Tom Shippey, WILLIAM MORRIS E TOLKIEN: alcune connessioni inaspettate

(traduzione di Valérie Morisi)

 

L’influenza di William Morris su Tolkien è stata spesso riconosciuta. Nella Reader’s Guide di Hammond e Scull (SCULL & HAMMOND 2006, pp. 598-604) c’è una lunga voce su di lui e un’altra, firmata da Michael Perry, si trova nell’Encyclopedia di Michael Drout (PERRY 2007, 437sgg.). Nella prima delle lettere selezionate da Humphrey Carpenter, scritta alla promessa sposa Edith nel 1914, Tolkien afferma di stare provando a trasformare una parte del Kalevala finlandese in «un racconto breve nello stile dei romanzi di Morris» (Lettere, n. 1, p. 16), che sarebbe poi diventato “La storia di Kullervo” e uno dei tre “Grandi Racconti” del Silmarillion. La mia copia di The Roots of the Mountains riporta sulla copertina “A Book that Inspired J.R.R. Tolkien” (Un libro che ispirò J.R.R. Tolkien) e, nella sua raccolta Tales Before Tolkien, Douglas Anderson include un altro racconto breve di Morris, The Folk of the Mountain Hall (ANDERSON 2003, pp. 120-132). Inoltre, Jessica Yates ha stilato una bibliografia contenente quasi settanta voci di opere riguardanti l’influenza morrisiana su Tolkien[1]. Per di più, sappiamo che quando Tolkien vinse un premio universitario nel 1914, tra ciò che comprò con la somma ottenuta c’erano tre opere di Morris (SCULL & HAMMOND 2006, p. 599)[2]. Molti anni dopo, nel 1941, tenne una conferenza sul poema di Morris Sigurd il Volsungo (SCULL & HAMMOND 2006b, p. 249). E l’utilissima lista, compilata da Oronzo Cilli, dei libri che si sanno essere appartenuti a Tolkien, contiene ben undici opere di Morris[3].

Ad ogni modo, e malgrado tutto ciò, credo che il legame tra i due, e l’impatto morrisiano su Tolkien, siano stati sottovalutati. Le ragioni, in un certo senso, sono la somiglianza tra gli autori, l’originalità, e, curiosamente, la loro popolarità. Nessuno dei due rientra perfettamente nella comune idea di storia letteraria redatta e insegnata dai miei vecchi colleghi dei dipartimenti universitari di studi inglesi. Entrambi hanno sofferto (in questo settore assai ristretto) dell’opera e dell’atteggiamento delle persone che Tolkien chiamò “misologi”: studiosi letterari avversi alla filologia e desiderosi di promuovere il “modernismo” a discapito del “medievalismo”[4]. L’ironia della sorte (che avrebbe molto divertito Tolkien) è che il modernismo ora sembra irrimediabilmente obsoleto, mentre il medievalismo, sotto forma di serie televisive come Il Trono di Spade, è diventato popolare quanto Tolkien. Pertanto, in questo saggio cercherò di correggere alcuni equivoci, e anche suggerire alcune nuove connessioni.

La prima di queste è molto strana e non riesco ancora a spiegarmela. Anni fa un mio vecchio collega dell’Università di Birmingham, uno studioso islandese di nome Ben Benedikz, mi raccontò di sua zia Sigrid[5]. Pare che durante uno dei suoi viaggi in Islanda nel 1871 e nel 1873, Morris sia stato ospitato da un membro della famiglia del mio amico Ben. Ora, uno dei consigli dati da Odino in un carme norreno afferma che le amicizie dovrebbero essere mantenute: «A un amico si dev’essere amico / e ricambiare un dono con un dono». Questo vale anche per l’ospitalità, che si tramanda di generazione in generazione. Fu quindi naturale che quando, quasi sessant’anni dopo, Sigrid, la zia di Ben, volle recarsi in Inghilterra, la sua famiglia dovesse contattare la figlia di Morris, May, e che Sigrid dovesse stare da lei. Sigrid, che a quel tempo aveva circa diciannove o vent’anni, arrivò alla stazione di Oxford, l’andarono a prendere in calesse e la portarono a Kelmscott House, la dimora dei Morris.

A Sigrid, comunque, non piacque affatto! Mi asterrò dal ripetere per iscritto ciò che disse riguardo alla famiglia Morris, ma Kelmscott House era isolata, non c’era una signora in grado di guidare l’automobile, e Sigrid la trovò poco confacente. Così, ben presto, May Morris prese accordi affinché Sigrid andasse a vivere con i Tolkien in città, nella parte nord di Oxford, a Northmoor Road. Pare che a zia Sigrid non piacesse molto neanche questa sistemazione. A quei tempi, probabilmente, le giovani donne non accompagnate, ovunque si trovassero, avevano poca vita sociale, e Sigrid lamentò anche che il professor Tolkien «voleva sempre parlare islandese!».

La domanda interessante, però, è perché May Morris pensò di passare la sua ospite a Tolkien. Il professore si era forse scritto con Sigrid? O lei sapeva che Tolkien, malgrado fosse un docente di anglosassone, aveva anche uno spiccato interesse per l’islandese? Ad ogni modo, sappiamo che tra i Morris e i Tolkien c’era un qualche legame personale.

Che dire delle connessioni letterarie? Ora arrivo ai fallimenti della storia della letteratura, così come è stata insegnata a me quand’ero studente a Cambridge, e come viene insegnata tuttora. È noto che nell’ultimo decennio della sua vita Morris pubblicò una serie di sette romanzi cavallereschi, che elenco di seguito: The House of the Wolfings (1888), The Roots of the Mountains (1889), The Story of the Glittering Plain (1890), The Wood Beyond the World (1894), The Well at the World’s End (1895), The Water of the Wondrous Isles (1896) e The Sundering Flood (1896).

Questi sono stati definiti «il corpus meno compreso della grande narrativa vittoriana» (KIRCHHOFF 1976, p. 11). Esiste una piccola raccolta di saggi su questi romanzi, pubblicata dalla William Morris Society in un’edizione alquanto amatoriale. Ne ho presa in prestito una copia dalla biblioteca della Washington University a St. Louis. In vent’anni non era mai stata richiesta, e le pagine erano ancora da tagliare: nessuno l’aveva mai letta! In questo volumetto, il curatore Frederick Kirchhoff osservava che nei precedenti quindici anni era stato pubblicato più sul poema “The Defence of Guenevere” di Morris che su tutti i sette romanzi messi assieme.

Se guardate negli indici delle maggiori opere su Morris, vi accorgerete presto della superficialità con cui sono trattati questi romanzi. La biografia di Philip Henderson non ne menziona due, e sembra non sapere che The House of the Wolfings sia un’opera completa (HENDERSON 1967). Lo studio di 850 pagine di E.P. Thompson dedica loro otto pagine (THOMPSON 1955, pp. 781-89), e alla fine si chiede «Morris si è rimbambito? […] È probabile che per molti anni il mondo avrà troppo da fare per tornare a leggere queste fiabe: c’è talmente poco da imparare lì dentro ». (THOMPSON 1955, p. 789).

Dietro a questo accantonamento c’è una ragione, che è politica. Morris, oltre a essere un capitalista di grande successo, era anche un socialista. I suoi biografi, di sinistra come la maggior parte degli accademici, sono assolutamente d’accordo su questo. La verità, però, è che Morris si stancò del movimento socialista, e della Socialist League che aveva contribuito a fondare e di cui era il principale finanziatore. Circa nel 1889 rassegnò le dimissioni da Tesoriere, e iniziò invece a scrivere romanzi[6]. Per persone come E.P. Thompson, la cui biografia morrisiana è sottotitolata Romantic to Revolutionary, tornare dall’essere un rivoluzionario all’essere di nuovo un romanticista era un tradimento. In ogni caso, secondo i canoni della critica letteraria, dal Don Chisciotte in poi il romanzo è stato la principale forma letteraria, e il romanzo cavalleresco un sottogenere, sorpassato da tempo. Questo almeno tra i critici letterari.

Certo, la verità è assai diversa. Gli anni Novanta dell’Ottocento sono stati il periodo di quelli che alcuni oggi definiscono “i nuovi romanzieri”, persone come Conan Doyle, inventore di Sherlock Holmes, Bram Stoker, creatore di Dracula, Robert Louis Stevenson, H.G. Wells, o anche Rider Haggard e in seguito John Buchan, molto apprezzato da Tolkien. Durante i miei studi a Cambridge nessuno di questi autori era in programma, e sono assenti tuttora, malgrado siano estremamente popolari al di fuori del mondo accademico.

Per quanto riguarda Morris, è sorprendente vedere quanto furono ben accolti i suoi romanzi. The Glittering Plain, del 1891, fu ristampato almeno sette volte prima del 1912. Paul Fussell, nel suo eccellente libro La grande guerra e la memoria moderna, nota che: «Al fronte tra il 1914 e il 1918 difficilmente si trovava un letterato che non avesse letto [La fonte ai confini del mondo] e non ne fosse rimasto folgorato in gioventù» (FUSSELL 1989, p. 135). In seguito, l’autore cita le memorie di Hugh Quigley, Passchendaele and the Somme, dove quest’ultimo scrisse: «Il terrificante canale di Ypres… ricorda la pozza di veleno sotto l’Albero Secco [de La fonte ai confini del mondo], attorno alla quale giacciono corpi con “facce simili a cuoio… contratte in una smorfia, come se fossero morti soffrendo”. Tutto accadeva in una terra di orrore e raccapriccio da cui pochi ritornano, uguale a quel paese descritto da Morris ne La fonte ai confini del mondo» (QUIGLEY, cit. in FUSSELL 1989, p.137)[7].

C.S. Lewis era uno di quei soldati. Acquistò una copia dell’opera di Morris nel 1917, appena prima di partire per il fronte (FUSSEL 1989, p. 136). Le memorie di guerra traboccano di riferimenti e allusioni a questo libro. I soldati pensavano infatti che quelle immagini ben descrivessero la “terra di orrore e raccapriccio” dove si trovavano. Invero, le Paludi Morte di Tolkien riflettono ricordi della Somme, alla stessa maniera in cui Thiepval e Ypres fecero riaffiorare reminiscenze da William Morris. A tal proposito, Tolkien dichiarò: «Le Paludi Morte e l’avvicinamento al Morannon devono qualcosa alla Francia settentrionale dopo la battaglia della Somme. Devono molto di più a William Morris e ai suoi Unni e Romani, come in The House of Wolfings o The Roots of the Mountains». (Lettere, n. 226, pp. 480-481)

I soldati pensarono quindi che il romanzo cavalleresco fosse molto più realistico, per esempio, dei romanzi a sfondo sociale di Henry James.

Questo vale anche per i poemi di Morris. John Garth ha fatto notare la curiosa ambizione di Tolkien e dei suoi amici di imitare la Confraternita dei Preraffaelliti di Morris e degli altri suoi contemporanei, e di far ardere una nuova luce per l’Inghilterra attraverso la poesia (GARTH 2007, p. 23). Cosa caspita pensavano? E perché, durante tutti gli anni Venti, Tolkien si ostinò a scrivere lunghi poemi narrativi come The Lays of Beleriand? Quando ero a Cambridge, tutti sapevano che i giorni dei lunghi poemi narrativi erano oramai alle spalle, e che il futuro apparteneva alla poesia ironica, allusiva, difficile, come La terra desolata di T.S. Eliot.

Eppure, i miei insegnanti di Cambridge si sbagliavano, anche sulla storia letteraria. In epoca vittoriana era sconfinato il mercato per i lunghi poemi narrativi come The Earthly Paradise (1868-70) di Morris, la riscrittura arturiana di Tennyson nei suoi Idilli del re (1859-85), o The Ring and the Book (1868-9) di Robert Browning. Di recente, Claudio Testi ci ha ricordato quanto sia “polifonica” la scrittura di Tolkien: «In quest’ottica il Legendarium si può in parte paragonare al romanzo polifonico che, secondo Bachtin, ha stilisticamente inventato Dostoevskij» (TESTI 2018, p. 47). La scrittura di Tolkien è davvero polifonica, le storie sono raccontate da diverse voci in momenti differenti, sia nel Signore degli Anelli che nel Silmarillion. Tuttavia (qualsiasi cosa Bachtin pensasse), Tolkien aveva davanti a sé un modello assai precedente a Dostoevskij: il poema di ventunomila versi di Browning, la storia di un processo per omicidio italiano nel 1698, in dodici libri, raccontato da dieci personaggi diversi. Un’altra opera, quest’ultima, avidamente letta nelle trincee durante la Prima guerra mondiale (FUSSELL 1989, p. 163).

Così, nello scrivere la Leggenda di Sigurd e Gudrún, Tolkien forse si auspicava di eguagliare il celebre poema di Morris The Story of Sigurd the Volsung (1876). E nello scrivere La caduta di Artù, di certo replicava sia agli Idilli del Re di Tennyson che alla morrisiana “Defence of Guenevere” (e altri poemi arturiani, 1858). Per quanto riguarda The Lays of Beleriand, un modello (ancora una volta polifonico) deve essere stato Canti di Roma antica (1842) di Macaulay, che un tempo godeva di una certa popolarità.

Vi prego di scusarmi se ho insistito su questo punto. Per me è una sorta di cruccio. Quando ero giovane non mi è stato detto nulla di tutto ciò, e tutte le opere che ho menzionato erano state in effetti “fatte sparire” dalla storia della letteratura. Come, molto spesso, è capitato anche a Tolkien! In gioventù mi è stata insegnata con grande attenzione “la Grande Tradizione” della letteratura inglese. Tuttavia, esisteva ed esiste tuttora un’Altra Grande Tradizione! Tanto in poesia quanto in prosa.
Ora, però, passerò dal mio sdegno personale ad approfondire certe questioni, anche se temo che questo cruccio continuerà a prevalere. Poi ritornerò sulla poesia, ma ora inizierò con i romanzi degli anni Novanta dell’Ottocento. Come ho detto poc’anzi, sono sette, e li divido in un gruppo epico, ambientato nei tempi pagani (parlo dei primi tre a essere pubblicati), e un gruppo romantico, dove i personaggi vivono in un mondo medievale cristiano (i rimanenti quattro).

Ho già discusso dei primi due (Wolfings e Mountains, SHIPPEY 2007, pp. 115-136), e ciò che ho proposto, in breve, è che questi sono romanzi ispirati dai meriti della filologia comparata di cui Morris, a differenza dei suoi curatori e commentatori, era perfettamente consapevole. In sintesi, la normale attività dei filologi comparativi era ricostruire. Prima hanno ricostruito parole da lingue estinte: altrove ho spiegato che la parola italiana cinque e la parola inglese five, malgrado siano del tutto differenti, derivano dalla medesima fonte estinta, probabilmente un termine simile a *pinpe (MANNI e SHIPPEY 2014, p. 24). Siamo in grado di tracciare la loro storia attraverso mutamenti regolari, esemplificati nelle antiche attestazioni. I filologi non sono soltanto riusciti a risalire a parole scomparse, hanno anche ricostruito intere lingue estinte, per poi continuare con intere società estinte.

Questo è ciò che Morris fece in The House of the Wolfings e The Roots of the Mountains, ed è per questo che entrambi potrebbero essere definiti romanzi storici: non contengono date, hanno una geografia diversa dalla nostra, ma possiamo comunque cogliere il tempo e il luogo in cui erano ambientati, di nuovo grazie al confronto con le fonti antiche. Un esempio è La Saga di Hervör, edita per la prima volta nel 1960 da Christopher Tolkien, che include il poema su “La guerra tra i Goti e gli Unni”, di cui Christopher scrisse in dettaglio altrove (TOLKIEN 2010 e TOLKIEN 1953-57).

Questo, però, non è mai stato capito, né allora né oggi, eccetto, ne sono sicuro, da Tolkien. May Morris, che curò le opere di suo padre – proprio come Christopher – temo non capisse il padre quanto Christopher comprendeva il proprio. Nell’introduzione a The Roots of the Mountains, May scrisse:

«In The House of the Wolflings e in The Roots of the Mountains mio padre pare aver ripreso le atmosfere delle saghe. Il primo, essendo in parte in versi e in parte in prosa, può essere ritenuto sperimentale, ma in questo racconto di una vita tribale immaginaria a ridosso della conquista romana – un periodo di grande fascino per l’autore, di cui lesse con interesse critico i più importanti studi moderni non appena pubblicati – i personaggi non hanno in sé nulla della gravità del mondo antico, hanno più dell’idea derivata dalle saghe in cui il Fato muove i pezzi sulla scacchiera. Lo stesso luogo in cui si muovono le tribù Wolfling, Burgdaler e Silverdaler – la meravigliosa terra ai piedi delle Alpi italiane – aveva su di lui una forte influenza …». (MORRIS 1912, p. xv)

Temo che molto di ciò sia sbagliato. In questi racconti c’è pochissimo delle saghe. Morris aveva davvero letto “importanti studi moderni” e chiaramente usò, per esempio, la nuova edizione filologica della Storia dei Goti di Giordane. Ma – sebbene Trento, dove questo articolo fu originariamente presentato, fosse il posto sbagliato per dirlo – temo che The Roots of the Mountains non poteva essere ambientato ai piedi delle Dolomiti, neanche nella testa di Morris. Il romanzo descrive i primi scontri tra Goti e Unni che, come suggerito da Christopher Tolkien, in realtà ebbero luogo molto più a est di Trento, probabilmente sui Carpazi. In queste opere c’è molta più storia di quanto May pensasse.

Eppure, lei e gli altri studiosi di Morris non lo sapevano o non lo volevano sapere. May raccontò una storia su un professore tedesco: «Mi ricordo di un professore tedesco che, dopo l’uscita di Wolflings, scrisse e fece domande erudite riguardo il Mark, aspettandosi, temo, risposte altrettanto erudite dal nostro Poeta che alcune volte si immaginava dei fatti senza avere prove documentarie a supporto» (MORRIS 1912, nota a p. xxv). Questo sconosciuto professore tedesco è stato menzionato più volte, per esempio da Thompson, che cita plaudendo la presunta risposta di Morris: «Lo sciocco non si rende conto… che è un romanzo, un’opera di finzione – che sono tutte BUGIE!» (THOMPSON 1955, p. 676). Eppure, il professore tedesco replicava soltanto agli sforzi di ricostruzione di Morris. Non riesco a fare a meno di pensare che menzionarlo in modo sprezzante sia la classica reazione da “misologo”, pronto a dire ai lettori pigri e a quelli linguisticamente limitati che non devono arrovellarsi troppo.

Vorrei aggiungere che Morris era assai competente nelle antiche lingue germaniche. Durante la carriera tradusse (con Eirikur Magnusson) dieci delle saghe più importanti, nonché la Heimskringla dall’islandese e il Beowulf (con A.J. Wyatt) dall’inglese antico. Di recente, ho letto un articolo riguardo a quest’ultimo argomento che accusava Morris di aver tradotto male, in base a un confronto con una traduzione moderna: in tutti i casi presentati, la traduzione moderna era sbagliata e Morris aveva ragione. Comunque, non mi soffermerò oltre sulla filologia di Morris, e di Tolkien. Mi domanderò invece quale impatto possano aver avuto su Tolkien i romanzi tardi di Morris, e qui avanzerò una proposta alquanto congetturale.

Sappiamo che Tolkien non aveva un progetto chiaro per Il Signore degli Anelli. Continuava a sottovalutare quanto doveva scrivere, e non sembrava sapere come dovesse svilupparsi la trama.

A me sembra – e questa è la mia proposta alquanto congetturale – che la svolta giunse a quella che è pagina 424 di The Treason of Isengard. Lì, Christopher cita una noticina del padre, che illustra alcuni parallelismi linguistici:

 

Lingua della Contea = inglese moderno

Lingua di Dale = norreno (usata dai Nani di quella regione)

Lingua di Rohan = antico inglese

L’ ‘inglese moderno’ è la lingua franca parlata da tutti…

 

Questa nota spiega il motivo per cui i nani hanno nomi derivanti dall’antico norreno, che non è una lingua nanica, ma è imparentata con l’inglese sia antico che moderno. Questo servì per dare a Tolkien licenza di ricostruire un’antica società germanica, proprio come quella di Morris. Una società, in definitiva, che era quella degli Anglosassoni, con l’aggiunta dei cavalli. E malgrado abbiano lingua e poesia anglosassoni, ovvero antico inglesi, ciò a cui i Cavalieri di Rohan somigliano di più – e qui faccio ammenda per aver scartato l’idea delle Dolomiti – sono i Longobardi, non come sono stati descritti da Giordane ma da un altro storico medievale, Paolo Diacono, nella sua Storia dei Longobardi.

Ed è però proprio a questo punto che nel Signore degli Anelli – appena prima che facciano la loro comparsa i Cavalieri di Rohan – che, secondo me, Tolkien cominciò ancora una volta ad attingere a Morris. Una delle principali caratteristiche, frequente nei tardi romanzi cavallereschi di Morris, è quello che ho definito il senso di “incertezza tentennante”. Ne La fonte ai confini del mondo una fanciulla mette in guardia Ralph dall’avventurarsi nel Bosco Periglioso, che il protagonista deve attraversare per raggiungere il Borgo dei Quattro Bracci. Nel Bosco, incontra una prima compagnia di uomini armati che si offre di scortarlo fin lì. Ma poi ne incontra una seconda, da cui mette in salvo una dama, che a sua volta lo mette in guardia dal Borgo, popolato da ladri e assassini, e lo indirizza invece a Hampton. Sempre nel Bosco, però, ricompare la prima fanciulla. Quest’ultima afferma che Hampton è abitata dai ladri e saccheggiatori della Compagnia dell’Albero Secco. Un altro passante lo spedisce di nuovo al Borgo. Quando arriva, però, scopre che gli abitanti hanno un Albero Secco, ovvero una forca. Chi dice la verità?

È all’incirca quello che accade nel Bosco oltre il mondo. L’eroe Walter, alla stessa maniera di Ralph, si ritrova in una sorta di “quadriglia di origlianti” (SHIPPEY 1980, p. xiv), a combattere tra una Dama e una Fanciulla, un Figlio di Re e un Nano, tutti che parlano in segreto e si contraddicono l’un l’altro a discapito del povero protagonista. Si tratta, conclude Walter, di «una casa di astuzie e menzogne» (MORRIS 1980, p. 67). Tuttavia, ci deve essere una parte che ha ragione e una che ha torto. Probabilmente, la Fanciulla è colei di cui fidarsi, e non la Dama. Questo perché la Fanciulla, se non altro, ammette di essere una bugiarda.

Questa, a mio parere, è molto simile alla situazione all’inizio de Le due torri.

Aragorn e Legolas e Gimli, viaggiano a lungo nelle Terre Selvagge e non sono affatto sicuri di cosa debbano fare, o avrebbero dovuto fare. Merry e Pippin sono altrettanto smarriti, e incerti se entrare o meno nella Foresta di Fangorn. Inoltre, nella Foresta ci sono due stregoni a piede libero, uno è Saruman e l’altro Gandalf. A questo punto, però, distinguerli non è per niente facile.

Quale dei due vede Gimli alla fine del capitolo “I Cavalieri di Rohan”? Dal momento che è sicuro della morte di Gandalf, il nano pensa sia Saruman. In più, Éomer ha detto loro che Saruman cammina nel bosco, un indizio senz’altro convincente. Tuttavia, Aragorn fa notare che la figura vista da Gimli portava un cappello, come Gandalf, e non un cappuccio, come Saruman. Poi, nel capitolo seguente, “Il Cavaliere Bianco”, Legolas avverte che i cavalli si agitavano «come sogliono fare […] quando incontrano un amico» (SDA, DT, III, 2). Poi, nello stesso capitolo compare un altro mago con indosso l’abito bianco di Saruman, cosicché all’inizio Gimli, e a ragione, lo scambia per Saruman. Questa volta, però, il mago è senz’altro Gandalf, il quale conferma che la prima volta: «Non avete certo visto me […] quindi ne deduco che dovete aver visto Saruman».

Ma allora, come ha notato Aragorn, per quale motivo Saruman portava un cappello? E, secondo quanto detto da Legolas, l’amico percepito dai cavalli era forse Ombromanto? In effetti, Hasufel e Arod ricompaiono con lui alla fine del capitolo. Nel complesso, le prove suggeriscono che Gimli si sia sbagliato entrambe le volte: ha visto Gandalf e l’ha preso per Saruman. Ma perché Gandalf dovrebbe negarlo? Chi ha visto Gimli la prima volta? Se si trattava di Saruman – e questa è solo “la supposizione” di Gandalf – che cosa stava facendo? Giunti a questo punto, Fangorn somiglia molto a uno degli svianti boschi morrisiani, il Bosco Periglioso, il Bosco oltre il mondo.

In un certo senso, la stessa Galadriel è un personaggio morrisiano. Éomer considera “la Dama del Bosco d’Oro” una maga, una tessitrice di trame. Donne attraenti ma pericolose sono una presenza assidua nei romanzi di Morris, ad esempio la Strega in The Water of the Wondrous Isles e la Dama tratta in salvo ne La fonte ai confini del mondo. Queste ultime sono difficili da distinguere dalle donne affascinanti ma bonarie come la Fanciulla presente nei romanzi cavallereschi, e Habundia, la donna fatata dei boschi in Wondrous Isles, personaggio assai simile a Galadriel. Non è del tutto inappropriata la definizione di Gríma Vermilinguo, che chiama Lothlórien con il termine Dwimordene, traducibile come “valle dell’illusione”, un significato che ben si adatta alla descrizione di Saruman data da Éomer, che definisce il mago «abile, esperto nel mutare sembianze» (SDA, DT, III, 2). D’altra parte il destriero del Nazgûl, che Éowyn chiama un dwimmerlaik, non è affatto un’illusione. Risiede forse nella natura della parola e del concetto stesso il fatto di non essere mai sicuri di cosa è illusorio o meno.

Aggiungo infine l’espressione scozzese correlata, “in a dwam” (in un sogno ad occhi aperti), in genere interpretata come uno stato di semi-incoscienza ma, in base alla mia esperienza, usata anche per una persona che non risponde, forse perché in uno stato di paralizzante incertezza. Uno stato che pare essere giusto per Aragorn, Legolas e Gimli. A questo punto della storia non sono paralizzati, sono invece incerti sul da farsi, in parte perché non sono sicuri di cosa sia reale o meno. Hanno incontrato Gandalf che indossava i colori di Saruman, o visto l’«abile» Saruman con un cappello e un bastone uguali a quelli di Gandalf?
Parlando a titolo personale, anche dopo tante letture, non sono sicuro di cosa abbiano visto, o non visto, nella Foresta di Fangorn. È davvero “una terra delle illusioni”.

Infine, forse per coincidenza, è a questo punto nella storia di Tolkien che Ombromanto appare come personaggio. Il nome del cavallo di Ralph in La fonte ai confini del mondo è Silverfax (Argiomanto) e la prima cosa che viene detta riguardo a Ombromanto (Shadowfax) è: «Di giorno il suo mantello scintilla come argento» (SDA, CA, II, 2).

Ora, sto suggerendo due cose. Primo, all’inizio de Le due torri ci troviamo in uno scenario che ricorda molto i romanzi dell’ultima fase morrisiana. Secondo, circa allo stesso punto, Tolkien ha capito come portare nella sua storia l’elemento della ricostruzione sociale tanto importante nei primi romanzi di Morris. Se si prendono per buone entrambe queste idee, allora si può sostenere che l’influenza di Morris non era soltanto importante, ma era cruciale, un momento di svolta.

Si riscontrano altre due analogie, una delle quali posso spiegare molto velocemente.

La caratteristica degli ultimi romanzi di Morris è una struttura “a otto” (∞). In The Water of the Wondrous Isles (il secondo per lunghezza dei romanzi cavallereschi morrisiani) l’eroina, Birdalone, viene sottratta alla madre da una strega e cresciuta nella casetta della strega nel bosco di Evilshaw (Malafratta). Poi fugge su una barca fatata e raggiunge una serie di isole meravigliose. Dopo essere approdata su una di queste, tre damigelle la salvano dalla sorella della strega, pregando di mandare i loro innamorati a strapparle al pericolo. Birdalone si dirige al castello dai tre paladini che, come previsto, salpano e liberano le loro dame.

Birdalone sopravvive svolgendo alcuni lavori nella City of the Five Crafts (la Città delle Cinque Arti), ma poi torna al castello dei cavalieri, alla barca fatata, alle isole meravigliose, alla casetta della strega, e, infine, alla città da cui era stata rapita, dove vive in pace con il suo innamorato. Lo stesso si potrebbe dire di The Story of the Glittering Plain e, naturalmente, del Signore degli Anelli, guardando anche al sottotitolo de Lo Hobbit, “Andata e ritorno”.

L’ultima cosa su cui mi devo soffermare indaga più a fondo nella psicologia di Tolkien, e dunque la si deve considerare particolarmente congetturale.

L’elemento che più ricorre nel modo di scrivere di Tolkien è senz’altro il senso di smarrimento, di separazione, e più di tutto di struggimento. The Nameless Land (1927), ci dona un affresco della terra di là del Mare. In The Happy Mariners (1920), i marinai raggiungono la terra di là del Mare. In Firiel (1934) una fanciulla mortale rifiuta di salpare con gli Elfi di là del Mare, e rimane a morire nella Terra di Mezzo. In Looney (1934), invece, un mortale ritorna dalla terra degli Elfi di là Mare, ma non  riuscirà mai a riprendersi. In Imram (1955), ancora una volta un mortale fa ritorno da di là del Mare per spegnersi nella Terra di Mezzo. In King Sheave (del 1936 circa)[8], un mortale muore ma ritorna oltre il Mare. Se le poesie offrono molte variazioni sul tema, le emozioni comuni che traspaiono sono lo struggimento, il rimpianto e, infine, la rassegnazione.

King Sheave, inoltre, presenta la leggenda di un uomo giunto nella Terra di Mezzo da di là del Mare, come una specie di redentore, e al quale, diversamente dai personaggi nelle poesie appena menzionate, è permesso di andarsene e far ritorno alla terra natia. Tutto, però, solo dopo la morte. Questo tema conferisce una forza particolare a quello che è il vero finale del Signore degli Anelli. Si tratta del momento in cui Sam accompagna Frodo alla nave che lo porterà (proprio come King Sheave) a Valinor, ma poi – come Firiel – ritorna dalla moglie e dalla famiglia, pronunciando soltanto le parole «Sono tornato». È stata definita «la frase più struggente di tutta la letteratura fantastica moderna» (SWANWICK 2001, p. 45), e non posso che trovarmi d’accordo.

Il senso di struggimento spiega anche la lunga attrazione di Tolkien per il tema della “strada smarrita” (“the lost road”), che un tempo consentiva il passaggio alla terra dell’immortalità, ma che ora è svanita – eccetto, nelle leggende, per sporadiche e fortunate eccezioni. Nel cui novero Tolkien sapeva di non poter rientrare.

Ad ogni modo, il desiderio di evasione, come sappiamo, è comunque molto attenuato, perché prendere l’ultima nave, o la strada smarrita, significa inevitabilmente lasciare la Terra di Mezzo. Come l’elfo Haldir dice nella Compagnia dell’Anello, gli Elfi possono ancora, alla fine della Terza Era «raggiungere il Mare liberamente, e abbandonare per sempre la Terra di Mezzo» (SDA, CA, II, 6). Questa, però, è una scelta di cui si rammarica: «Ahimè, la mia beneamata Lothlórien! Qual vita infelice in una terra ove non crescono i nostri alberi d’oro! Se ve ne sono al di là del Grande Mare, nessuno tuttavia ce lo ha mai riferito» (SDA, CA, II, 6).

Ritengo che il compromesso si possa trovare nell’idea del paradiso terrestre, un’immagine medievale resa popolare da uno scrittore medievale inglese, Sir John Mandeville. Questi aveva sentito dire che sulla Terra, in un qualche luogo inesplorato, esisteva ancora il Paradiso da cui erano stati scacciati Adamo ed Eva. Allora ci potrebbero essere sia l’immortalità che gli alberi di mallorn! E, secondo me, Lothlórien è l’immagine di Tolkien di quel luogo, il paradiso terrestre. Ma, come sicuramente i lettori avranno capito, dove si può trovare questo tema prima di Tolkien?

Ovviamente nel poema più popolare di Morris, ora abbastanza dimenticato, The Earthly Paradise.

In questo componimento, uno degli elementi chiave era lo scontento nei confronti dell’Inghilterra industriale. All’inizio si legge (MORRIS 1905, 3, vv. 1-6):

 

«Forget six counties overhung with smoke,
Forget the snorting steam and piston stroke […]
And dream of London, small and white and clean,
The clear Thames bordered by its gardens green»

 

A confronto con l’inizio de Lo Hobbit:

«One morning long ago in the quiet of the world, when there was less noise and more green» (H, I)

L’altro elemento era la nostalgia per un’altra terra. Di nuovo Morris (MORRIS 1905, 3, vv. 17-22):

«A nameless city in a distant sea,
White as the changing walls of faërie […]
There, leave the clear green water and the quays
And pass betwixt its marble palaces»

 

A confronto con la poesia di Tolkien del 1923, The City of the Gods (BLT1, p. 136):

«A sable hill, gigantic, rampart-crowned
Stands gazing out across an azure sea
Under an azure sky, on whose dark ground […]
Gleam marble temples white»

 

L’opera di Morris fece quindi convergere la mente di Tolkien sull’idea di un paradiso terrestre, non a Oriente, dove l’aveva collocato Mandeville, ma a Occidente, al di là del mare, un luogo ora a noi inaccessibile. Inoltre, il poema di Morris deve sicuramente aver dato a Tolkien uno spunto, o un modello, per l’idea che fa da cornice a The Book of Lost Tales. Quella del poema di Morris è la seguente:

«Certain gentlemen and mariners of Norway, having considered all that they had heard of the Earthly Paradise, set sail to find it, and after many troubles and the lapse of many years came old men to some Western land, of which they had never before heard: there they died …» (MORRIS 1905, 3, “Argument” to Prologue)

 

Prima, però, raccontano le loro storie e ascoltano quelle di una terra lontana. A confronto con l’inizio di The Book of Lost Tales:

«Now it happened on a certain time that a traveller from far countries, a man of great curiosity, was by desire of strange lands  … brought in a ship even as far west as The Lonely Island» (BLT1, p. 13)

 

E lì, ovviamente, Tolkien ascolta quei racconti, la “autentica tradizione” delle fate, che diventano il Silmarillion.

Infine, vorrei soltanto aggiungere che i temi dello smarrimento e dello struggimento animano sempre più gli ultimi romanzi di Morris. I primi due, come detto poc’anzi, sono in un certo senso romanzi storici, ambientati in un mondo reale, con una storia e una geografia reali (malgrado i critici non li abbiano riconosciuti come tali). Il terzo, The Story of the Glittering Plain, si svolge in un mondo pagano, nel quale l’eroe Hallblithe viaggia verso la Terra degli Immortali – traduzione parola per parola dell’espressione norrena Ódáinsakr – e ritorna. Il tono della storia è però definito dal primo incontro del protagonista con tre estranei, i quali affermano di essere in cerca della Land of Living Men (la Terra dei Vivi) e gridano con tutta la loro disperazione «È questa la Terra? È questa la Terra?». Il protagonista Hallblithe gli risponde di buon grado, che non lo è: «In questo luogo, gli uomini spirano quando giunge la loro ora, neppure so se camperanno abbastanza per scordarsi dell’afflizione; quel che invece so è che vivranno a sufficienza per compiere gesta immortali» (MORRIS 1979, 3). Poi, aggiunge di rimanere sereni e di godersi la vita. I tre, però, lo ignorano e se galoppano via, strepitando addolorati: «Non è questa la Terra! Non è questa la Terra».

I successivi tre romanzi sono a loro modo delle cerche, ma l’ultimo dei sette torna con forza al tema della separazione. Il titolo è The Sundering Flood, e il filo conduttore è la storia d’amore tra Osberne e Elfhild, un uomo e una fanciulla, innamorati l’uno dell’altra, ma separati da un fiume che non possono attraversare. Poco ci vuole ad arrivare all’idea che Osberne sia un uomo e Elfhild un’elfa: ed ecco avere, in sostanza, le storie di Beren e Lúthien, o Aragorn e Arwen, i quali non possono porre rimedio ai loro destini avversi. In Tolkien, ancor più che in Morris, Amor non vincit omnia, l’amore non vince su tutto.

Riassumendo, ho affermato che Morris diede a Tolkien, o più moderatamente, suggerì a Tolkien i temi:

– della società antica ricostruita filologicamente

– del valore del lungo poema narrativo

– della struttura “a otto” (∞), di “andata e ritorno”

– del paradiso terrestre

– del senso di struggimento inappagato

– del tema della separazione che in Tolkien dura anche oltre la morte

– e della cornice narrativa dei viandanti che raccontano storie in una città da tempo scomparsa.

La domanda che forse rimane è – e qui ritorno al mio cruccio – perché Morris e Tolkien sono stati tanto popolari quanto fortemente denigrati? Per quanto riguarda Tolkien, ho tentato più volte di rispondere a questa domanda, ma Morris?

La risposta, banalmente, si deve trovare nella difficoltà di lettura. Morris impiegò uno stile alto e ricercato, non scelse una metrica popolare, componeva poesia con troppa facilità. I romanzi sono misteriosi ma troppo pochi di questi misteri sono spiegati.

Non hanno nemmeno una forma ben precisa. A differenza di Bilbo e Frodo, gli eroi e le eroine morrisiani non crescono nel corso della narrazione. Non hanno nemmeno un fulcro ben preciso – Smaug, l’Anello – rispetto a quanto concepito da Tolkien.

Tuttavia, se Tolkien non avesse inventato gli hobbit – se lo conoscessimo solo per The Book of Lost Tales, The Lays of Beleriand, Il Silmarillion – la somiglianza tra i due sarebbe molto più stretta e facilmente riconoscibile. Ho anche accennato al fatto che in un momento critico nella stesura del Signore degli Anelli, fu il ricordo dei romanzi di Morris a contribuire a sbloccare l’ispirazione di Tolkien.

 

 

Bibliografia

 

ANDERSON DOUGLAS, (ed.), Tales Before Tolkien: the Roots of Modern Fantasy, Ballantine, New York 2003.

BENEDIKZ B.S., “Some Family Connections with J.R.R. Tolkien”, in «Amon Hen», 209 (January 2008).

CILLI ORONZO, Tolkien’s Library: an Annotated Checklist, Edinburgh, Luna Press 2019.

FUSSELL PAUL, The Great War and Modern Memory, London and New York, Oxford University Press, 1975; ed. it. La grande guerra e la memoria moderna, Il Mulino, Bologna 2000.

GARTH JOHN, Tolkien and the Great War, HarperCollins, London, 2003; ed. it. Tolkien e la Grande Guerra, Marietti, Genova-Milano 2007.

HENDERSON PHILIP, William Morris: his Life, Work and Friends, Thames and Hudson, London 1967.

KIRCHHOFF FREDERICK, (ed.), Studies in the Late Romances of William Morris, William Morris Society, New York 1976.

MANNI FRANCO, SHIPPEY TOM, “Tolkien tra Filosofia e Filologia”, in Tolkien e La Filosofia, a cura di ROBERTO ARDUINI and CLAUDIO TESTI, Marietti, Genova-Milano 2011, pp. 13-66.

MORRIS MAY, “Introduction” to The House of the Wolfings, in WILLIAM MORRIS, The Collected Works of William Morris, vol. 14, Longmans Green, London and New York, pp. xv-xxix.

MORRIS WILLIAM, The Earthly Paradise, 4 vols 1868-70, repr. Longmans Green, London 1905.

-, The Story of the Glittering Plain, 1891, repr., George Prior, 3, London 1979.

PERRY MICHAEL W., “William Morris”, in M.C. DROUT, (ed.), J.R.R. Tolkien Encyclopedia: Scholarship and Critical Assessment, Routledge, New York 2007, pp. 437-9.

SCULL CHRISTINA, HAMMOND WAYNE G., The J.R.R. Tolkien Companion and Guide: Reader’s Guide, HarperCollins, London 2006, pp. 598-604.

SCULL, CHRISTINA, HAMMOND WAYNE G., The J.R.R. Tolkien Companion and Guide: Chronology, HarperCollins, London 2006, pp. 249.

SHIPPEY TOM, “Introduction” to WILLIAM MORRIS, The Wood beyond the World, repr. Oxford University Press, London 1980, pp. v-xix (x).

SHIPPEY TOM, “Goths and Huns: the Rediscovery of the Northern Cultures in the Nineteenth Century”, in The Medieval Legacy: A Symposium, edited by Andreas Haarder Odense, University of Odense Press 1982, pp. 51-69, repr. In SHIPPEY TOM, Roots and Branches: selected papers on Tolkien, Walking Tree Publishers, Zurich and Bern 2007, pp. 115-36.

SWANWICK MICHAEL, “A Changeling Returns”, in Meditations on Middle-earth, edited by Karen Haber, Byron Preiss Books, New York 2001, pp. 33-46.

TESTI CLAUDIO A., Pagan Saints in Middle-earth.: Walking Tree Publishers, Zurich and Jena 2018; ed. it. Santi Pagani nella Terra di Mezzo di Tolkien, ESD, Bologna 2017.

THOMPSON E.P., William Morris: Romantic to Revolutionary, Lawrence and Wishart, London 1955, rev. edn. Pantheon, New York 1976.

TOLKIEN CHRISTOPHER, (ed. and trans.), The Saga of King Heidrek the Wise, repr. HarperCollins, London 2010; and “The Battle of the Goths and Huns”, Saga-Book of the Viking Society 14 (1953-7):141-63.

YATES, JESSICA, “William Morris’s Influence on J.R.R. Tolkien: Bibliography”, inedito.

 

Opere di Tolkien citate

 

Il Signore degli Anelli, Bompiani, Milano 2003.

The Fellowship of the Ring, Allen & Unwin, London 1954.

Letters, George Allen & Unwin, London, 1981; ed. it. Lettere 1914-1973, a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien, Bompiani, Milano 2018.

The Book of Lost Tales Part 1, edited by Christopher Tolkien, HarperCollins, London 1983.

The Lost Road, edited by Christopher Tolkien, Unwin Hyman, London 1987.

The Treason of Isengard, edited by Christopher Tolkien, HarperCollins, London 1989.

 

 

[1]J. Yates, “William Morris’s Influence on J.R.R. Tolkien: Bibliography”, inedito.

[2]Nel 1914, Tolkien vinse lo Skeat Prize e usò le cinque sterline del premio per comprare tre romanzi di Morris e una grammatica della lingua gallese. Lo Skeat Prize era dedicato alla memoria del filologo, storico della lingua inglese e studioso chauceriano Walter William Skeat, morto nel 1912. Per approfondire, si veda: John M. Bowers, Tolkien’s Lost Chaucer, Oxford University Press, Oxford, 2019. (N.d.R.)

[3]O. Cilli, Tolkien’s Library: an Annotated Checklist, cit. Sono molto grato a Oronzo per avermi spedito in anticipo questa pubblicazione.

[4]Tolkien discute dei “misologi” nel Discorso di commiato all’Università di Oxford: « E devo confessare che qualche volta, in questi ultimi eccentrici trent’anni, sono stato afflitto da esse: da quanti, in qualche misura affetti da misologia, hanno screditato ciò che essi usualmente chiamano lingua. Non perché loro stessi, povere creature, mancassero evidentemente dell’immaginazione che è necessaria per goderne, o della conoscenza che è necessaria per farsi un’opinione in proposito. La stupidità va compatita. O almeno, spero che sia così, giacché io stesso sono stupido sotto molti aspetti». MF, p. 321. (N.d.R.)

[5]Comunicazione privata, si veda BENEDIKZ 2008.

[6]Per l’esattezza William Morris lasciò la Socialist League dopo essere stato desautorato dalla carica di direttore del giornale della lega a opera della prevalente fazione anarchica. Tuttavia non abbandonò mai il movimento socialista, aderendo alla Hammersmith Socialist Society, e qualche anno dopo contribuendo alla stesura del “Manifesto of English Socialists”. Benché non partecipasse più direttamente ad attività politiche, dedicò gli ultimi anni di vita a sostenere l’unificazione delle varie anime del socialismo britannico. Il suo ultimo discorso pubblico, tenuto il 5 gennaio 1896, ebbe come oggetto l’unità dei socialisti in un unico partito politico (“One Socialist Party”). Pochi giorni dopo, in una lettera a L.E. Van Norman nel quale riassumeva il proprio pensiero su arte e società, scriveva: «I have not changed my mind on Socialism». (N.d.R.)

[7]La traduzione di Morris è tratta da: W. Morris, La fonte ai confini del mondo, Fanucci, Roma, 2019. (N.d.R.)

[8]Si veda LR (pp. 77-98), for il poema e il commento.

 


 

WILLIAM MORRIS AND TOLKIEN: Some Unexpected Connections

 

The influence of William Morris on Tolkien has been frequently recognised. There is a long entry on him in Scull and Hammond’s Reader’s Guide to Tolkien,[1] another by Michael Perry in Michael Drout’s Encyclopedia.[2] In the very first letter in Humphrey Carpenter’s collection of Tolkien’s letters, written to his fiancée Edith in 1914, Tolkien says that he is trying to turn a section of the Finnish Kalevala into “a short story somewhat on the lines of Morris romances” (Letters no. 1). This would eventually become “The Tale of Kullervo” and one of the three “Great Tales” of the Silmarillion. My copy of The Roots of the Mountains says on the front cover “A Book that Inspired J.R.R. Tolkien”, and in his collection Tales Before Tolkien, Douglas Anderson included another Morris short story, “The Folk of the Mountain Hall”.[3] Jessica Yates has produced a bibliography of works discussing Morris’s influence on Tolkien which contains nearly 70 items.[4] We know also that when Tolkien received a college prize in 1914, what he bought with the money included three works by Morris.[5] Many years later, in 1941, he lectured on Morris’s poem of Sigurd the Volsung.[6] And the very useful list of books known to have been owned by Tolkien, prepared by Oronzo Cilli, includes eleven works by Morris.[7]

Nevertheless, and in spite of all this, I think that Morris’s connections with Tolkien, and his effect on Tolkien, have still been underestimated. The reason for this, in a way, is the two authors’ similarity, their originality, and, strangely, their popularity. Neither author fits neatly into the consensus view of literary history constructed and taught by my former colleagues in university departments of English studies. They have both suffered (in this very limited area) from the work and the attitudes of the people Tolkien called “misologists”: literary scholars opposed to philology and anxious to promote “modernism” at the expense of “medievalism”. It is one of life’s ironies (which Tolkien would have been much amused by) that modernism now seems hopelessly out-of-date, while medievalism, in the shape of TV series like Game of Thrones, has become as popular as Tolkien. I will try, therefore, in this paper to correct some misapprehensions, and also offer some new connections.

The first connection is a very odd one, which I cannot yet explain. Years ago a former colleague of mine at the University of Birmingham, an Icelandic scholar called Ben Benedikz, told me about his aunt Sigrid.[8] It seems that during one of his trips to Iceland in 1871 and 1873, Morris had received hospitality from one of my friend Ben’s family. Now, one of the pieces of advice given by the god Odin in an Old Norse poem declares that friendships should be kept up: “To his friend a man should be a friend, / and repay gifts with gifts”. This applies to guest-friendship, as it is called, and the relationship is hereditary. It was therefore natural that when, nearly 60 years later, Ben’s aunt Sigrid wanted to go to England, her family should contact Morris’s daughter May, and that Sigrid should go to her. Sigrid accordingly, then about 19 or 20, arrived at Oxford station, and was collected in a pony-trap – a small carriage pulled by one horse – and taken to the Morris home at Kelmscott House.

Sigrid, however, did not like it at all! I forbear from repeating in print what she said about the Morris household, but Kelmscott House was isolated, neither lady could drive a car, and Sigrid found it uncongenial. So, quite soon, May Morris arranged for Sigrid to go and live with the Tolkiens in the city, in North Oxford, in Northmoor Road. It seems that aunt Sigrid did not like this much either. Probably in those days unchaperoned young ladies had little social life wherever they were, and Sigrid also complained that  Professor Tolkien “always wanted to talk Icelandic!”

The interesting question, though, is why May Morris thought of passing her guest on to Tolkien. Had Tolkien perhaps had some correspondence with her? Or did she know that Tolkien, though a Professor of Anglo-Saxon, also took a keen interest in Icelandic? But at any rate, we do know that there was a personal connection of some kind between the Morris family and the Tolkien family.

What of the literary connection? And now I come to the failures of literary history, as I was taught in my youth at Cambridge, and as is still the case. It’s well known that in the last decade of his life Morris published a set of seven original romances, which I list as follows: The House of the Wolfings (1888), The Roots of the Mountains (1889), The Story of the Glittering Plain (1890), The Wood Beyond the World (1894), The Well at the World’s End (1895), The Water of the Wondrous Isles (1896), and The Sundering Flood (1896).

These have been called by editor Kirchhoff (1976, 11) “the least understood body of major Victorian fiction”. There is one little set of essays about them, published in highly amateurish form by the William Morris Society. I borrowed a copy from the library of Washington University in St. Louis. It had never previously been borrowed in 20 years, and the pages were still uncut: no-one had ever read it! Within that little volume the editor Frederick Kirchhoff noted that in the preceding fifteen years there had been more published on Morris’s single poem, “The Defence of Guenevere”, than on all seven romances combined.

If you look in the indexes of major works on Morris, you will soon see how sketchily the romances are treated. Philip Henderson’s biography does not mention two of them, and seems not to know that The House of the Wolfings, is a full-length work.[9] E.P. Thompson’s 850-page study gives them 8 pages (Thompson 1955, 781-89), asks at the end, “Had Morris gone soft in the head? […] It may be that the world will be too busy for many years to turn back to these fairy-stories: there is little in them from which it can learn.” (Thompson 1955, 789).

There is a reason for this dismissal, which is political. Morris, besides being a very successful capitalist, was also a socialist. His biographers, left-wing like most academics, highly approve of this. But the truth is that Morris became tired of the Socialist movement, and of the Socialist League which he had helped to found and of which he was the main financial supporter. About 1889 he resigned as Treasurer, and started writing romances instead. To people like E.P. Thompson, whose biography of Morris is subtitled “Romantic to Revolutionary”, going back from being a revolutionary to being a romantic again was a betrayal. In any case, according to the canons of literary criticism, ever since Don Quixote the novel has been the main literary form, and the romance a sub-literary one, long superseded. At any rate, among literary critics.

Of course, the truth is very different. The 1890s were the age of what some now call “the New Romancers”, people like Conan Doyle, inventor of Sherlock Holmes, Bram Stoker, creator of Dracula, Robert Louis Stevenson, H.G. Wells, as well as Rider Haggard and later John Buchan, whom Tolkien very much appreciated. None of these were on the syllabus in Cambridge in my youth, and they still are not: though of course they remain immensely popular outside the academic world.

As for Morris, it’s astonishing how well-received his romances were. The Glittering Plain, 1891, was reprinted at least seven times before 1912. In Paul Fussell’s excellent book on The Great War and Modern Memory he notes that, “There was hardly a literate man who fought between 1914 and 1918 who hadn’t read [The Well at the World’s End] and been powerfully excited by it in his youth” (Fussel 1989, 135). In the same work Fussell cites Hugh Quigley’s memoir Passchendael and the Somme, where Quigley wrote:

The ghastly canal at Ypres […] is like the poison pool under the Dry Tree in [The Well at the World’s End], around which lie bodies with ʻdead leathery faces … drawn up in a grin, as though they had died in pain …ʼ  [It was all happening in] a land of horror and dread whence few return, like that country Morris describes in The Well at the World’s End. (Quigley, quoted in Fussel 1989, 137)

C.S. Lewis was one of the soldiers who had read Morris’s work: he bought his copy in 1917 just before leaving for the front.[10] War memoirs are full of references and allusions to the book: the soldiers thought its images well described the “land of horror and dread” in which they found themselves. Tolkien’s Dead Marches reflect memories of the Somme, but Thiepval and Ypres also stirred memories of William Morris, as Tolkien declared:

The Dead Marshes and the approaches to the Morannon owe something to Northern France after the Battle of the Somme. They owe more to William Morris and his Huns and Romans, as in The House of the Wolfings and The Roots of the Mountains. (Letters no. 226)

Soldiers thought romance was much more realistic than, say, the society novels of Henry James.

This is true of Morris’s poems as well. John Garth (2003, 105ff.) has noted the strange ambition of Tolkien and his friends to emulate the Pre-Raphaelite Brotherhood of Morris and his friends, and to kindle a new light, for England, through poetry. What in the world were they thinking of? And why did Tolkien persist, all through the 1920s, in writing long narrative poems like The Lays of Beleriand? Everyone knew – in my youth, in Cambridge – that the day of the long narrative poem had passed by, and that the future belonged to ironic, allusive, difficult poetry, like TS Eliot’s The Waste Land.

But my teachers at Cambridge were wrong, even about literary history. In Victorian times there had been an immense market for long narrative poems like Morris’s The Earthly Paradise (1868-70) Tennyson’s retelling of the King Arthur story in his Idylls of the King (1859-85), or Robert Browning’s The Ring and the Book (1868-9). Claudio Testi (2018, 47) has reminded us recently how “polyphonic” Tolkien’s writing is: “In this respect we can compare the Legendarium to the polyphonic novel that, according to Bakhtin, was introduced by Dostoyevsky”.Tolkien’s writing is indeed polyphonic, stories told by different voices at different times, both in The Lord of the Rings and in The Silmarillion, but (whatever Bakhtin may have thought) there was a model for Tolkien long before Dostoevsky. A more likely model here, for Tolkien, is surely Browning’s 21,000-line poem, the story of an Italian murder trial in 1698, in 12 books, told by 10 different characters. This too was being eagerly read in the trenches in Word War 1.[11]

So, in writing his Legend of Sigurd and Gudrun, Tolkien may well have been hoping to emulate Morris’s extremely successful poem The Story of Sigurd the Volsung (1876). In writing The Fall of Arthur, he surely was responding both to Tennyson’s Idylls of the King and Morris’s own “Defence of Guenevere” (and other Arthurian poems, 1858). As for The Lays of Beleriand, one model for them (again a polyphonic one) must have been Macaulay’s once more enormously popular and well-known Lays of Ancient Rome (1842).

If I have laboured this point, please excuse me. It is out of a kind of indignation. When I was young, I was never told about any of this, and all the works I have mentioned have been in effect “airbrushed” out of literary history. As, of course, so often has Tolkien! When I was young I was taught carefully about “the Great Tradition” of English literature. But there was and there is Another Great Tradition! Both in poetry and in prose.

But I will turn now from indignation to matters of more detail – though I fear that indignation will continue to overcome me – and although I will come back to the poetry I will start with the romances of the 1890s. As I’ve said, there are seven of these, and I divide them into a heroic group, which is set in pagan times (the first three to be published), and a romantic group, where the characters live in a medieval Christian world (the remaining four).

I have discussed the first two of these before (Wolfings and Mountains),[12] and the point I have made is, very briefly, that these are romances inspired by the achievements of comparative philology, of which Morris was very well aware – unlike his later editors and commentators. In brief again, the characteristic activity of comparative philologists was reconstruction. First they reconstructed words from extinct languages: elsewhere I have explained that the Italian word cinque and the English word “five”, despite their total dissimilarity, derive from the same extinct source, which must have been a word like *pinpe.[13] We can trace their history through regular changes, instanced in early records. Not only did philologists reconstruct extinct words, however, they reconstructed whole extinct languages, and went on to reconstruct whole extinct societies.

That is what Morris was doing in The House of the Wolfings and The Roots of the Mountains, and both could actually be called historical novels: they contain no dates and their geography is not ours, but we can still work out when and where they were set, again by comparison with early records – like The Saga of Heidrek the Wise, first edited in 1960 by Christopher Tolkien, which includes the poem on “The Battle of the Goths and Huns”, on which Christopher wrote in detail elsewhere.[14]

But this was not understood, then or since – except, I am sure, by Tolkien. May Morris, who edited her father’s works, like Christopher, did not, I am afraid, understand her father as well as Christopher understood his. In her introduction to The Roots of the Mountains she wrote:

In HW and in RM my father seems to have got back to the atmosphere of the Sagas. In that it is part metrical, part prose, the Wolfings may be held experimental, but in this tale of imaginary tribal life on the verge of Roman conquest – a period which had a great fascination for the writer, who read with critical enjoyment the more important modern studies of it as they came out – the personages have none of the severity of the early world, more of the Saga-born impression of Fate moving the pieces on the board. The place too of the Wolfing tribes and of the Burgdalers and Silverdalers – the wonderful land about the foot of the Italian Alps – had a great hold on his imagination […] (M. Morris 1912, xv)

I’m afraid much of this is wrong. There is very little of the sagas in these tales. Morris did indeed read “important modern studies” and clearly used for instance the new philological edition of Jordanes’ History of the Goths. But – though Trento, where this paper was originally delivered, was the wrong place to say so – I fear The Roots of the Mountains cannot have been set even in Morris’s imagination at the foot of the Dolomites: the romance describes the first clashes of Goths and Huns, and these took place in reality, as Christopher Tolkien has indicated, far to the east of Trento, probably in the Carpathian mountains, not the Dolomites.

There is much more history in these works than May realised. But she and Morris’s later commentators did not know that, or want to know that. May indeed told a story about a German professor:

I am reminded here, by the by, of the German professor who, after the Wolfings came out, wrote and asked learned questions about the Mark, expecting, I fear, equally learned answers from our Poet who sometimes dreamed realities without having documentary evidence of them. (M. Morris 1912, note to p. xxv)

This unknown German professor has been repeatedly cited, for instance by Thompson, who quotes with approval Morris’s alleged reply, “Doesn’t the fool realize […] that it’s a romance, a work of fiction – that it’s all LIES!” (Thompson 1955, 676). But the German professor was only responding to Morris’s efforts of reconstruction. I cannot help thinking that mentioning him scornfully is a characteristic “misologist” reaction, there to tell the lazy and linguistically challenged that they need think no further. I’d add that Morris was an extremely learned man in early Germanic languages. During his career he translated (with Eirikur Magnusson) ten major sagas as well as Heimskringla from Icelandic and Beowulf (with A.J. Wyatt) from Old English. I was recently given a paper to read on that latter topic which censured Morris for mis-translating, based on a comparison with a modern translation: in every instance the modern translation was wrong and Morris was right.

However, I will not labour the point about Morris’s philology, and Tolkien’s, any further. Instead I will ask what effect Morris’s later romances may have had on Tolkien, and here I will make a very speculative suggestion.

We know that Tolkien had no clear plan for The Lord of the Rings. He continually underestimated how much he had to write, and did not seem to know how the plot would develop. It seems to me – and this is the very speculative suggestion – that a turning point came at what is now p. 424 of The Treason of Isengard. There Christopher quotes a little note by his father, setting out some linguistic parallels:

Language of Shire = modern English

Language of Dale = Norse (used by Dwarves of that region)

Language of Rohan = Old English

‘Modern English’ is lingua franca spoken by all people …

What this note does is explain why the dwarves have names taken from Old Norse, which is not a dwarvish language, but is related to both Old and modern English. What it also did was give Tolkien licence to reconstruct an early Germanic society, just like Morris’s. It was, essentially, Anglo-Saxons + horses. And though their language and poetry were Anglo-Saxon, that is Old English, what the Riders most resemble, I would suggest (and here I make amends for having rejected the Dolomites) is the ancient Lombards, as described not by Jordanes but by another barbarian historian, Paul the Deacon, in his History of the Lombards.

At exactly this point in The Lord of the Rings, though – just before the Riders of Rohan appear – I’d suggest that Tolkien once again started to draw on Morris. One of the main and repeated features of Morris’s later romances is what I have called their sense of “wavering uncertainty” (Shippey 1980, x). In The Well at the World’s End Ralph is cautioned by one maiden against the Wood Perilous, which he has to cross to reach the Burg of the Four Friths. In the Wood he meets an armed company who offer to escort him there. But then he meets a second armed company, and rescues a lady from them, who cautions him against the Burg, inhabited by robbers and murderers, and directs him to Hampton instead. Still in the Wood, though, the first maiden reappears and says Hampton is inhabited by the Fellowship of the Dry Tree, robbers and reivers. Another passer-by directs him back to the Burg, but when he gets there they have a Dry Tree themselves, which is a gallows.

Who is telling the truth? In the same way, in The Wood beyond the World Ralph finds himself in a kind of “quadrille of eavesdropping” (Shippey 1980, xiv), with the hero, Walter, torn between a Lady and a Maiden, a King’s Son and a Dwarf, all talking privately, and all contradicting each other to poor Walter. It is, Walter concludes, “a house of guile and lies” (Morris 1980, 67). But actually there must be a right side and a wrong side there. Probably the Maiden is the one to trust, not the Lady, because the Maiden at least admits she is a liar.

This, it seems to me, is very similar to the situation at the start of The Two Towers. Aragorn and Legolas and Gimli, have gone well out of their way in Wilderland, and are moreover not at all sure what they ought to do, or ought to have done. Merry and Pippin are likewise lost, and unsure whether or not to enter Fangorn Forest. Moreover, there are two wizards at large in the Forest, one of them being Saruman and the other Gandalf: not easy at this point to tell apart.

Who does Gimli see at the end of the chapter “The Riders of Rohan”? Gimli thinks it must have been Saruman, and since he is sure that Gandalf is dead, and Éomer has told them that Saruman walks the wood, that seems a reasonable suggestion. Aragorn, however, points out that the figure Gimli saw was wearing a hat, like Gandalf, not a hood, like Saruman; and Legolas points out in the next chapter. “The White Rider”, that the horses dragged their pickets “as horses will when they meet a friend.” Later on in that chapter another wizard appears, wearing Saruman’s white robes, so that Gimli initially and reasonably takes him to be Saruman as well. This time, however, the wizard is definitely Gandalf. Gandalf nevertheless confirms that the first sighting must have been Saruman: “You certainly did not see me … I must guess that you saw Saruman”.

But if so, as Aragorn noted, why was Saruman wearing a hat? And surely, as Legolas pointed out, the friend the horses sensed was Shadowfax? Hasufel and Arod indeed reappear with him at the end of the chapter. On the whole, the evidence suggests that Gimli was wrong both times, both times seeing Gandalf and taking him for Saruman. But why would Gandalf deny that? Who did Gimli see the first time? If it was Saruman, and this is only Gandalf’s “guess”, what was he doing? Fangorn at this point is very like one of Morris’s intensely confusing woods, the Wood Perilous, the Wood beyond the World.

Galadriel is also in some ways a Morrisian character, for Éomer regards “the Lady of the Golden Wood” as a sorceress, a net-weaver: dangerous but attractive females are a regular feature of the Morris romances, like the Witch, in The Water of the Wondrous Isles, and the rescued Lady, in The Well at the World’s End. They are hard to tell from the attractive but benevolent women like the Maiden in several romances, and Habundia, the fairy-woman of the woods, again in Wondrous Isles, a character very like Galadriel. It is not entirely inappropriate for Gríma Wormtongue to describe Lothlórien as “Dwimordene”, which we might translate as “valley of illusion”, a meaning which furthermore fits Éomer’s description of Saruman as “dwimmer-crafty, having manyguises”. On the other hand the Nazgûl steed, which Éowyn calls a “dwimmerlaik”, is not an illusion at all. It is perhaps in the nature of the word and the concept that we cannot even be sure what is illusory.

I note finally the related Scottish expression, “in a dwam”, usually taken to mean a state of semi-consciousness, but in my experience used also of a person who is just not responding, perhaps because he is in a state of paralysed uncertainty That seems to be very appropriate for Aragorn, Legolas and Gimli. At this point in the story they are by no means paralysed, but they are quite unsure what to do or what to think, partly because they are not sure what is real and what is illusion. Have they met Gandalf wearing Saruman’s colours, or seen “dwimmer-crafty” Saruman with hat and staff like Gandalf? Speaking for myself, even after many readings I am not sure what to think about what has been seen or not seen in Fangorn Forest. It is “Dwimmerland” indeed.

Finally, if coincidentally, it is at this point too in Tolkien’s story that Shadowfax appears as a character. The name  of Ralph’s horse in The Well at the World’s End is Silverfax, and the first thing that is said about Shadowfax is, “By day his coat glistens like silver […].”

What I’m suggesting is, then, two things: first, that at the start of The Two Towers we find ourselves in a scenario very reminiscent of Morris’s later romances; and second. that at just about the same point Tolkien worked out how to bring into his story the element of social reconstruction so prominent in Morris’s earlier romances. If both these suggestions are accepted, one could accordingly argue that the influence of Morris at this point was not only important: it was pivotal, a moment of breakthrough.

Two more similarities, one of which I can make very quickly. Characteristic of Morris’s later romances is a “figure of eight” structure. In The Water of the Wondrous Isles (the second-longest of Morris’s romances) the heroine, Birdalone, is stolen from her mother by a witch and brought up in the witch’s cottage in the wood of Evilshaw. She escapes in a magic boat; reaches a series of wondrous isles; and on one of them is rescued from the witch’s sister by three damsels, who beg her to send their lovers to save them. She reaches the castle of the three lovers, who duly sail off and rescue their ladies. Birdalone retires to support herself by working in the City ofthe Five Crafts but then comes back successively to the knights’ castle, the magic boat, the wondrous isles, the witch’s cottage, and, finally, the town from which she was kidnapped, where in the end she lives in peace with her lover. One could say the same of The Story of the Glittering Plain. And of course of The Lord of the Rings, noting also the sub-title of The Hobbit, “There and Back Again”.

But the last thing I have to say goes rather deeper into Tolkien’s psychology, and so must be especially speculative. The most recurrent element in Tolkien’s writing is surely its sense of loss, separation, and above all yearning. It is there in his occasional poems, from beginning to end. “The Nameless Land” (1927), gives us a vision of the land across the Sea. In “The Happy Mariners” (1920), the mariners reach the land across the Sea. In “Firiel” (1934) a mortal maiden refuses to sail with the elves across the Sea, and remains to die in Middle-earth. In “Looney” (1934), by contrast, a mortal returns from the land of the elves across the Sea, but never recovers. In “Imram” (1955), a mortal again returns from across the Sea to die in Middle-earth. In “King Sheave” (written c. 1936),[15] a mortal dies but returns across the Sea. While the poems offer several variations on the shared theme, the shared emotion is yearning, regret, and in the end resignation.

The early poem “King Sheave” moreover develops a legend of one who came to Middle-earth from across the Sea, as a kind of redeemer, and who unlike the characters in the poems just mentioned is allowed to leave Middle-earth and return to his homeland, but only in death. The theme gives special power to the very end of The Lord of the Rings, when Sam accompanies Frodo to the ship which will take him (like King Sheave) to Valinor, but then – like Firiel – goes back to wife and family, saying only “Well, I’m back”. It’s been called “the most heartbreaking line in all of modern fantasy” (Swanwick 2001, 45), and I agree.

The sense of yearning also accounts for Tolkien’s long fascination with the theme of “the lost road”, which once allowed passage to the land of immortality, but which no longer exists – except, in legend, for the occasional fortunate exception. Of which number, Tolkien knew, he could not be one.

The wish for escape is, however, as we all know, strongly nuanced, because taking the last ship, or the lost road, means inevitably, leaving Middle-earth. And that too will be a loss. As Haldir the elf says in The Fellowship of the Ring, the elves may still, at the end of the Third Age “pass to the Sea unhindered and leave Middle-earth for ever.” But that is a choice which he regrets: “Alas for Lothlórien that I love! It would be a poor life in a land where no mallorn grew. But if there are mallorn-trees beyond the Great Sea, none have reported it” (LotR, FR.II.6).

The compromise solution, I feel, lies in the idea of le paradis terrestre, a medieval image made popular by a medieval English writer, Sir John Mandeville. He had heard that, somewhere unexplored, the Paradise from which Adam and Eve had been expelled was still present on Earth. So one might have immortality and mallorn-trees as well! And in my opinion, Lothlórien is Tolkien’s image of that place, le paradis terrestre itself. But, as I am sure readers will have guessed already, where is that theme used before Tolkien? Obviously, in Morris’s most popular poem, now very rarely read, The Earthly Paradise.

One major element in that poem was discontent with industrial England, and this is the very start of it:

Forget six counties overhung with smoke,
Forget the snorting steam and piston stroke
[…]
And dream of London, small and white and clean,
The clear Thames bordered by its gardens green
(Morris 1905, 3, lines 1-6)

Compare the start of The Hobbit: “One morning long ago in the quiet of the world, when there was less noise and more green […]” (H I).

The other element was yearning for a different land, Morris again:

A nameless city in a distant sea,
White as the changing walls of faërie
[…]
There, leave the clear green water and the quays
And pass betwixt its marble palaces
(Morris 1905, 3, lines 17-22)

Compare Tolkien’s poem of 1923, “The City of the Gods”:

A sable hill, gigantic, rampart-crowned
Stands gazing out across an azure sea
Under an azure sky, on whose dark ground
[…]
Gleam marble temples white,
[…]
(BLT 1 136)

Morris’s work, I would suggest, focused Tolkien’s mind on the idea of an earthly paradise, not in the East where Mandeville located it, but in the West, across the sea, and now inaccessible to us. Moreover Morris’s poem must surely have given Tolkien a hint, or a model, for the idea framing The Book of Lost Tales. The frame of Morris’s poem is like this:

Certain gentlemen and mariners of Norway, having considered all that they had heard of the Earthly Paradise, set sail to find it, and after many troubles and the lapse of many years came old men to some Western land, of which they had never before heard: there they died […] (Morris 1905, 3, “Argument” to Prologue)

But first they tell their stories, and hear the stories of the far land. Compare Tolkien’s opening to The Book of Lost Tales:

Now it happened on a certain time that a traveller from far countries, a man of great curiosity, was by desire of strange lands […] brought in a ship even as far west as The Lonely Island […] (BLT 1 13)

And there, of course, he hears the tales, which are the “true tradition” of the fairies, and become the Silmarillion.

Finally, I have only to say that the theme of loss and yearning increasingly animates Morris’s later romances. The first two, as I’ve said, are in a way historical novels, set in a real world and a real history and geography (even if his critics have not appreciated them in that way). The third of them, The Story of the Glittering Plain, still takes place in a pagan world, in which the hero Hallblithe journeys to the Land of the Undying – a word-for-word translation of the pagan Old Norse expression Odainsakr, and comes back again. But the tone of it is set by his first encounter, with three strangers, who say they seek “the Land of Living Men”, and call out desperately, “Is this the Land? Is this the Land?” The main character Hallblithe tells them cheerfully, that it isn’t:

Here men die when their hour comes, nor know I if the days of their life be long enough for the forgetting of sorrow; but this I know, that they are long enough for the doing of deeds that shall not die. (Morris 1979, 3)

So, he tells them, be cheerful, enjoy life! But they ignore him and ride on, crying out sadly: “This is not the Land! This is not the Land!!”

The next three are all in their way quest-stories, but the last of the seven again brings up forcefully the theme of separation. It is called The Sundering Flood, and the central idea of it is the love-story between Osberne and Elfhild, a man and a maiden, in love with each other, but separated by a river which they cannot cross. It would not take much to add to this the idea that Osberne is a man, but Elfhild is an elf: and there you have, in essence, the stories of Beren and Lúthien, or Aragorn and Arwen, who cannot overcome the fact that their destinies are different. In Tolkien, more so than in Morris, Amor non vincit omnia, love does not conquer all.

Summing up, I have argued that Morris gave Tolkien, or perhaps I should say more temperately, suggested to Tolkien the themes of:

– the philologically reconstructed early society

– the value of the long narrative poem

– the figure-of-eight structure, “there and back again”

– the terrestrial paradise

– the sense of unfulfilled yearning

– the theme of separation which in Tolkien lasts even beyond death

– and the framing narrative of wanderers telling tales in a long-lost city.

Perhaps the question that remains is – and here I return to my own theme of indignation – why have Morris and Tolkien been so popular, but so critically disparaged? I have tried to answer that question as regards Tolkien several times, but for Morris?

The answer must be that he is simply not easy to read. He used an unnatural high diction. He did not choose successful verse-forms. He composed poetry too easily. His romances are mysterious, but too few of the mysteries are even explained. They are also shapeless. Unlike Bilbo and Frodo, his heroes and heroines do not grow in the course of the narrative. Nor do they have that unflinching focus – on Smaug, on the Ring – which Tolkien learned.

Nevertheless, if Tolkien had not invented hobbits – if we knew him only from The Book of Lost Tales, The Lays of Beleriand, The Silmarillion – the resemblance between Tolkien and Morris would be much closer and more readily recognised. I have suggested also that at a critical moment in the development of The Lord of the Rings, it was the memory of Morris’s romances which helped to unlock Tolkien’s inspiration.

 

Bibliography

ANDERSON, DOUGLAS, ed., Tales Before Tolkien: the Roots of Modern Fantasy, Ballantine, New York, 2003.

BENEDIKZ, B.S., “Some Family Connections with J.R.R. Tolkien”, in Amon Hen 209 (January 2008).

CILLI, ORONZO, Tolkien’s Library: an Annotated Checklist, Edinburgh, Luna Press, forthcoming 2019.

FUSSELL, PAUL, The Great War and Modern Memory, London and New York, Oxford University Press, 1975. Reprinted. London and New York: Oxford University Press, 1989.

GARTH, JOHN, Tolkien and the Great War, HarperCollins, London, 2003.

HENDERSON, PHILIP, William Morris: his Life, Work and Friends, London, Thames and Hudson: London, 1967.

KIRCHHOFF, FREDERICK, ed., Studies in the Late Romances of William Morris, New York, William Morris Society, 1976,

MANNI, FRANCO, and TOM SHIPPEY, “Tolkien tra Filosofia e Filologia”, in Tolkien e La Filosofia, ed. ROBERTO ARDUINI and CLAUDIO TESTI, Genova-Milano, Marietti, 2011, 13-66 (17).

MORRIS, MAY, “Introduction” to The House of the Wolfings, in WILLIAM MORRIS, The Collected Works of William Morris, vol. 14, Longmans Green, London and New York, xv-xxix (xv).

MORRIS, WILLIAM, The Earthly Paradise, 4 vols 1868-70, repr. 1905, Longmans Green, London.

MORRIS, WILLIAM, The Story of the Glittering Plain, 1891, repr. 1979, George Prior, London, 3.

PERRY, MICHAEL W., “William Morris”, in M.C. DROUT, ed., J.R.R. Tolkien Encyclopedia: Scholarship and Critical Assessment, Routledge, New York, 2007, 437-9.

SCULL, CHRISTINA, and WAYNE G. HAMMOND, The J.R.R. Tolkien Companion and Guide: Reader’s Guide, HarperCollins, London, 2006, 598-604.

SCULL, CHRISTINA, and WAYNE G. HAMMOND, The J.R.R. Tolkien Companion and Guide: Chronology, HarperCollins, London, 2006, 249.

SHIPPEY, TOM, “Introduction” to WILLIAM MORRIS, The Wood beyond the World, repr. Oxford University Press, London, 1980, v-xix (x).

SHIPPEY, TOM, “Goths and Huns: the Rediscovery of the Northern Cultures in the Nineteenth Century”, in The Medieval Legacy: A Symposium, ed. Andreas Haarder Odense, University of Odense Press, 1982, 51-69, repr. In SHIPPEY, Roots and Branches: selected papers on Tolkien,

Walking Tree Publishers, Zurich and Bern, 2007, 115-36.

SWANWICK, MICHAEL, “A Changeling Returns”, in Meditations on Middle-earth, ed. Karen Haber, Byron Preiss Books, New York, 2001, 33-46 (45).

TESTI, CLAUDIO A., Pagan Saints in Middle-earth. Zurich and Jena: Walking Tree Publishers, 2018.

THOMPSON, E.P., William Morris: Romantic to Revolutionary, Lawrence and Wishart, London, 1955, rev. edn. Pantheon, New York, 1976.

TOLKIEN, CHRISTOPHER, ed. and trans., The Saga of King Heidrek the Wise, repr. HarperCollins, London, 2010; and “The Battle of the Goths and Huns”, Saga-Book of the Viking Society 14 (1953-7):141-63.

TOLKIEN, J.R.R., The Fellowship of the Ring, Allen & Unwin, London, 1954.

TOLKIEN, J.R.R., Letters, ed. Humphrey Carpenter, George Allen & Unwin, London, 1981,

7.

TOLKIEN, J.R.R., The Book of Lost Tales Part 1, ed. CHRISTOPHER TOLKIEN, HarperCollins, London, 1983, 13.

TOLKIEN, J.R.R., The Lost Road, ed. CHRISTOPHER TOLKIEN, Unwin Hyman, London, 1987.

TOLKIEN, J.R.R., The Treason of Isengard, ed. CHRISTOPHER TOLKIEN, HarperCollins, London, 1989.

YATES, JESSICA, “William Morris’s Influence on J.R.R. Tolkien: Bibliography”, unpublished work.

 

 

[1]     Scull & Hammond 2006, 598-604.

[2]     Perry 2007, 437ff.

[3]     Anderson 2003, 120-132.

[4]     Yates, “William Morris’s Influence on J.R.R. Tolkien: Bibliography”, unpublished.

[5]     Scull & Hammond 2006, 599.

[6]     Scull & Hammond 2006b, 249.

[7]     Cilli 2019. I am most grateful to Oronzo for sending me this in advance of publication.

[8]     Private communication, see also Benedikz 2008, 1 1ff.

[9]     Henderson 1967.

[10]   See Fussel 1989, 136.

[11]   See again Fussel 1989, 163.

[12]   Shippey 2007, 115-136.

[13]   See Manni & Shippey 2014, 24.

[14]   C. Tolkien 2010 and C. Tolkien 1953-57.

[15]   See LR 77-98, for poem and commentary.

You may also like

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *