura medievale, utilizzandoli abilmente in modo ricorsivo nella sua prosa moderna, ma anche come questi siano impossibili da rendere in traduzione.

È estremamente interessante leggere anche la testimonianza da un ambito culturale e da un Paese molto amato da Tolkien, ma lontanissimo dal punto di vista linguistico, essendo il finlandese una lingua di ceppo non indoeuropeo. Kersti Juva, traduttrice storica de Lo Hobbit e de Il Signore degli Anelli in Finlandia e di tutte le opere dell’autore, tra le le più importanti e pluripremiate traduttrici del suo Paese, ripercorre le difficoltà che si dovettero affrontare in un contesto in cui il folklore e la lingua erano completamente diversi da quelli inglesi e in cui non esistevano nemmeno le parole per nominare le tante creature fantastiche che popolano la Terra di Mezzo. A dimostrazione di come in certi casi una traduzione estraniante possa avere successo, le traduzioni tolkieniane di Juva cambiarono perfino la lingua finlandese, introducendo neologismi e risemantizzando altri termini, che vennero poi vidimati niente meno che dalla Commissione delle lingue finlandesi.

Forse il caso più curioso è quello raccontato nella sezione Off da Alena Afanasyeva, che illustra al lettore italiano la mirabolante storia del Signore degli Anelli in lingua russa, sia attraverso il fenomeno delle samizdat, le pubblicazioni clandestine in Unione Sovietica, sia prendendo in considerazione le traduzioni ufficiali successive al crollo dell’Urss. Oggi il numero totale delle traduzioni russe ammonta a 27, molte di bassa qualità. Il saggio però si concentra sulle tre divenute canoniche e fa notare come abbiano seguito linee guida molto diverse l’una dall’altra, fornendo esempi lampanti delle loro differenze.

Non si tratterà però soltanto di traduzione letteraria, ma anche di traduzione dalla letteratura ad altri mezzi narrativi che nella concezione di Tolkien erano organici al racconto.

Marco Picone, professore di geografia urbana all’università di Palermo, si occupa delle mappe tolkieniane, ovvero di come letteratura e rappresentazione topografica dello scenario narrativo siano complementari nell’opera di Tolkien. Lo stesso scrittore consigliava: «Se devi scrivere una storia complicata devi partire da una carta geografica, altrimenti dopo non riuscirai più a farne una». Riflettendo sulla diversa resa dei toponimi nelle due traduzioni italiane de Il Signore degli Anelli, Picone evidenzia come i nomi su una mappa aiutano a creare il senso di realtà e immediatezza per il lettore delle storie del ciclo dell’Anello, ovvero aiutano il lettore a sentirsi parte di quelle terre.

Roberta Tosi, giornalista e critica d’arte, commenta invece le “traduzioni per immagini” che Tolkien stesso fece per le copertine dei suoi romanzi. Usanza non comune in editoria quella di lasciare che l’autore produca le copertine dei propri libri, alla quale solitamente si preferisce quella di farlo scegliere tra una rosa di proposte dell’editore. È l’ennesima dimostrazione di come Tolkien tenesse a ogni aspetto della curatela dell’opera e soprattutto al lato artistico, che appunto considerava parte integrante della narrazione.

Arturo Stàlteri, tra i pianisti contemporanei più conosciuti e apprezzati in Europa e autore di moltissime opere musicali ispirate a Tolkien, apre una finestra su alcune delle innumerevoli pubblicazioni discografiche legate alla saga creata dal Professore. I contributi proposti sono tra i più interessanti degli ultimi cinquant’anni e costituiscono una panoramica di “traduzioni musicali” dell’opera tolkieniana, che non solo mostrano una qualità elevata d’approfondimento, ma testimoniano come nessun campo musicale sia sfuggito all’incantesimo della Terra di Mezzo.

Poiché l’ordine della sezione Focus rispetta quello delle relazioni al convegno, gli attuali traduttori italiani di Tolkien sono in realtà quelli che aprono il numero della rivista, con due interventi molto diversi tra loro.

La riflessione di Luca Manini – traduttore di Beowulf. Con «Racconto Meraviglioso» (2014), Storia di Kullervo (2015), Beren e Lúthien (2017) e La Caduta di Gondolin (2018) – conferma il senso di frustrazione con cui il traduttore è condannato a fare i conti. Manini arriva a paragonare il mestiere a una quest da romance medievale, quasi che l’impresa degli eroi e delle eroine tolkieniane si riflettesse in quella di chi deve trasporre le loro gesta in un’altra lingua. Nel saggio fornisce diversi esempi pratici di come ha provato a risolvere certe durezze o ambiguità del testo originale – che può anche consistere in una stratificazione di versioni in prosa e in versi –, facendo affidamento sia sulla propria sensibilità sia sull’esperienza di traduttore di poesia e prosa inglese del XVI-XVII secolo.

Particolare l’intervento d’apertura di Ottavio Fatica, che recentemente ha ritradotto Il Signore degli Anelli cercando di restituire ai lettori italiani l’effetto dello stile con cui il romanzo è stato scritto, sia per quanto riguarda la prosa sia per quanto riguarda la nomenclatura, suscitando inevitabilmente la reazione conservatrice di una parte del fandom. Fatica rivolge la sua riflessione proprio agli appassionati, in un certo senso, e sottopone lo stile di Tolkien a un vaglio critico, elencando una serie di idiosincrasie, tic e stilemi che fanno de Il Signore degli Anelli un testo ibrido, senz’altro stilisticamente più originale di quanto si creda, e costellato di stranezze, con punti deboli e punti di forza, come ogni opera letteraria.

Questo ci porta a ricordare che gli studiosi anglosassoni di Tolkien identificano il suo stile in particolare con l’arcaismo, non nel senso che la sua lingua fosse vecchia, anzi Il Signore degli Anelli è scritto in un inglese mediamente moderno, ma è costellato di parole obsolete, in alcuni casi prese dall’Old English, in altri casi si tratta di termini di uso comune in epoche passate, oppure moderni ma usati in accezione desueta. Già Steve Walker aveva segnalato come il testo presentasse non poche parole inglesi arcaiche in una singola occorrenza8: si tratta evidentemente di scelte oculate. Queste parole sono, come per i leitmotive di Thomas Mann, una caratteristica peculiare dell’arcaismo di Tolkien, che quindi non usa una lingua particolarmente pomposa o aulica, se non quando, in certi momenti importanti del romanzo, il tono si fa eroico o poetico e anche le forme sintattiche citano modelli letterari del passato.

Fatica dunque ha cercato di rendere questo doppio aspetto, in un’impresa tutt’altro che facile. La sua traduzione è fluida, scorrevole, moderna, ma con delle impennate, il lettore si imbatte in parole arcaiche che non si aspetta o di cui può non conoscere il significato. Lo stile apparentemente così eccentrico di Fatica ha rivelato lo stile eccentrico di Tolkien. Grazie a questo lavoro anche il lettore italiano ha potuto aprire una finestra su di esso, in un’ottica nuova. Perché va ammesso che, come il fandom, anche la critica italiana si è sempre concentrata sul contenuto del romanzo, quasi mai sulla sua forma, come se in letteratura fosse davvero possibile una scissione tra prosa e contenuto; la questione è così assurda da essere presa in giro già trent’anni fa nel film L’Attimo Fuggente di Peter Weir, nella scena in cui il professore interpretato da Robin Williams prima illustra sul piano cartesiano la teoria della misurazione della poesia, poi fa strappare le pagine del testo di critica letteraria che la spiegano.

Dopo avere letto le sezioni Focus e Off, la conclusione può apparire evidente: ogni traduzione è una rilettura, il traduttore è il co-autore invisibile che in questi ultimi anni la critica sta valorizzando, con una propria voce ben riconoscibile. Avere una traduzione da parte di un altro autore è risvegliare il potenziale infinito che è in ogni testo classico. Del resto è proprio quello che scriveva Tolkien: «Lo sforzo per tradurre o per migliorare una traduzione ha valore non tanto per la versione che produce, quanto piuttosto per la comprensione dell’originale che risveglia»9. È questa la chiave di tutto. Ed è questa l’intenzione de I Quaderni di Arda: guardare da una nuova prospettiva le opere di Tolkien, con attenzione maggiore verso il suo stile così particolare, che ha ne Il Signore degli Anelli il suo vertice massimo; inaugurare una nuova fase della critica letteraria sull’opera dello scrittore inglese, come accaduto nei Paesi anglosassoni per altri importanti autori.

Chiude la rivista la sezione Extra, che presenta interventi e saggi non legati al tema principale, e quest’anno ospita innanzi tutto la recensione di Roberta Tosi dei cataloghi ufficiali delle mostre internazionali su Tolkien che hanno caratterizzato il biennio 2018-2020: Tolkien: Maker of Middle-earth alla Biblioteca Bodleian di Oxford e alla Morgan Library di New York e Tolkien, Voyage en Terre de Milieu alla Bibliothèque Nationale de France di Parigi.

Da ultima, ma soltanto nell’indice, l’anteprima in forma di articolo di un prossimo volume della casa editrice Eterea Edizioni. Si tratta dello studio di Tania Todeschi, frutto di un soggiorno presso l’università di Oxford, sotto il tutoraggio del professor Mark Atherton, ospite e relatore nel 2015 al primo convegno di Trento. È un’analisi letteraria e storica delle poesie di Tolkien dedicate a L’uomo della luna. Lo si può definire il primo frutto della collaborazione della comunità riunita intorno ai Quaderni di Arda, a dimostrazione di come potenzialmente il percorso inaugurato dalla rivista sia fertile.

Buona lettura.

1 GIUDICI GIOVANNI, Tutte le poesie, Mondadori (Milano, 2014).

2 Questa Guide è stata pubblicata solo nella prima edizione di A Tolkien Compass e non le edizioni successive a causa di un intervento della Tolkien Estate. Nella sua forma originale, così come scritta da Tolkien, è stata pubblicata da Wayne G. Hammond e Christina Scull in The Lord of the Rings: A Reader’s Companion del 2008 e revisionata nel 2014.

3 L’autore scrisse al suo editore: «Spero di poter includere nelle Appendici al Vol. III una nota sulla traduzione in cui la questione delle equivalenze e dei miei usi dei termini possa essere chiarita». Cfr. Lettere n. 151.

4 Cfr. Lettere n. 188 e 190.

5 Cfr. Ibidem, n. 229.

6 Cfr. Ibidem, n. 239.

7 BECKETT SAMUEL, “Peggio tutta”, in In nessun modo ancora, Einaudi (Torino, 2008).

8 WALKER STEVE, The Power of Tolkien’s Prose Middle-Earth’s Magical Style, Palgrave Macmillan (New York, 2009).

9 TOLKIEN J.R.R., “Tradurre Beowulf” in Il Medioevo e il Fantastico, Luni (Milano, 2000) p. 95.

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