Tania Todeschi
«QUAL METEORA, QUELLA NOTTE, VENNE GIÙ»: Tolkien e L’Uomo nella Luna vittoriano

This paper’s aim is to investigate and to draw the attention to the possibility of a contact between the anonymous poem The Man in the Moon: A Poem and The Man in the Moon Came Down Too Soon by J. R. R. Tolkien, published in the collection The Adventures of Tom Bombadil in 1966. After a brief introduction to the evolution of the figure of the Man in the Moon in the English folklore and literary tradition and to the place it finds in Tolkien’s compositions, the anonymous poem will be analysed. The focus will be on its brief yet mysterious history and on its most peculiar traits. Finally, a comparison between the contents and the style of the works will be made, in order to determine whether the anonymous author of The Man in the Moon: A Poem could have been a source of inspiration for the composition of Tolkien’s two poems.

 

L’Uomo nella Luna è una figura piuttosto nota della tradizione letteraria e popolare inglese. I britannici incontrano questo personaggio già durante l’infanzia, in quanto molti bambini imparano e spesso recitano a memoria le filastrocche che narrano delle sue disavventure sulla Terra dovute a una sfortunata caduta: il suo viaggio verso sud per raggiungere la cittadina di Norwich, dove finirà col bruciarsi la bocca a causa di un porridge di prugne troppo freddo, è una delle storielle più famose tra le nursery rhymes di Nonna Papera1 (nel mondo anglo-sassone Mother Goose): John Goldthwaite afferma addirittura essere «our most common currency after the Bible» (GOLDTHWAITE 1996, p. 15). La filastrocca, che appare già dal Diciottesimo secolo nei primi libri di filastrocche in lingua inglese, è solo la versione più conosciuta tra tutte le brevissime composizioni che raccontano di questo uomo bizzarro.2 La sua stranezza è dovuta a due aspetti specifici e particolari che lo contraddistinguono e lo caratterizzano a tutti gli effetti come ‘Uomo nella Luna’: la sua figura e la sua sfortuna.

Infatti, la credenza che un uomo vivesse sulla superficie lunare trae origine da una delle numerose forme scure, successivamente identificate con i mari lunari, che si vedono sul satellite quando questo è nella fase finale del suo ciclo, ovvero quando la Luna è piena. Ciò che si può osservare volgendo lo sguardo alla Luna è una sagoma dalla forma umana, sovrastato da una sporgenza all’altezza della schiena. Con l’affermarsi di questa superstizione popolare, nell’Inghilterra cristiana medievale l’oggetto in spalla alla figura venne interpretato come un fascio di sterpi e rami che l’abitante della Luna avrebbe dovuto portare con sé per l’eternità.

L’Uomo nella Luna acquisisce gradualmente carattere di stranezza e particolarità nel sorso del suo viaggio attraverso la storia letteraria, quasi a riflettere il viaggio da lui compiuto attraverso l’universo, dalla Luna alla Terra.

Difatti, il Man in the Moon, come è arrivato fino a noi, trova le sue radici già nella Bibbia e in particolare in Numeri 15, 32-36 dove viene narrata la brevissima storia del “Sabbath-breaker”. Il breaker non ha nome, è un everyman, un uomo qualunque che non rispetta lo Shabbat: egli viene scoperto da alcuni membri della comunità ebraica a raccogliere la legna nel bosco. Il suo destino, determinato da Dio stesso, può essere uno solo: poiché non ha onorato il Signore durante il giorno di festa, lo sconosciuto dovrà essere giustiziato.3 L’uomo viene lapidato, e molti secoli più tardi, viene ritrovato dalla tradizione medievale inglese sulla Luna insieme ai rami che sono stati il motivo della sua sentenza di morte.

La forma del mare lunare che è diventato l’Uomo nella Luna ha fatto sì che l’origine della figura venisse attribuita anche ad altri personaggi biblici, come Isacco nell’atto di portare sulle spalle la legna per il suo stesso sacrificio, o Caino, che offre in dono a Dio i frutti della terra da lui stesso coltivati e raccolti. In quest’ultimo caso, il fratricida sarebbe stato mandato sulla Luna in esilio come condanna per l’uccisione del fratello.4

È interessante notare come questa tradizione si sia sviluppata quasi unicamente in Gran Bretagna, specialmente in Inghilterra, mentre in altri paesi europei non si trova quasi traccia di una figura maschile che viva sulla superficie lunare. Poiché nella mitologia classica la Luna era rappresentata da divinità femminili, e in quella germanica precristiana da un dio di genere maschile, è possibile che questo tipo di credenza si sia potuto sviluppare più facilmente in un’area in cui la Luna veniva già precedentemente identificata con una figura maschile.5 Questo potrebbe essere il motivo per cui, con il passare del tempo, l’Uomo nella Luna diventa particolarmente popolare proprio in Inghilterra, tanto che all’inizio del Quattordicesimo secolo gli viene interamente dedicata una poesia, che prende il titolo dal primo verso, ovvero «Mon in þe mone stond ant strit» («L’uomo nella Luna sta in piedi e cammina»). Il componimento fa parte di una raccolta di brani poetici e in prosa, in latino, anglo-normanno e medio inglese, presenti nel manoscritto Harley 2253, e in particolare all’81° posto nell’elenco, ai fogli 114v e 115r. Composto nell’area di Hereford e definito anche ‘Harley Lyrics’, è ora conservato presso la British Library di Londra.6 Il «Mon in þe mone» è l’unica composizione medievale in lingua inglese completamente dedicata al personaggio, ed è quella che dà effettivamente il via alla tradizione dell’Uomo nella Luna in Inghilterra.

Nella poesia, il narratore, protagonista assieme al Man in the Moon, ci racconta la storia dell’Uomo, il quale, prima di finire sulla Luna, sembra essere stato un semplice contadino. La sua vicenda si intreccia con la legge medievale inglese che riguarda la pratica dell’hedging, secondo cui chiunque possedesse un appezzamento di terra coltivabile avrebbe dovuto proteggerne i confini dalle bestie che ne calpestavano le colture, costruendoci intorno una siepe, che poteva essere di rami secchi o di piante vive, nonché curarla nella maniera corretta: si pensi che a tal proposito, nell’Inghilterra medievale erano stati addirittura nominati dei guardiani ufficiali per il controllo delle siepi. L’Uomo nella Luna viene dunque scovato a rubare dalle proprietà altrui i rami da utilizzare per coprire i buchi nella sua recinzione. Non avendo però il denaro necessario a pagare la sanzione, viene mandato sulla Luna a scontare la sua pena. Così, il poeta, che elabora un ingegnosissimo piano per sottrarre allo stesso ufficiale di guardia quanto serve per liberare il Man in the Moon dalla sua eterna condanna, racconta del suo sforzo per far scendere il colpevole sulla Terra. Tuttavia, l’Uomo nella Luna, essendo il più lento e pigro che sia mai esistito («He is the sloweste mon that ever wes yboren!» FEIN; RAYBIN; ZIOLKOWSKI 2015, p. 149, v. 12.), sembra non sentire le offese che il poeta gli rivolge, né pare essere particolarmente interessato alla sua liberazione.

La figura inizia così a delinearsi, mentre la vicenda che l’ha costretto a vivere sulla Luna viene svelata. Il Moonman acquisisce una personalità, che tuttavia sarà riscoperta e rielaborata in numerosi lavori successivi, anche in periodi storici e letterari più recenti.

È importante sottolineare come la figura dell’Uomo nella Luna cresca e si sviluppi contestualmente alle opere degli autori che ne scrivono in merito, in epoche diverse e in testi appartenenti ai generi più vari. Infatti, anche durante il Rinascimento Inglese, tra il Sedicesimo e il Diciassettesimo secolo, l’Uomo nella Luna è molto presente nelle opere letterarie di autori più o meno famosi, e se alcuni lo raffigurarono come il dio dei beoni,7 pratica piuttosto diffusa all’epoca, quando anche le taverne portavano il nome ‘Man in the Moon’,8 altri invece ne fecero un esploratore che raggiunge la Luna grazie al proprio ingegno.9 Persino la satira si appropriò del nome dell’Uomo nella Luna: l’affiancamento alle assurdità che accadevano negli uffici e nei palazzi dove si svolgeva la vita politica dell’epoca fece sì che l’espressione stessa “Man in the Moon” acquistasse il nuovo significato di qualcosa di talmente ridicolo da essere paragonabile a un uomo che vive sulla Luna (la moderna affermazione “no more than the Man in the Moon” trova origine proprio durante questo periodo). Un esempio particolarmente chiaro di questo tipo di pubblicazioni è il settimanale satirico-politico stampato a Londra tra l’aprile del 1649 e il giugno del 1650 con il titolo The Man in the Moone, Discovering a World of Knavery under the Sunne.

Il momento in cui il Man in the Moon raggiunge l’apice della sua popolarità è sicuramente il Diciannovesimo secolo, quando le sue disavventure vengono trascritte nei libri di filastrocche di Mother Goose. Ed è proprio da queste composizioni dall’anima giocosa e ‘nonsensical’ che J. R. R. Tolkien prende ispirazione per comporre le poesie sull’Uomo nella Luna durante il suo periodo a Leeds, negli anni Venti del secolo scorso.

Come afferma Tom Shippey nel suo J. R. R. Tolkien: la via per la Terra di Mezzo, Tolkien conosceva questi testi, e probabilmente aveva studiato l’Harley poem. Di conseguenza, si può ipotizzare che lo scopo ultimo delle sue poesie sarebbe stato quello di ricreare la tradizione e riempire il vuoto letterario venuto a costituirsi intorno alla figura dell’Uomo nella Luna dopo il Medioevo (SHIPPEY 2005, pp. 70-71). The Man in the Moon Came Down Too Soon e The Man in the Moon Stayed Up Too Late diventano così l’anello mancante tra la tradizione medievale rappresentata dalla poesia contenuta nel manoscritto Harley 2253 e le moderne nursery rhymes.

In The Man in the Moon Came Down Too Soon, l’Uomo nella Luna decide di scendere sulla Terra in cerca dell’umanità che tanto gli manca nella sua esistenza solitaria sulla Luna. Dalla cima della montagna lunare, dove si trova la sua torre, ha osservato gli uomini per millenni, innamorandosi della gioia che popola il pianeta, delle canzoni cantate in compagnia e persino delle vivande che si consumano in tempo di festa. Il titolo della poesia infatti, si riferisce al momento in cui l’Uomo nella Luna cade sulla Terra, troppo presto per poter assaggiare il famoso plum pudding di Yule. Per questo motivo, la sua avventura avrà un esito piuttosto tragico: dopo essere caduto nelle acque della Baia di Bel in seguito a uno scivolone su una lucente scala di filigrana ed essersi impigliato in una rete da pesca, tutte le sue ricchezze gli vengono sottratte da un oste senza scrupoli che in cambio gli offre solamente del porridge freddo e raffermo. Nonostante le proteste, l’Uomo nella Luna non otterrà ciò che desiderava. La sua esperienza sulla Terra è dunque negativa e lui diventa un «unwary guest on a lunatic quest» (ATB, p. 78).

È comunque innegabile il fatto che Tolkien, per la composizione delle due poesie sull’Uomo nella Luna, abbia preso ispirazione da una bizzarra filastrocca contenuta in At the Back of the North Wind (nella traduzione italiana Sulle ali del Vento del Nord), capolavoro dello scrittore scozzese George Macdonald, prima pubblicato a puntate nella rivista per giovani «Good Words for the Young» tra il 1868 e il 1870 e poi raccolto in unico volume nel 1871. Il testo, dal titolo The True History of the Cat and the Fiddle (MACDONALD 1909, pp. 207-208), combina infatti le due filastrocche inglesi Hey diddle diddle10 e The Man in the Moon came down too soon per creare un testo del tutto nuovo, alla stessa maniera di The Man in the Moon Stayed Up Too Late, dove l’Uomo nella Luna scende sulla Terra e combina una serie di guai ai danni dei protagonisti di Hey diddle diddle.

Poco o nulla si sa invece del fatto che quasi un secolo prima di Tolkien, anticipando i tempi, qualcun altro si dedicò alla stesura di un poemetto sull’Uomo nella Luna. Pubblicato dall’editore di Oxford D. A. Talboys in due parti separate tra il 1839 e il 1840, The Man in the Moon: A Poem è ancora avvolto da più di un mistero.

Il poemetto, che contiene chiari riferimenti e descrizioni della città dove è stato composto, non presenta la firma di alcun autore, ma solo un timido e piuttosto enigmatico “Undergraduate of Worcester College, Oxford”. Nel suo Moon Lore, al capitolo dedicato alle antiche tradizioni sull’Uomo nella Luna, Timothy Harley celebra il poemetto con queste parole: «[…] we must make mention of at least one visit paid by our hero to this lower world. We do this in the classic language of a student of that grand old University which stands in the city of Oxford. May the horns of Oxford be exalted, and the shadow of the University never grow less, while the moon endureth!» (HARLEY 1885, p. 51).

Nonostante la ricerca di notizie sui volumi cartacei presenti in alcune biblioteche britanniche sia estremamente stimolante e abbia permesso di reperire varie informazioni sulla storia del testo, nell’interesse di questo articolo si analizzerà soltanto l’unica copia posseduta dalla Biblioteca Bodleiana a Oxford, in quanto luogo particolarmente importante per gli studi tolkieniani.

Una ricerca e una corrispondenza personale con i bibliotecari della Bodleian Library mi ha permesso di scoprire, tra numerosi altri dettagli, che la composizione attuale del volume presso la biblioteca non è l’originale. La biblioteca acquistò il poemetto da un certo J. Elliott il 26 agosto del 1964, in due parti separate. La Part the First è una seconda edizione, mentre la Part the Second è una prima edizione. Stampate entrambe presso il tipografo di Broad Street David Alphonso Talboys “for the author”, la prima parte è stata pubblicata in due edizioni nello stesso anno, certo non a causa dell’esaurimento delle copie stampate, ma in seguito alla correzione e modifica di diversi dettagli nel testo.11 La particolarità del volume della Bodleian è che, nonostante la prima parte sia una seconda edizione, quindi riveduta e corretta, il testo presenta alcune ulteriori modifiche manoscritte a penna, aggiunte in forma di didascalie a lato del testo dopo la stampa, che potrebbero essere attribuite all’autore stesso.

Rimane tuttavia difficile ricostruire la sua identità a partire dalla storia editoriale del poemetto, che lascia però supporre la presenza dell’autore all’interno di un definito ambiente, cittadino e accademico, inserito in una rete di contatti che avrebbe potuto coinvolgere anche gli stessi stampatori.

Secondo il quotidiano «The Bookseller» del 28 febbraio 1863, nel 1823 l’editore Talboys di Bedford, sceriffo e consigliere del distretto orientale della città di Oxford, nonché membro onorario dell’Università, entrò in società con Mr. J. L. Wheeler, il quale era suo cognato, oggi conosciuto perché fu il libraio ufficiale dell’Università per quasi quarant’anni.12 Wheeler viveva al numero 106 di High Street, in un palazzo grigio e blu scuro che oggi ospita lo University of Oxford Shop. In quell’edificio, Talboys e Wheeler idearono e pubblicarono la fortunatissima serie degli Oxford English Classics. La partnership durò solo 5 anni. Nel 1828, Talboys divenne un editore indipendente, fino al 1840, anno in cui pubblicò la seconda parte del Man in the Moon: A Poem e in cui morì.

The Man in the Moon: A Poem è stata sicuramente un’opera di scarso successo, che pochi lessero e ancora meno oggi leggono, dedicata a una ristretta cerchia di frequentatori dell’Università, come lo stesso autore. Nonostante non si sappia nulla di lui – si suppone fosse di genere maschile, in quanto la frequenza di un’istituzione di tale livello al tempo era ancora riservata ai soli uomini – si può immaginare fosse molto giovane, data l’identità di ‘Undergraduate’ del Worcester College di Oxford. Sulla pagina del titolo della seconda edizione della prima parte risulta anche lo status di membro dell’Inner Temple e del Gray’s Inn di Londra, che fa intuire un percorso accademico dell’autore in ambito legale, sebbene l’appartenenza al Gray’s Inn scompaia nel titolo della seconda parte del poemetto.

La presenza del volume alla Bodleian Library è alquanto tarda rispetto alle date di composizione delle due poesie di Tolkien che risalgono al periodo di Leeds, entrambe pubblicate nel 1923 nella loro prima forma, in due diverse raccolte.13 Secondo i registri della Bodleian Library, prima dell’acquisizione dei due volumi nel 1964, la biblioteca non possedeva alcuna copia del poemetto, dunque è da scartare la possibilità che Tolkien stesso abbia consultato quella oggi presente negli archivi di Swindon, perlomeno prima di scrivere le sue poesie, quando era ancora uno studente a Oxford. Non è da escludere però che ne avesse intercettata una copia grazie a qualcuno dei suoi amici dei gruppi e società di cui faceva parte, o che ne possedesse una egli stesso. Il suo Man in the Moon, infatti, presenta diverse caratteristiche che lo accomunano a quello dell’Undergraduate, e persino la sua avventura sulla Terra ne condivide la stessa profonda, umana tragicità.

Nel poemetto anonimo si racconta il viaggio che l’Uomo nella Luna intraprende sulla Terra, che per millenni ha potuto guardare da lontano e, grazie all’osservazione della vita umana, ha imparato a conoscere come un luogo pieno di emozioni e vita, ma soprattutto di amore. Ed è proprio questo che il Man cercherà in ogni sua azione e movimento, scoprendo però anche tutti gli altri sentimenti ed emozioni che caratterizzano la natura umana, attraverso l’ascolto delle storie e delle esperienze degli infelici che incontrerà lungo la sua strada.

La modernità dei tempi in cui scriveva l’anonimo autore si presenta forte e chiara nella caratterizzazione del suo Uomo nella Luna e nella presentazione dei suoi più intimi desideri. Il Man in the Moon non è più solo un personaggio folkloristico la cui storia e personalità si delineano prepotentemente in una poesia medievale, ma si rivela come abitante di una terra desolata, noiosa e disabitata, dove sofferenza, tempo, morte e amore sono solo concetti imparati nell’eternità durante la quale ha potuto osservare il pianeta Terra e la vita dei suoi abitanti. Questo nuovo Uomo, che racchiude in sé tutto il malessere e i desideri dell’uomo moderno, racconta la sua solitudine e la voglia di “confondersi ai dolori / E alle gioie della vita umana”,14 seppur viva nella terra dei sogni.

La vicenda del Man in the Moon vittoriano si apre con la sua decisione di visitare la Terra e si snoda in un percorso di comprensione profonda e condivisione delle più essenziali ma impetuose emozioni della vita umana. Mentre intraprende un viaggio attraverso l’Inghilterra – i luoghi non sono mai nominati, ma i riferimenti alle guglie della città di Oxford sono inconfondibili, come le immagini di una metropoli che sta cambiando e crescendo in piena Rivoluzione Industriale ricordano Londra – incontrerà, uno alla volta, i sentimenti che l’hanno spinto ad avventurarsi in un nuovo mondo, grazie all’osservazione di scene di vita ordinaria. Imparerà così a distinguere il dolore di una vita segnata dalla miseria assistendo alla sepoltura di un vecchio mendicante morto di stenti, ma che il medico legale dichiara essere morto a causa della “visita del Signore”, tra l’indifferenza dei gentlemen accorsi. Comprenderà la sofferenza parlando con una donna che piange la perdita dei propri cari in guerra. Vedrà l’onda immensa di grigi lavoratori nella città che tornano a casa alla sera, senza più alcuna traccia di vita nei loro volti invecchiati prima del tempo, che ricorda istintivamente la Unreal City, la città irreale, di cui scrisse T. S. Eliot quasi ottant’anni più tardi (ELIOT 2017, p. 108). Ma il desiderio di vita di questo spirito lunare trova una strada attraverso l’amore, che riuscirà ad apprezzare pienamente nonostante il tragico finale dell’opera.

Del suo desiderio di provare e di comprendere le emozioni umane, il narratore non si capacita e si chiede proprio «why came he down / From his peaceful realm on high» (ANONIMO 1839, p. 3, vv. 1-2). Se la Luna è tutto ciò che per un umano rappresenta un sogno irrealizzabile, perché l’Uomo nella Luna desidera lasciarla? La mancanza di umanità e di colore è ciò che caratterizza anche il regno lunare di Tolkien. Il suo Moonman sogna i colori delle pietre preziose terrestri per ravvivare il suo pallido aspetto lunare e anche lui, come il Man in the Moon dell’Undergraduate, non fa che osservare la Terra e desiderarla ardentemente. Il paesaggio lunare e il suo effetto sul suo abitante sono molto simili nelle due opere, sebbene i colori non siano completamente gli stessi. Il Moonman di Tolkien vive su una Luna fatta di perle e opali, chiavi di cristallo che aprono porte d’avorio, scale di filigrana brillante e bianchi diamanti, la sua casa è una torre solitaria costruita con pietra di luna e posta in cima ad una montagna e la sua barba è fatta di filo d’argento. Sulla Luna dell’Undergraduate si ritrovano le tonalità tolkieniane; il palazzo dell’Uomo nella Luna ha quindi un pavimento di cristallo e colonne d’argento, acqua purissima e fiori più chiari delle stelle, ma la presenza dell’oro, in Tolkien tipico della Terra e quindi legato alla vita, crea un certo contrasto tra i due paesaggi (ATB, pp. 73 e 75).

La vicenda raccontata da Tolkien risulta comunque più giocosa e faceta, e il suo Man in the Moon, deciso a visitare la Terra, scivola su un raggio lunare e cade in acqua mentre, distratto, pensa al gustoso cibo terrestre, che sembra essere il principale obiettivo della sua ricerca. Honegger dichiara giustamente che «the anonymous author’s Man in the Moon longs for a world of feelings […] Tolkien’s Man is similarly tired of his lunar world, yet is more discerning in his wishes and longs only for the simple joys of earthly life, such as song and laughter and good food and drink» (HONEGGER 2005, p. 36).

Sebbene il motivo dell’Undergraduate sembri essere più serio e intrinseco nella stessa natura dell’Uomo nella Luna, l’immagine che entrambi gli autori ci forniscono della sua caduta è pressoché identica, anche se il Man vittoriano non cade sulla Terra a causa della sua distrazione. L’Uomo nella Luna è una «falling star» (ANONIMO 1839, p. 5, v. 75), una «meteor, / A star in flight» (ATB p. 74, vv. 44-45) in cerca di qualcosa che sulla sua terra d’origine non può trovare.

È necessario notare che l’umanità che i due Uomini della Luna trovano una volta atterrati sulla superficie terrestre è ben diversa da quella che avevano visto da lontano e che, di conseguenza, si aspettavano. Nessuno nota la loro caduta e nessuno li aiuta nel loro viaggio. Il mondo che imparano a conoscere è buio, vuoto e nessun motivo di felicità o mera soddisfazione fisica, nel caso di Tolkien, viene loro mostrato.

L’abbandono dell’aspetto originario di entrambi i protagonisti, regale, chiaro e inviolato dalle passioni che tanto vanno cercando, è estremamente importante per la loro avventura. Entrambi, anche se in modalità differenti e con una percezione personale diversa, sono costretti a cambiare la loro natura semi-divina. Il motivo per cui è necessario celarsi agli occhi delle persone è semplice: nessuno avrebbe accettato di avvicinarsi a una creatura celeste, per quanto dall’aspetto apparentemente umano. Di conseguenza, la loro quest non sarebbe potuta andare a buon fine, nessuno dei due sarebbe riuscito a raggiungere il proprio scopo. Senza la presenza umana, l’Uomo nella Luna dell’anonimo Undergraduate non avrebbe conosciuto alcuna emozione e quello di Tolkien non avrebbe assaggiato un terribile porridge, accorgendosi così che la Terra non assomiglia per niente alle sue fantasie.

Nel nascondere la sua identità, l’anonimo autore rende il Man in the Moon un moderno Adamo, grazie all’immagine che ci propone: l’Uomo lunare «hath veil’d his form in earthly weed, / Like to a child of clay, / Self-taught to shun what might impede / The tenor of his way» (ANONIMO 1839, p. 6, vv. 95-98). Proprio come nel giardino dell’Eden, la sua natura divina viene cancellata, in questo caso solo temporaneamente, grazie ad un travestimento di foglie che il Man si procura appena dopo la caduta. In questo modo diviene persino un «child of clay» (ANONIMO 1839, p. 6, v. 96), un bambino d’argilla che deve reimparare ogni cosa non appena arriva su una nuova Terra.

Nonostante la tragicità dell’essere costretto a nascondere la vera essenza del Man in the Moon, nella sua poesia Tolkien si avvale di un’immagine comica che trasforma la discesa del signore della Luna in una grottesca caduta causata dalla sua disattenzione. Il goffo abitante lunare mantiene però sempre una traccia di soprannaturalità, anche quando, mentre rischia di annegare, il suo corpo risplende di una delicata luce dalle sfumature bluastre e verdine. Per aggiungere la beffa al danno, all’alba viene ripescato dalla Baia di Bel in una rete da pesca, assieme al pesce da vendere al mercato, e viene indirizzato verso la più vicina città perché trovi una camera alla locanda che, naturalmente, sarà chiusa.

L’aspetto ridicolo è invece del tutto assente nell’anonimo poemetto. Al contrario, l’autore si concentra sulla potenza dell’effetto che ogni singola emozione ha sul Man in the Moon. Ciò che sembra colpire di più il protagonista è la duplicità e, di conseguenza, il conflitto tra le emozioni umane. La sorpresa con cui compie questa scoperta non è però superiore allo spirito di rassegnazione che lo contraddistingue nelle sue disavventure. L’Uomo nella Luna accetta tutto ciò che gli accade e si comporta di conseguenza, proprio come ha visto fare gli umani. Allo stesso tempo, non si vuole intendere che non sia in grado di provare emozioni e sentimenti in egual modo e misura di un essere umano, ma che forse sia forzato ad esprimerli e dimostrarli alla maniera degli altri, essendo questa l’unica che ha visto e conosciuto, con la possibilità che non li abbia compresi fino in fondo. Eppure «[…] soon our child of upper birth / This worldly lesson knew, / That all who seek the joys of earth / Must share its sorrows too» (ANONIMO 1840, p. 11, vv. 191-194).

Al contrario, il Man in the Moon tolkieniano tende a non accettare la sfortuna della sua missione e se ne lamenta con l’oste che gli concede il tanto desiderato porridge in cambio di tutti i suoi averi più preziosi. L’Uomo nella Luna viene così privato delle sue ricchezze, ma anche del suo stesso aspetto e dunque della sua identità. Gli abiti d’argento e di seta, le perle che adornavano la sua cintura e persino la sua corona vengono vendute al proprietario della locanda che gli offre in cambio solamente un pasto povero costituito da porridge raffermo.

Lungo tutto il poema si ha dunque l’impressione che l’Uomo nella Luna dell’anonimo autore vittoriano sia un everyman con il quale chiunque si possa identificare. I suoi bisogni e desideri sono gli stessi di ogni essere umano, ma in lui si presentano certamente più forti, in quanto non li aveva mai provati. Eppure, la realizzazione del suo scopo e la morte dell’amata fanno sì che il suo desiderio finale sia ritornare a casa, in quella terra vuota e senza vita che aveva a lungo sperato di lasciare. L’ultima emozione che prova mentre si appresta a partire è la delusione: in effetti, il viaggio dell’Uomo nella Luna sulla Terra, seppure sia servito a mostrargli tutto ciò che desiderava scoprire, gli ha rivelato che il destino dell’umanità intera è la sofferenza. Ed è proprio la sofferenza che segue ad ogni cosa bella nel mondo, che insegue ogni buon sentimento e lo distrugge, e non ne lascia che poche tracce morenti. Così viene infatti lasciato lo stesso Uomo nella Luna, che si separa sofferente da tutto ciò che la Terra gli ha offerto – e tolto –, segnato dalla profonda passione che ha imparato a provare e dal dispiacere che questa gli provoca, non potendola più condividere con l’amata.

Smit with its mingled pain

He turned him to depart,

With pity at his brain

But passion at his heart.

The one all warmly burning

For life’s fair daughters high, 440

The other inly yearning

For her who was to die.15

Sebbene l’idea principale degli autori e lo scopo dei due protagonisti siano essenzialmente gli stessi, è chiaro che la profondità dei sentimenti che prova l’Uomo nella Luna tolkieniano è difficilmente paragonabile a quella dell’Uomo nella Luna vittoriano.

Le somiglianze stilistiche e di contenuto tra l’anonimo poemetto e la poesia di Tolkien sulle avventure dell’Uomo nella Luna sono numerose e possono offrire spunti di riflessione sull’influenza che quest’opera largamente ignorata può aver avuto sulle composizioni del Professore di Oxford. I due protagonisti sembrano condividere lo stesso spirito e gli stessi desideri, sebbene a distanza di decenni e in momenti storici differenti, in un mondo che si rivela del tutto diverso dalle loro aspettative. La speranza di una vita nuova in una nuova terra, così forte all’inizio dei due poemetti, viene meno durante la narrazione, mentre le avventure dell’Uomo nella Luna si svolgono. La delusione, morale nel testo anonimo ma apparentemente più fisica in quello tolkieniano, li porta a desiderare di tornare sulla Luna. È possibile che tale desiderio abbia permesso loro di imparare a considerare la Luna come la loro casa, il posto cui sono destinati, in quanto sembra essere la loro stessa natura a non permette loro di vivere serenamente sulla Terra.

È innegabile che parte della curiosità suscitata dal poemetto derivi dal suo stesso anonimato e dalle sue misteriose origini. Anche per questo, tanto deve ancora essere fatto per valorizzare e donare a The Man in the Moon: A Poem la dignità letteraria che merita. L’accostamento dell’opera a quella di Tolkien può certamente essere un valido punto di partenza per compiere tale operazione, benché il testo potrebbe senza dubbio godere del giusto riconoscimento anche senza l’aiuto di opere ben più famose.

Bibliografia

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1 «The man in the moon

Came down too soon,

And asked his way to Norwich;

He went by the south

And burned his mouth

With supping cold plum porridge»

(OPIE; OPIE 1997, p. 346).

2 Si tende ad attribuire la paternità del primo libro di Nonna Papera a Charles Perrault, il quale scrisse la raccolta di filastrocche e racconti popolari dal titolo Contes de ma mère l’Oye nel 1697. Il nome di “mère l’Oye” venne poi tradotto in inglese e utilizzato nelle successive pubblicazioni americane di questo tipo, mentre fino al Ventesimo secolo in Inghilterra continuarono a chiamarsi semplicemente “filastrocche” (DELAMAR 1987, p. 2).

3 «Il Signore disse a Mosè: “Quell’uomo deve essere messo a morte; tutta la comunità lo lapiderà fuori dell’accampamento”. Tutta la comunità lo condusse fuori dell’accampamento e lo lapidò; quegli morì secondo il comando che il Signore aveva dato a Mosè» (Nu 15, 32-36).

4 La leggenda di Caino, anche in riferimento al Man in the Moon, è ampiamente discussa nel saggio di Emerson Legends of Cain, Especially in Old and Middle English (EMERSON 1906). Esiste una tradizione italiana secondo la quale Caino sarebbe visibile sulla Luna, citata da Dante al XX canto dell’Inferno: «Ma viene omai, ché già tiene ‘l confine / d’amendue li emisperi e tocca l’onda / sotto Sobilia Caino e le spine; // e già iernotte fu la luna tonda […]» (La divina commedia, Canto XX, vv. 121-127).

5 Max Müller dichiara che «[i]n A.S. the name of [the sun] is feminine […] for the Germans viewed the sun as the wife of Tuisco. On the other hand, Mona, the word used to denote the moon, is masculine» (MÜLLER 1885, p. 6). Anche Harley si occupa della caratterizzazione di genere del Sole e della Luna nella mitologia germanica (HARLEY 1885, pp. 8-9-10). Jacob Grimm invece afferma che in Germania «das volk pflegte sich bis auf die spätere zeit, von sonne und mond redend, gern auszudrücken ‘frau sonne’, ‘herr mond’» (GRIMM 1844, p. 666).

6 Dei 141 fogli del manoscritto Harley 2253, i primi 48 contengono esclusivamente testi agiografici in anglo-normanno, mentre nei restanti 93 si trova un’interessante miscellanea di composizioni in prosa e in versi, in latino e medio inglese. Si potranno dunque leggere fabliaux, canzoni a carattere storico e politico, poesie comiche (delle quali fa parte il “Mon in þe mone”), ballate, reverdies, pastorelle e persino varie istruzioni su come preparare e applicare le tinture per la decorazione dei codici miniati. Il manoscritto è generalmente conosciuto perché contiene i Proverbi di Hendyng, The Sayings of Saint Bernard e una versione di King Horn. Di particolare rilevanza è che alcuni dei testi secolari sono unici e non ne esistono altre versioni.

7 Un ottimo esempio del legame dell’Uomo nella Luna con le bevande alcoliche si trova in The Tempest, alla scena 2.2. Caliban scambia Stephano per il Man in the Moon, il quale lo inganna stando al gioco:

«CAL. “Hast thou not dropp’d from heaven?”

STE. “Out o’ the moon, I do assure thee: I was the man i’ th’ moon when time was.”

CAL. “I have seen thee in her, and I do adore thee: My mistress show’d me thee, and thy dog, and thy bush”» (SHAKESPEARE 2008, p. 178, vv. 135-139) e lo venera perché ha portato il vino sulla sua isola: «“That’s a brave god, and bears celestial liquor: I will kneel to him”» (SHAKESPEARE 2008, p. 176, vv. 117-118). Anche l’Uomo nella Luna tolkieniano sembra avere una certa passione per le bevande forti: in The Man in the Moon Stayed Up Too Late il suo stato di ubriachezza è tale da renderlo incapace di tornare a casa nel momento in cui deve sorgere il sole, costringendo l’oste a legarlo alla Luna che viene poi trascinata via dai suoi cavalli.

8 In The Roxburghe Ballads, William Chappell trascrive una ballata dal titolo “London’s Ordinaire; Or, Every man in his humour”, risalente al primo quarto del secolo Diciassettesimo, ovvero il regno di Giacomo I, dove gli abitanti di Londra vengono assegnati alla taverna che porta il nome più adatto alle loro professioni o alle loro inclinazioni e abitudini. Per questo motivo «The Plummers will dine at the Fountaine / The Cookes at the Holy Lambe / The Drunkards by noon to the Man in the Moon / And the Cuckolds to the Ram» (CHAPPELL 1874, p. 25, vv. 17-20). La ballata è accompagnata da una splendida incisione che mostra «a group of abject worshippers kneeling to a ruddyfaced man in the moon and praying for a never-ending supply of his divine liquor» (URBAN 1976, p. 205).

9 Il reverendo Francis Godwin racconta la storia di Domingo Gonzalez che parte per la Luna a cavallo di un marchingegno costruito legando assieme un certo numero di cigni che vivono sull’isola di Sant’Elena in The Man in the Moone: or a Discourse of a Voyage Thither by Domingo Gonsales the Speedy Messenger (GODWIN 1997).

10 «Hey diddle diddle

The cat and the fiddle

The cow jumped over the moon;

The little dog laughed

To see such sport,

And the dish ran away with the spoon»

(OPIE; OPIE, 1997, p. 240).

11 Per la maggior parte, si tratta di modifiche minime a caratteri grafici che non hanno alcun effetto né sul linguaggio dell’autore, né sul ritmo della poesia. Solamente al verso 450 si trova una correzione che modifica sensibilmente il significato del passaggio in questione: nella prima edizione si legge fairy, mentre nella seconda edizione si trova ‘fair’, aggettivi che descrivono le ali del Man in the Moon. Scegliendo di cambiare il termine, l’autore si distanzia dal tradizionale significato di fairy legato alle fiabe vittoriane, epoca durante la quale lui stesso viveva, nelle quali le fairies sono le minuscole creature dotate di altrettanto minuscole ali, che abitano i reami incantati, e lo trasforma in un aggettivo più ‘Miltoniano’, facendo così evolvere il Moonman ad uno «shining, angel-like, Miltonian ‘sprite’ with wings.» (HONEGGER 2005, p. 37).

12 «The Bookseller», Feb. 28th, 1863, No. LXII, London, p. 93.

13Why the Man in the Moon Came Down Too Soon: an East Anglian Phantasy fu pubblicata su «A Northern Venture: Verses by Members of the Leeds University English School Association» (pp. 17-19); The Cat and the Fiddle: A Nursery Rhyme Undone and Its Scandalous Secret Unlocked fu pubblicata su «Yorkshire Poetry» (pp. 1-3).

14 “[…] mingle with the woes / And joys of human life –” (ANONIMO 1839, p. 5, vv. 51-52). Trad. mia.

15 Ivi, p. 23, vv. 435-442.

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